Evviva il liceo classico! Evviva Lettere! Sì, ma lo rifarei? E lo consiglierei ai miei figli? Il nuovo libro di Claudio Giunta, “E se non fosse la buona battaglia?” (Il Mulino), parte da qui. Ne pubblichiamo la premessa

I saggi e gli articoli raccolti in E se non fosse la buona battaglia? parlano di scuola e di università, ma ne parlano da un punto di vista parziale: l’insegnamento delle materie umanistiche, e della letteratura in particolare. Il meno che si possa dire in proposito è che sia sulla forma sia sulla sostanza di questo insegnamento (come insegnare, che cosa insegnare) i pareri non sono concordi; e che, nella coscienza comune, l’importanza e il prestigio di questo insegnamento sono andati scemando nell’arco degli ultimi decenni. In Mio figlio professore, anno 1946, il bidello Aldo Fabrizi riceve la notizia che gli è appena nato un figlio. Un insegnante gli chiede che cosa diventerà, che cosa farà nella vita questo erede. «Er professore de latino!», risponde lui.

Oggi nessuno darebbe una risposta del genere. Neanch’io – liceo classico, studi alla Normale di Pisa, cattedra di Letteratura italiana all’università – la darei. Né la darebbero quasi tutti i miei colleghi, quelli che a scuola e all’università, in nome della responsabilità o della convinzione, difendono la causa degli studi umanistici. Perché un conto è predicare la bontà della causa in astratto, parlando della dignità dell’umanesimo, e un conto è riflettere sul fatto che questa buona causa deve incarnarsi in esseri umani che potrebbero scontare presto le conseguenze della loro scelta, conseguenze che molti pronosticano come nefaste: il collega che definisce «candidati al suicidio» i venticinquenni che stanno lavorando a una tesi di dottorato in letteratura inglese, o in linguistica, o in letteratura italiana; il collega che chiama «martiri», a metà tra l’ammirazione e la pietà, gli iscritti al primo anno di Lettere; la collega filologa che, parlando del figlio neonato, mi scrive che «… mai, mai gli permetterò di studiare quello che ho studiato io, a costo di chiuderlo in casa, di azzopparlo!»; il collega classicista che scrive una lettera all’insegnante di latino e greco della figlia ringraziandola «per non averle trasmesso neanche una goccia d’amore per quelle discipline: mi sarei ritrovato in casa una laureata in Lettere classiche disoccupata e frustrata».

Questi sfoghi privati affiorano raramente nel dibattito pubblico – dove a posizioni del genere danno voce di solito scienziati anti-umanisti o più spesso ancora “tecnici” o affaristi indifferenti all’arte e alla storia – principalmente per due ragioni. La prima è che, parlando da un forte sotto assedio, è molto difficile trovare l’equilibrio e il coraggio per dare almeno un po’ di ragione agli assedianti: si fa la figura dei traditori. Inoltre, chi parla dall’interno del forte assediato non è, ovviamente, uno spettatore neutrale. Ha frequentato, di solito, il liceo, poi si è iscritto all’università, si è laureato con una tesi in letteratura o in filosofia o in storia dell’arte o in pedagogia, poi ha studiato per i concorsi, ha superato questi concorsi, è riuscito finalmente a trovare un posto di lavoro, precario o stabile, a scuola o all’università. Ha insomma investito la sua intera esistenza, dai quattordici anni in poi, in quella che un tempo si sarebbe chiamata la vita dello spirito, è abituato a considerare come massimamente nobili, interessanti e utili i prodotti della cultura umana, e si è convinto che uno dei compiti più necessari, per una società che voglia dirsi civile, consista nell’impadronirsi di questi prodotti e nel comunicarli agli altri. Si capisce perciò facilmente perché questi veri credenti si scandalizzino quando si propone di dimezzare le ore di storia dell’arte a vantaggio dell’informatica o di sostituire il greco antico coll’inglese. E si capisce ancora meglio perché i dubbi che loro stessi nutrono sul loro lavoro – cioè sull’utilità e il senso del loro lavoro – non vengano quasi mai esplicitati, anzi a volte non arrivino neppure alla coscienza, se non nella forma più sciocca che reazionaria della protesta contro un mondo ormai sordo e cieco ai valori del pensiero e delle belle arti o del lamento su una società che non dimostra il giusto ossequio per la sua grande tradizione culturale: lamento che, in una nazione-museo come l’Italia, una nazione che dal suo passato artistico, letterario e filosofico ha soprattutto tratto materia per la confezione di un’asfissiante retorica autocelebrativa, suona particolarmente stridulo. Non è facile prendere posizione contro il sistema che ci ha formato, anche perché questo significa in certa misura prendere posizione contro se stessi, mettere in discussione le scelte che si sono fatte, i libri che si sono letti, e insomma – dato che si tratta di qualcosa di più di un lavoro normale, dato che per molti è un lavoro che ha i tratti della vocazione – la propria intera esistenza. Non è facile.

La seconda ragione è più nobile, perché meno soggettiva, meno legata alle ambizioni e alle fragilità individuali. Il fatto è che l’insieme di saperi che chiamiamo umanistici è, oggettivamente, un patrimonio del quale appare assurdo volersi privare. In uno dei saggi raccolti in questo volume ricordo la magnifica definizione che Guido Calogero ha dato della cultura classica, «questo formidabile strumento di vita». Come rinunciare ai «formidabili strumenti di vita» che sono la letteratura, la poesia, l’arte e il pensiero del passato? Come accettare l’idea di non poter consegnare a chi verrà dopo di noi ciò che ci è stato consegnato da chi ci ha preceduto? Uno dei più pessimisti tra gli osservatori della cultura corrente, Alain Finkielkraut, ha ricordato che «il testimone può cadere a terra», cioè che il tesoro di arte e di scienza che ha arricchito la vita di generazioni di occidentali rischia di non trovare eredi capaci di amarlo e di farlo fruttare (Alain Finkielkraut, L’ingratitudine, Milano, excelsior 1881, 2007). Chi può restare a guardare, inerte, mentre ha luogo questa dissipazione?

E infatti ci si mobilita. Si maledice l’insensibilità dello Stato che non finanzia a sufficienza l’istruzione e la cultura disinteressata: si chiedono più insegnanti, si reclamano più fondi ma insieme si precisa, in polemica con un ex-ministro, che «con la cultura si mangia eccome»; si varano iniziative per la promozione della lettura; si firmano manifesti in difesa del liceo classico, in difesa delle humanities all’università; ci si scandalizza perché l’inglese prende il posto dell’italiano in alcuni corsi universitari; si firmano petizioni contro la chiusura degli Istituti di cultura all’estero e contro la soppressione delle cattedre di italiano nelle università straniere; s’incolpano, da sinistra, il mercato e il neoliberismo ostili ai valori autenticamente umani; da destra, l’abbassamento degli standard scolastici e la liquidazione dell’alta cultura a vantaggio del pop; si legge Dante, ovunque; si catechizza in nome della Bellezza. In altre parole: non si nutrono dubbi sulla validità dell’istruzione umanistica tradizionale oggi, ma si maledicono le condizioni, l’ambiente così poco accogliente nel quale essa si trova calata. Questo atteggiamento di difesa si riflette talvolta nella psicologia dei difensori, i quali sviluppano una sorta di spirito missionario, e coltivano l’idea di essere gli ultimi baluardi di una civiltà minacciata dai barbari, se non addirittura gli ultimi sani di mente in un mondo di pazzi. Nevrosi, rabbia, piccole manie ridicole sono il prezzo che si paga per questo spesso malriposto senso di superiorità.

I saggi raccolti in E se non fosse la buona battaglia? sono scritti dal punto di vista di chi ha ricevuto un’educazione umanistica tradizionale e vorrebbe che questa educazione avesse un futuro, cioè esistesse ancora nel mondo di domani. Questa speranza privata urta però contro la consapevolezza che, per come le cose si profilano all’orizzonte, questo futuro potrebbe non esserci; o meglio, contro la consapevolezza che tutto potrebbe andare avanti in questo modo ancora a lungo – l’istruzione è il più inerziale dei sistemi – ma con una sempre più marcata perdita di senso, e con una sempre più evidente sconnessione rispetto al mondo come è. Questi dubbi, che corrispondono ad altrettante domande (che cosa studiare? Come? A che età? A quale scopo?), affiorano nel corso del libro: insieme, mi auguro, a qualche ragionevole ipotesi di soluzione. E dei dubbi e delle questioni aperte discuto più ampiamente nell’ultimo capitolo, ponendomi la semplice domanda che è giusto porsi se, in una materia così viva, si vuole entrare nel merito senza accontentarsi delle generalità, o – come accade in tanti saggi dedicati all’istruzione umanistica – dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni: se potessi tornare indietro, seguirei la strada che ho seguito? Consiglierei ai miei figli di seguirla?

Claudio Giunta

E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica

Il Mulino 2017
300 pagine, 16 euro
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