Per evitare che i sapientoni di internet siano di peso a chi sa le cose e per renderli utili alla società

È triste la condizione di chi, facendo una pausa da studi matti e disperatissimi, cerchi ricreazione nella propria bacheca Facebook, e la trovi stipata di opinioni inattrezzate di gente la cui massima sfida intellettuale è stata quella a Candy Crush, e che cionondimeno ha lo stesso diritto di parola di chi sa le cose. Questa gente non ha intenzione di mettersi in pari, d’informarsi, di tacere e approfittare dell’enorme biblioteca gratuita che ha dentro il computer per migliorarsi e sapere di che parla. Considerata l’attuale deplorevole condizione in cui versa il mondo, penso che tutti convengano che questo straordinario numero di ignoranti, presuntuosi, tanto più volitivi quanto più sono digiuni del tema di cui dissertano, sia un ulteriore enorme fardello; sarà pertanto considerato salvatore della patria chiunque riesca a escogitare un metodo onesto, economico e semplice per riconvertire questi individui in ciò che erano fino a non molti anni fa: gente che al massimo avrebbe asserito d’essere in grado di tirare il rigore di Baggio, ma non di risanare il debito pubblico.

 

Cari millennial che avete letto il titolo di quest’articolo (e già è tanto se arriverete alla terza riga, con lo span d’attenzione che è proprio di neuroni abituati a giocare a Angry Birds) sul telefono gratis: sappiate che, se passa la nostra modesta proposta, la pacchia è finita.

Cari coetanei (miei) che questo articolo non lo state leggendo, perché l’inerzia continua a farvi comprare giornali come quando li leggevate, ma ora li lasciate lì a prendere polvere (l’overdose d’informazioni vi ha resi più ignoranti di quando alle medie facevate le ricerche con le forbici e la colla e se non sapevate qualcosa d’un libro, d’un film, d’un avvenimento storico dovevate affaticarvi a cercare tra mille libri, mica bastavano tredici secondi su Google): urgono provvedimenti drastici.

Da queste parti abbiamo una proposta di contenimento dei danni, visto che ormai l’internet, come il nucleare, c’è. La proposta è: pagarne a cottimo l’utilizzo. Non iniziate a strillare alla censura (classica reazione da mitomani: ma perché dovrebbero censurarvi, quale influenza pensate di avere?). Arginare i danni di internet facendola costare qualcosa – anche una cifra simbolica: se dovessimo pagare un centesimo per ogni opinione che ci urge esprimere su temi di cui non sappiamo niente, improvvisamente ci urgerebbero tutte molto meno – non è un modo di uccidere la libertà di pensiero (il concetto più equivocato del secolo: libertà di pensiero vuol dire che non ti possono arrestare per quel che pensi, non che dobbiamo tutti stare a sentire le tue stronzate); è un modo di arginare la dittatura dell’incompetenza.

Della bontà della nostra proposta non vogliamo certo convincervi con ragionamenti teorici – troppo complessi per le disabituate sinapsi di chi ormai, se non ricorda la data della presa della Bastiglia, invece di morire di vergogna dice «Beh? Che problema c’è?» e ricorre a Wikipedia (un’accozzaglia di informazioni non verificate, compilate da non competenti, che ha la prosopopea di definirsi “enciclopedia”) – ma con qualche esempio nel quale anche i più distratti di voi riconosceranno la propria esperienza on line.

Tempo fa una mia amica ha pubblicato sulla propria bacheca Facebook una foto. C’era lei con alle spalle, su sfondo chiaramente museale, La danza di Matisse, uno dei quadri più noti e riconoscibili della storia delle arti figurative. Nei commenti c’erano un paio di ipotesi errate («Sei al MoMA?») e moltissimi «Dove sei?». Nel tempo in cui si digita «Dove sei?» si ottiene da Google la risposta: La danza è all’Hermitage di San Pietroburgo. Ma, nell’epoca in cui tutti cianciano di produzione di contenuti (qualunque cosa essa sia), il cittadino con banda larga non vuole rendersi indipendente procurandosi informazioni: vuole ascoltare il suono della propria voce. Non vuole allargare il campo delle proprie conoscenze: vuole lasciare il millesimo commento sul caldo percepito, la casta che ci ha arrubbato il futuro, i figli che non si toccano e piuttosto che vaccinarli non li mando a scuola acciocché raccolgano l’eredità di scempi ortografici di famiglia senza interferenze esterne. Non vuole cercare di ricordarsi d’aver studiato storia dell’arte alle medie: vuole fare conversazione senza possedere i crismi della civiltà della conversazione.

Qualche mese fa un editorialista ha fatto un tweet sui topi a Roma e l’ipotesi di usarli per nutrire i poveri. La frase che introduceva il suo paradosso era «A modest proposal». Nessuno, tra quelli che gli hanno risposto con vari gradi di indignazione, aveva pensato: come mai c’è questa frase in inglese a me ignota, in un tweet in lingua italiana? Ci volevano dieci secondi, a cercare su Google, ma nessuno l’aveva fatto. Nessuno aveva scoperto l’esistenza di Jonathan Swift, rendendo quella giornata la migliore delle giornate: una giornata in cui hai imparato qualcosa.

Eccetera.

Il non-paradosso è che, se tutta la conoscenza del mondo è a tua disposizione gratis, non te ne frega più niente di imparare qualcosa. È un meccanismo che chiunque frequenti i social conosce.

In attesa che nasca l’eroico direttore che non permetterà ai passanti di esprimere la loro superflua opinione sugli articoli che pubblica, chiunque legga i commenti sotto un articolo di giornale su una qualsiasi piattaforma on line nota due cose.

La prima è che nessuno dei commentatori ha letto l’articolo sotto il cui link dibatte: hanno letto il titolo; e se, come a volte accade, il titolo sostiene la tesi contraria a quella dell’articolista, il cento per cento dei commentatori on line dibatterà d’una tesi che non è quella dell’articolo, dimostrando plasticamente di non averci sprecato, sull’articolo che è tanto ansioso di commentare, neppure un clic (del problema di continuare a misurare dai like il successo di articoli che nessuno ha aperto discutiamo un’altra volta).

La seconda cosa che si nota è che nessuno dei commentatori ha letto i commenti lasciati prima del suo, e quindi nel suo commento chiederà informazioni che sono già state fornite, solleverà obiezioni che sono già state demolite, dimostrerà una volta di più che la conversazione orizzontale non è una conversazione: è una serie di monologhi paralleli scritti da un drammaturgo scarsissimo.

Tutto questo avviene nell’epoca del gratuito. Ora che siamo a ottanta righe e abbiamo di certo perso i millennial per strada, possiamo rievocare tra anziani come si stava quando si stava peggio.

Era la metà degli anni Novanta, ci si collegava a internet con dei modem che facevano un fischio che se lo racconti adesso sembri Carlo Conti quando parla dei telefoni a gettone. Era talmente un’altra epoca che il giornale più all’avanguardia era L’Unità, l’unico tra gli italiani che potessi leggere da casa, a mezzanotte, senza dover aspettare la mattina dopo. Non c’era Foodora, i pacchi di Amazon arrivavano dall’America, una macchina con autista dovevi ancora prenotarla al telefono, ma leggere la rubrica di Michele Serra dal mio salotto fu il primo squarcio: nel futuro non avrei più avuto bisogno di uscire di casa. L’unica previsione che non sbagliai, in tutta questa faccenda. Tutto il resto lo toppai clamorosamente: ero convinta che in futuro avrei saputo tutto, tutti avremmo saputo tutto, avrei letto tutto, con la biblioteca di Babele a collettiva disposizione ci saremmo capiti, non sarebbe più esistita incomunicabilità e riferimenti non condivisi. Dovevo essere stata assente (sarà stato morbillo) il giorno in cui avevano spiegato Borges. Fatto sta che, tapina, quando stampavo centinaia di articoli americani (li stampavo, perché mica si poteva stare collegati tutto il giorno o leggerli sul cellulare), pensavo che il futuro fosse un’orgia di conoscenza.

Il presente, intanto, era costoso. Avere internet a casa era un lusso, e sarebbe stato così ancora per un bel po’. Erano costosi anche i giornali stranieri che si compravano nelle edicole del centro di Roma e di Milano, e perdipiù arrivavano mesi dopo. Nel 1997, a RadioRai, il mio co-conduttore leggeva le notiziole dalle riviste musicali inglesi e io sbuffavo in onda: erano di settimane prima, io avevo già letto anche le smentite sui siti di spettacolo. Tuttavia, non sembrava che una cosa avrebbe sostituito l’altra. Almeno non sembrava a me, reginetta delle previsioni sbagliate.

Internet era un lusso. Internet sul cellulare, poi, non ne parliamo. Quindici anni fa, tra telefonate e collegamenti lentissimi con browser che oggi ci farebbero lanciare l’attrezzo dalla finestra, pagavo per il mio primitivo smartphone una bolletta bimestrale dell’importo che oggi spendo in quattro anni (non è un refuso). Per non parlare delle riviste da dieci euro a botta, che saremo rimasti in una dozzina a comprare, in quei luoghi per pervertiti passatisti che sono le edicole internazionali, mete di feticisti della carta e della polvere. Quando facciamo i conti di quanto ci siamo impoveriti e di quanto sono diminuiti i nostri guadagni non calcoliamo mai quanto sono diminuite le spese. È una buona notizia? Certo che no: niente di ciò che è gratuito vale qualcosa. Vali quel che qualcuno è disposto a pagare per leggerti, vederti, ascoltarti. E non basta obiettare che niente di ciò che è gratuito è davvero gratuito: se ascolto la tua canzone su YouTube, invece di comprare un disco o anche solo un mp3, tu incasserai comunque qualcosa (se non sei un emergente ma un nome affermato), avendo un accordo con YouTube sui proventi della pubblicità, ma io ti percepirò sempre come uno che si dà gratis. Ogni volta che vedo qualcuno vantarsi del record di visualizzazioni d’un video, o di clic su un articolo, o di like su Facebook, penso: come puoi credere che ti stimi, se non sono disposta a pagarti?

Quand’è che abbiamo iniziato a scrivere un rifacimento collettivo della Fattoria degli animali in cui tutti i commentatori disinformati sono uguali, ma io sono più uguale degli altri? Quand’è che il gratuito ha ucciso la curiosità intellettuale? Quand’è che siamo diventati tutti immunologi, geologi, costituzionalisti, critici letterari, e pronti a sbraitare: «Ho il diritto di esprimere la mia opinione»? Quand’è che il diritto di chi ha studiato a dirti che la tua opinione è scema è diventato censura, casta, o – che Tom Wolfe ci perdoni – “radical chic”? (“radical chic”, nell’utilizzo che ne fanno gli italiani inattrezzati, è lessicalmente esemplare: prendono una tipologia definita in un libro che non hanno letto, e costituita da miliardari che si baloccavano con l’estrema sinistra, e la usano per indicare partite iva da cinquantamila euro lordi l’anno che vivono in affitto. Scene di lotta di classe portate avanti da gente che non ha capito com’è fatta una classe sociale).

Non riconosciamo abbastanza meriti a Nanni Moretti. Sì, le preconizzazioni sul Papa, il gran rifiuto, la psicanalista, i processi di Berlusconi, la fine del Pci, per carità, come Pizia ha un repertorio spesso citato e lodato. Ma manca la voce più importante. «Tutti parlate di cinema. Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Io non parlo di cardiologia, di radiologia, io non parlo delle cose che non conosco». Era il 1981, e in Sogni d’oro Moretti stava già litigando su una bacheca di Facebook.

Il fatto è che l’internet, quella sterminata biblioteca che ci arriva in casa pagando un’irrisoria tariffa dati, teoricamente ti permette di parlare con cognizione di causa di tutte le cose elencate. Se solo la pigrizia indotta dal suo essere gratuita, e quindi immeritevole d’attenzioni serie, non c’inducesse a trattarla non come una bibliografia da studiare ma come una tv accesa in sottofondo la domenica pomeriggio, da scanalare tra una D’Urso, un documentario, una replica in bianco e nero, senza aver mai voglia di capire di che si parla, senza imparare mai niente.

Di solito a questo punto arriva qualcuno che dice che non è il mezzo, è come lo usi: Facebook, Twitter, Google non sono né buoni né cattivi, sta a noi selezionare la nostra bolla. Pierluigi Battista, che ha dedicato il suo nuovo libro (A proposito di Marta, Mondadori) a teorizzare che i giovani non siano peggio di noi, dice che sua figlia venticinquenne su Facebook ha scoperto l’esistenza d’un libro di Grossman, e «i detrattori seriali dei social, i borbottatori permanenti devono pur capire che in una piazza virtuale e immensa dove si radunano miliardi di persone e convivono cose belle con schifezze inaudite, quelli come mia figlia si informano principalmente proprio lì». Che una venticinquenne (ma pure un cinquantenne) scopra da Facebook l’esistenza d’un libro non è però cosa che io, borbottatrice in servizio permanente effettivo, metta in dubbio. Quel che mi sembra eccezionale è che poi quel libro la navigatrice on line lo compri e lo legga. Perché quel che succede in genere è che non quelli «come sua figlia», ma tutti quelli che vedranno una citazione qualunque da un qualsiasi libro in rete si sentiranno per il solo averla adocchiata autorizzati a discettare della poetica dell’autore. Fosse pure una frase del Mein Kampf sotto cui qualcuno (un distratto, un provocatore intellettuale, uno che ha creduto a suo cugino) ha scritto «tratta dal Piccolo principe». Non vale solo per la generazione figlia-di-Battista: è pieno di adulti che s’informano solo su Facebook, ed è ben più desolante; le venticinquenni pazienza, le venticinquenni hanno solo il dovere di crescere.

Poi ci sarebbe un’altra questione: ma noi che, ventenni, non avevamo Facebook, i libri come li scoprivamo? A 23 anni scoprii quello che sarebbe diventato uno dei miei romanzi preferiti perché, su una rivista che avevano comprato i miei genitori, si raccontava che dietro alla trama c’era del pettegolezzo: l’autore, Martin Amis, aveva lasciato la sua storica agente e moglie del suo migliore amico per farsi rappresentare da un agente detto “lo squalo” che gli aveva fatto avere un anticipo molto più grosso. Più di vent’anni dopo, come andrebbe?

Prima ipotesi. Vedo segnalato su Facebook un articolo che parla dell’uscita d’un nuovo romanzo, L’informazione; incuriosita, aggiungo il link ai bookmark promettendomi di leggerlo poi; il “poi” non arriverà mai, considerato anche che negli ultimi tre mesi ho bookmarkato cinquecento articoli: tanto, è gratis.

Seconda ipotesi. Vedo un articolo che segnala l’uscita del libro in Italia e sbuffo che certo, lo so, è uscito in Inghilterra l’anno scorso, su Facebook avevo già visto un articolo del Guardian, roba vecchia (e intanto il libro non l’ho letto, perché l’overdose d’informazioni me l’ha fatto percepire come già noto).

Terza ipotesi. Al cinquantesimo status su Facebook di giovane scrittore che s’indigna (l’indignazione è lo stato d’animo permanente dell’internet: tanto, è gratis) perché coi soldi che danno ad Amis potrebbero invece foraggiare i romanzi sperimentali d’un centinaio di effettivi dolenti e aspiranti eruditi, e tutti i romanzieri sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, mi passa la voglia di leggere quel libro: l’overdose induce nausea.

Primo flashback. Undici anni fa.

«Smettila di leggere l’internet»

«Bernadette del Bernadette blog dice…»

«Bernadette scrive senza essere uscita dal pigiama. Tommy, che te ne importa? È una col freezer pieno di prodotti dietetici e ha cinque gatti».

«Il New York Times citerà Bernadette, dimodoché il popolo possa avere voce e il Times possa dimostrare di non essere un media elitario. Io li preferivo quand’erano élite. Sono un fan delle competenze. È come se avessimo tutti passato gli ultimi cinque anni in un film intitolato La rivincita dello smanettone. Deve importarmene dell’internet, Simon, e sai perché? Perché importa a tutti».

È il settembre del 2006. Facebook è un network universitario che in quei giorni sta cominciando ad aprire all’esterno. Studio 60 è una serie ambientata dietro le quinte d’un varietà del sabato sera. Due comici sono in camerino, e leggono una recensione. Cioè, una recensione: un’opinione non elitaria, agli albori del popolo che ha-diritto-ad-avere-la-sua-opinione. Studio 60 durerà una sola stagione. Finirà nella primavera successiva, sette settimane dopo l’uscita nelle librerie italiane di La casta. Nessuno riconoscerà a quell’unica stagione di tv d’essere stata Cassandra. Aaron Sorkin, che aveva scritto Studio 60, aveva intuìto lo Zeitgeist almeno quanto Gian Antonio Stella. Undici anni dopo, sto pensando di stamparmi una maglietta: “Li preferivo quand’erano casta. Sono una fan delle competenze”.

Secondo flashback. 1971.

Nel primo libro di Fantozzi c’è una scena di grande imbarazzo che diventerà un classico della goffaggine comica (decenni dopo ce ne sarà una anche in Bridget Jones): Fantozzi e Fracchia si presentano a una festa in maschera col costume sbagliato. Il dress code è “la pittura preraffaellita inglese dell’800”. Loro naturalmente non sanno cosa sia, e fanno l’equivalente novecentesco di quel che oggi è cercare su Google: chiedono a dei conoscenti.

«Fantozzi domandò allora lumi a un rappresentante di vernici col quale aveva avuto degli sporadici incontri al bar, e questi li fece orientare sulla pittura fosforescente. “Roba da fantascienza” disse Fantozzi riattaccando la cornetta del telefono. “Ci vestiremo da astronauti, però con delle vernici speciali.” L’ingresso alla festa delle due coppie fu allucinante. La gente non rideva neppure, perché capiva che non era uno scherzo ma una tragedia dovuta alla mancanza della Treccani in casa di Fracchia».

C’è stato un tempo in cui l’impossibilità di consultare un testo considerato autorevole era una tragedia. C’è stato un tempo in cui le enciclopedie non le scrivevano dilettanti per cui partecipare è più importante che essere attendibili. C’è stato un tempo in cui se sapevi cosa significava «preraffaellita» ti risparmiavi una figura di merda, mica ti garantivi di venire schernita come «maestrina» che vuol far pesare le sue conoscenze. Era un secolo fa. Per comprare la Treccani si mettevano da parte i soldi; senza che a nessuno, neppure a chi non se la poteva permettere epperciò faceva figure barbine alle feste in maschera, venisse in mente di dire che era un esecrabile meccanismo elitario con cui la casta voleva impedire alle masse il diritto fondamentale a esprimere la loro opinione – cioè che i preraffaelliti dipingessero fluo.

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