Mariti inquieti, giovani amanti, figli ribelli, madri bugiarde e mogli distratte: esce oggi il nuovo romanzo di Annalisa De Simone, “Le mie ragioni te le ho dette”, pubblicato da Marsilio. Ne pubblichiamo un capitolo

Dopo aver fatto le scale di corsa, si fermò a prendere fiato e imboccò il corridoio su cui affacciavano i camerini. Entrò in stanza senza bussare e trovò Natalie di schiena. Aveva il corpo in torsione e la testa al vestito. Lei non si girò a guardarlo, fece scivolare le mani sui veli dello strascico e restò zitta. Lo spacco laterale lasciava intravedere la gamba fino al ginocchio. Appena indossava il costume di scena ogni suo gesto, anche fuori dal palco, sembrava quello di un’altra. Di una donna più grande, meno impulsiva, rigida e misteriosa.
Sto facendo un giro di controllo, le disse.
Ti stavo per cercare.
Perché? Tutto bene?
Sì sì, tranquillo. Voglio parlarti di una roba.
Alzò gli occhi e fissò Lorenzo attraverso lo specchio. Le labbra chiuse e lo sguardo inespressivo le davano un aspetto severo. Prima di girarsi, raccolse i capelli e abbassò le bretelle del vestito. Le spalle erano illuminate dalle lampade a led che, proiettandosi sulla pelle chiara, accentuavano il rilievo delle scapole.
Si tratta dello spettacolo?, chiese lui.
Del mio personaggio.
Preferisci scendere al bar?
Dimmi tu.
Meglio qui, le rispose. Almeno non ci disturba nessuno. Andò a sedersi sul ripiano davanti allo specchio. La poltrona era invasa dai vestiti.
Sei tesa?
Un pochino.
Cosa c’è bambola? Dimmi.
Natalie doveva aver fatto qualcosa ai capelli. Erano meno crespi, sembravano più leggeri, vicino ai tagli di luce del secondo atto brillavano come fossero coperti di porporina. Lo stava guardando negli occhi senza esitare, le spalle erano dritte come quelle di una ballerina. Sembrava diversa, spietata, solenne. Il fatto di non poter più disporre di quel corpo lo eccitava. Se cedeva alla frenesia di imporle un contatto, quando le posava una mano sui fianchi o si lasciava andare a una carezza, diventava insofferente. La guardò infilare le gambe nella gonna a pieghe che aveva preso dall’appendiabiti. Allora tesoro?, disse, per spingerla a parlare. Mancavano solo quattro ore al debutto. Voleva assicurarsi che gli attori fossero pronti, chiudersi in camerino e ripassare la parte. Mentre si tirava la gonna in vita senza togliere il peplo, Natalie rimase in mutande. Aveva un paio di culottes color carne.
Mi daresti una mano a slacciare la zip?, chiese. Nascose il seno nudo con la mano e recuperò la maglia dalla poltrona. Passami le scarpe, sono lì. Nell’ultimo mese, aveva smesso di mangiarsi le parole. Adesso le piaceva usare quel tono basso e leggermente soffiato. Lì. Sotto la sedia.
A Lorenzo non andava di compiacerla, ma aveva voglia di tagliare corto. Le passò i sandali e si mise dall’altra parte della stanza, vicino alla porta. Sapevano entrambi quanto fosse attratto da lei. Se da un lato quelle effusioni lo accendevano, dall’altro lo facevano sentire impotente, frustrato, come se stesse cercando di afferrare qualcosa che gli scivolava sempre dalle mani. Durante le prove, Natalie aveva smesso di indossare i jeans perché diceva che le impedivano di entrare nella parte e si era presentata in teatro con dei vestitini che le fasciavano il corpo o che si aprivano a ruota dietro ogni passo o che non la smettevano di svolazzare. Da qualche settimana usava sempre il rossetto, aveva labbra corallo, definite e polpose. Con quella bocca disegnata, le guance rosa e i capelli in piega sembrava una bambola.
Secondo te, gli disse, Antigone è una specie di rivoluzionaria? Si coprì il collo con una stola e aspettò una risposta.
È una donna che si oppone al potere. Ne abbiamo discusso tante volte. Perché me lo chiedi?
Lorenzo avrebbe voluto toccarla, sentire il suo odore da vicino, faceva pensieri su loro due di continuo, ma si impose il controllo e rimase accanto alla porta. Antigone, disse col tono di un professore, si appella al potere divino perché lo considera più forte delle leggi di chi governa. Forse sì, possiamo considerarla una rivoluzionaria. In fondo ha il coraggio di agire contro lo stato per tener fede a quello in cui crede. E cioè l’amore per il fratello.
Secondo me abbiamo sbagliato.
Cosa?
La lettura del personaggio. Non te la prendere, ma la trovo un po’ scontata. Passò le dita sotto gli occhi per stendere il fondotinta ed evitò con cura di guardarlo.
Perché scontata?
Non ti arrabbiare, è solo un dubbio.
Sentiamolo.
Se vuoi non te ne parlo.
Dimmi, Natalie, ti ascolto. Non aveva intenzione di assecondare quella follia, ma impedirle di continuare sarebbe stato uno sbaglio. La fissò mentre scioglieva i capelli e li spazzolava con una lentezza snervante. Senza dire una parola, la seguì mentre raccoglieva uno a uno i vestiti che aveva sparpagliato per la stanza e li poggiava sul piano.
C’è stata una grande guerra, disse lei. Eteocle si sacrifica per salvare la città e viene seppellito con tutti gli onori del caso. Ma Polinice che è il traditore della Patria, o sbaglio?, chiese, senza dargli il tempo di ribattere. Polinice che è un traditore non potrà essere commemorato, né seppellito.
La conosco la trama. Vai avanti.
Antigone decide che la memoria di suo fratello Polinice dovrà essere onorata e se ne frega della legge del Re.
Fra un po’ andiamo in scena, arriva al punto.
Il punto è che non so se ha ragione Antigone o Creonte.
È uno scherzo?
C’ho riflettuto.
Quando?
Quando cosa?
Quando c’avresti riflettuto? Perché vorrei ricordarti che oggi, cioè fra quattro ore esatte, si apre il sipario.
Non usare quel tono, rispose lei. Tornò a pettinare i capelli che a ogni colpo di spazzola diventavano più elettrici. La guerra ha distrutto la città intera, disse. Va bene? Tebe è stata praticamente rasa al suolo. Sii sincero, secondo te non ci sta che Creonte vuole impedire il culto di un traditore?
Dici cose senza senso.
Natalie poggiò la spazzola e sembrò rifletterci. Se ne stava in piedi, ferma al suo posto con un controllo assoluto del corpo. Lorenzo si sentì patetico a pensarlo, ma lo pensò. Era brava. Una vera attrice sa quando restare immobile, fare il meno possibile per lasciare che a esprimersi siano le parole. Era diventata sicura, quasi imperiosa. Il peso perfettamente bilanciato fra le due gambe, i glutei contratti, la schiena tesa, nessun bisogno di gesticolare. Stupefacente.
Piccola, gli disse, sei solo nervosa.
Se Polinice è un traditore la decisione di Creonte mi sembra del tutto legittima. Allora perché io, io che me ne sbatto della legge emanata dal Re, io che non rispetto il divieto di seppellire un traditore della Patria, sto lì che passo per una santa?
Questo editto non Zeus proclamò per me, né giustizia!, urlò lui.
Le conosco le mie battute.
Grazie al cielo.
Quello che vorrei è un tuo parere.
Eccolo il mio parere, te lo do subito: ci sono leggi che non hanno creato gli uomini. Leggi divine o leggi universali, chiamale come ti pare, che hanno a che fare coi sentimenti e con la dignità delle persone. E tu Antigone, ti batti per queste leggi.
Fregandomene dei decreti fatti dagli uomini?
Lorenzo fece un piccolo applauso. Sì, esattamente.
Quindi sono una fanatica?
In che senso?
Tu come la chiami una che non rispetta le leggi laiche della città?
Sei una donna autonoma, Cristo Santo.
Anarchica, più che altro.
Sei un essere umano che ragiona con la propria testa. Che non si lascia indottrinare da un editto sbagliato. Va bene?
Sono una donna che mette il valore della religione al di sopra di tutto. Il punto più basso di una conservatrice. Praticamente una talebana.
Piccola, ti stai facendo prendere dal panico.
Sei tu che stai alzando la voce.
Tesoro, ascolta. Non puoi considerare Antigone dal punto di vista del mondo moderno. Non funziona così.
E come funziona?
Funziona che il vero tema della tragedia è un altro.
Natalie fece sì con la testa. L’incomunicabilità, disse.
Esatto! Antigone non rispetta l’editto di Creonte, Creonte non ascolta il dolore di Antigone, Ismene non appoggia il piano di Antigone, Antigone non segue i consigli di Ismene e così via. È una tragedia sulle conseguenze irreparabili della mancanza di ascolto. Riflettici meglio: nessuno dei personaggi che Sofocle muove sulla scena è empatico. Per questo è una tragedia moderna, perché racconta l’incapacità umana di mettersi nei panni dell’altro.
Natalie si liberò dalla stola che aveva addosso, bagnò le labbra di saliva e lo guardò stringendo le palpebre. Ma non pensi che abbiamo sbagliato a spacciarla per una santa?
Assolutamente no.
Quando Antigone fa quella sparata sulle leggi non scritte, dice: io sapevo di dover morire.
Proprio così.
È così forte da sfidare chiunque?
Esatto.
Oppure è un’estremista che considera la morte come una premessa necessaria alla causa?
Ma quale causa?
Onorare gli dèi e seppellire il fratello.
Bambola, non ragioni.
È lei a dirlo. Come un kamikaze qualunque: io sapevo di dover morire.
Sei arrabbiata con me.
Io?
Sei arrabbiata con me. Lo capisco.
Non fare quella faccia da martire.
Me lo merito. È colpa mia.
La vuoi finire? Stiamo parlando della tragedia.
Davvero? Parliamo della tragedia?
Esatto.
Se parliamo della tragedia allora, sai bene che le tragedie classiche non hanno bisogno di perdono né di senso.
Perché ripeti sempre questa cosa? Dove l’hai letta?
La dico perché è vera, urlò lui. Prima di continuare prese un fiato, poi abbassò la voce per paura di affaticare la gola. Nella tragedia antica, continuò, ogni personaggio insegue il suo destino. Non solo lo insegue ma lo accetta eroicamente. E il destino è quello che ti capita. Non si discute. È così punto e basta.
Bene grazie, questo spiega tutto. Natalie andò a recuperare la stola che aveva gettato sulla sedia, la poggiò sulle spalle e incrociò le braccia come a scaldarsi. E tu ci credi al destino?
Io Creonte?
Tu Lorenzo.
Non c’ho mai creduto al destino.
Io un po’ sì. Fissò lo specchio con uno sguardo sconsolato.
Antigone segue le leggi di sempre. Ricordi?
Certo.
Né di ieri né di oggi.
Le leggi di sempre.
Leggi universali.
Universali.
Azioni che si ripetono da che mondo è mondo, disse lui.
Come l’adulterio?
Lo sapevo, sei arrabbiata.
Dai scherzavo.
Sei arrabbiata e hai tutte le ragioni per esserlo.
Ti metti sempre in mezzo, ma tu non c’entri. Volevo offrirti uno spunto.
A quattro ore dal debutto?
E se recitassi con l’accento arabo?
Lorenzo era finito a un passo da lei. Aveva le braccia lungo i fianchi, talmente rigide che sembravano quelle di un altro. Unì le mani in preghiera. L’accento arabo?, chiese.
Micio ti prendo in giro.
Si sforzò di sorriderle. Comunque non si giudica un personaggio, le disse. Un personaggio lo si interpreta. Limitati a fare quello che hai fatto durante le prove.
Come faccio se non mi chiarisci questo dubbio?
Hai appena detto che scherzavi.
Scherzavo solo sull’accento arabo.
Vuoi punirmi. È giusto.
Antigone è l’antesignana di una femminista?
Più o meno, rispose lui.
O di una talebana?
Dio mio.
Non fare quella faccia.
Lo fai per vendetta. Ma lo capisco.
La smetti di pensare a noi? Ti sto parlando in veste di attrice.
Ho bisogno di una sigaretta. Devo fumare, dammi una sigaretta.
Non si fuma in camerino.
Ce l’hai oppure no?
Non avevi smesso?
Natalie, dammi una sigaretta.
Sono dentro la borsa.
Lorenzo spostò i vestiti dal piano e il cappotto cadde a terra. Non lo raccolse. Scavò nella borsa di Natalie a testa in su come si trattasse di un’estrazione, voleva farle intendere che aveva del pudore a mettere le mani nella sua roba. Lei tornò a fissarsi allo specchio, si aggiustò le sopracciglia con un pettine minuscolo e idratò la bocca con un balsamo. Sei troppo nervoso, gli disse.
Non le rispose. La guardò chinarsi e piegare il cappotto che era finito sul pavimento. Prima che tornasse in piedi fece in tempo a vedere, dietro la stola aperta sul petto, l’attaccatura dei seni. Una parte di lui avrebbe voluto ristabilire le gerarchie con la forza, prenderla senza troppe storie, farla inclinare e stringerle i fianchi, lasciarle i segni sulla pelle. Si accese una Marlboro con quel pensiero in testa. Dopo un attimo, era già svanito. Si chiese se Ambra sarebbe venuta a teatro. Le aveva scritto per dirle che ci teneva a vederla, aveva lasciato due biglietti a nome suo.
Non immaginava avrebbe reagito in quel modo. Anzi, lo immaginava ma sperava tanto di sbagliarsi. Era disperata quando aveva scoperto il messaggio di Natalie, lo era ancora di più quando si era messa a gridare e lo aveva sbattuto fuori di casa. Piangeva come una ragazzina. Non riusciva a parlare per quanto piangeva. Il giorno dopo gli aveva scritto di non azzardarsi a cercarla. Quelle poche frasi, invece, erano così controllate. Lorenzo era stato costretto a chiedere un letto a Marco, il suo aiuto regista. Poi si era spostato in un monolocale sulla Cassia. Non aveva portato nulla con sé, solo pochi vestiti, il pc, la biancheria e il nécessaire. Dopo essersi trasferito, si era dovuto trattenere dal chiedere a Natalie di raggiungerlo in quella stanzetta. Venti metri quadrati con l’angolo cottura grande come un comodino, un divano letto col materasso sottile e il bagno senza bidet. Desiderava creare le basi per ricostruire il suo rapporto con Ambra, tenersi alla larga dalle tentazioni, voleva imporsi una disciplina ed essere in grado di osservarla. Quando rientrava dalle prove, dopo aver cenato in trattoria, rifletteva su cosa fare della sua vita e si diceva: rinuncio a Natalie, riduco le fonti di stress e sistemo i danni. A marzo avrebbe compiuto cinquant’anni, non era un uomo con tutte le strade davanti, o meglio avrebbe potuto percorrerle a patto di trascinarsi dietro il peso di ciò che era stato. E cosa portava con sé? Vent’anni di giornate insieme ad Ambra, un amore profondo, trasformato dal tempo ma mai sfiorito, Flavia, non un figlio suo, abitudini, calore, tran tran, confidenze. Se aveva pensato a Natalie come a una compagna era stato un paio di volte, non di più. E sempre all’apice del piacere quando avvicinava la bocca al suo inguine. Quel profumo e la morbidezza della pelle lo facevano sentire ancora giovane, invincibile, pieno di energie. Possibile che non contasse niente? Ma era sufficiente a mettere in discussione tutto? Solo l’idea di ricominciare da capo, bastava solo quella a sfiancarlo.
Mentre sistemava i capelli per l’ennesima volta, legandoli in alto con delle forcine, Natalie si accese una sigaretta. Aprì il cassetto e fece bruciare un bastoncino di incenso.
Smettila di guardarmi così.
Così come?
Con la faccia cattiva.
Ma no, disse lui.
Scusami, mi sono fatta prendere dall’ansia.
Sono stati mesi duri per entrambi.
Abbastanza.
Ma tu sei splendida.
Lo guardò come se lo stesse studiando, a muoversi sul suo viso c’era solo il battito delle ciglia. E con Ambra? Avete fatto pace?
Te l’ho detto, lei non c’entra. Sono io. Ho bisogno di stare solo. Ci fu uno slancio che non aveva considerato, uno slancio improvviso. La raggiunse, le strinse una mano e una dopo l’altra baciò le sue dita.
Non ho mai pensato che l’avresti lasciata per me, disse Natalie.
Lo so, bambola.
Però un po’ lo speravo.
Lorenzo non riuscì a dirle niente, si limitò a fissarla. Avrebbe voluto rassicurarla, fare promesse, magari decidere un futuro insieme. C’era una parte di lui che desiderava l’azzardo, credere che tutto fosse possibile. Sei così giovane, le disse.
Non ricominciare a parlarmi da vecchio.
Ma è vero. Sei giovanissima.
Devo truccarmi, lo interruppe lei.
Quando si alzò e fece leva sui gomiti, gli sembrò esausta. E lo era. Era stanca di ascoltare lo stesso discorso all’infinito, se ti avessi incontrata prima, sarei, avrei, non sai quanto piccola mia. Raggiunse lo specchio e si fermò a spiare l’immagine di Lorenzo, aveva le gambe accavallate e le braccia incrociate, il mento avanti come se stesse aspettando qualcosa. Nuove frasi da dirle? Sentì che avrebbe dovuto pregarlo, invece di starsene zitta a fingere di non provare nulla, avrebbe dovuto combattere, fare un tentativo almeno, convincerlo che stare insieme era la scelta giusta. Lei poteva dargli un figlio. Lei poteva amarlo come Ambra si era stufata di fare.
Vuoi che vado via?, chiese lui.
Il contrario. Natalie si allungò al posacenere e sollevò una gamba da terra.
Sei così bella.
L’intenzione era quella di posarle una mano sulla schiena, un gesto trattenuto, paterno, al limite del formale, ma quando si avvicinò gli venne spontaneo abbracciarla. Aspettò che lei spegnesse la sigaretta, la strinse e respirò il suo profumo. Era buffo, all’inizio pensava che accanto a una donna più giovane sarebbe stato naturale guardare al domani con la stessa sua semplicità, invece vicino a Natalie si sentiva sempre nostalgico. Era allo stesso tempo un ragazzino e l’adulto che ripensa al ragazzino che è stato. Dopo un bacio sulla guancia gliene diede uno vicino al naso, due sul mento e un altro appena sotto le labbra. Si disse di non andare oltre. Sei abbastanza carica?, chiese. Non lo sembrava affatto, anche se gli fece segno di sì.
Posso farti una domanda? Io non ti manco?
Tantissimo, rispose lui.
Cosa ti manca di me?
Mi manca stare insieme. Prima di continuare volle pensarci meglio, desiderava spiegarsi, essere sincero con lei. Fare l’amore mi manca sempre, disse. Mi credi se ti confesso che ci penso ogni giorno? Poi abbassò la voce. Quando ti ho spiegato che sei la mia passione, però, non parlavo solo di sesso.
Natalie aveva la faccia di chi non capisce.
Penserai che sono uno stronzo. Inclinò la testa per scansare quello sguardo, lo faceva sentire in colpa o in dovere di.
Io non ce l’ho con te.
Davvero?
Non sono una ragazzina. Ti capisco.
Adesso era serena in viso, una serenità che Lorenzo non riuscì a spiegarsi. Era rassegnata? Si stava staccando da lui? Le passò una mano fra i capelli, i led alle sue spalle la illuminavano in controluce. Era più bionda del solito ed era bella come sempre. Scosse la testa, inarcò la schiena e per qualche secondo lasciò le labbra aperte. Se qualcuno non avesse bussato, se non fossero stati interrotti da quel rumore improvviso, lui avrebbe finito per baciarla. Andò ad aprire la porta invece. L’aiuto regista, Marco, chiese se poteva entrare e si appoggiò al muro. Dalla tasca dei jeans spuntava un mazzetto sciupato di appunti. Gli disse di Flavia a voce bassa. Era appena arrivata e lo stava aspettando nel foyer.

Annalisa De Simone

Le mie ragioni te le ho dette

Marsilio 2017
256 pagine, 17 euro
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