Magazine / Prologo

Webb con due b

IL 95 22.09.2017

Perché vogliamo chiudere Internet

Un tempo eravamo tutti commissari tecnici della Nazionale e in giro non c’era essere umano di sesso maschile che non fosse convinto di saperne di più, molto di più, degli allenatori di calcio professionisti in fatto di tattica e di sistemi di gioco. Non è cambiato niente, va ancora così e in fondo andrebbe anche benissimo se solo ci limitassimo al calcio o ad altri deliziosi passatempi. Il punto è che ci siamo allargati. Siamo diventati anche un popolo di costituzionalisti, biologi, meteorologi, criminologi ed esperti di mille altre discipline di cui non sappiamo nulla; versione diffusa e partecipata del mussoliniano «un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori». Ma se quella era propaganda di regime, oggi pensiamo davvero di dover spiegare ai virologi come combattere la diffusione dei virus, agli ingegneri come costruire i ponti, ai jihadisti come interpretare gli hadith del Profeta e ai banchieri centrali i rudimenti di politica monetaria.

Studiamo su Google, ci laureiamo su YouTube, ci specializziamo su Wikipedia e, per meritato contrappasso, subiamo la rivincita sociale di quelli che un tempo venivano derisi perché corroboravano le loro enormità con la prova regina del «me l’ha detto mio cugino».

Siamo arrivati al punto che uno youtuber spieghi alla più grande storica di Roma antica, l’inglese Mary Beard, la composizione etnica dell’Impero romano; o che il wikibiografo di Philip Roth pretenda di conoscere la genesi di un suo romanzo meglio dello stesso autore (e quando Roth ha provato a far cancellare la falsa informazione, Wikipedia ha risposto che sul suo romanzo, proprio perché ne è l’autore, Roth non è una fonte credibile).

Questo impazzimento generale nasce però da una formidabile idea, talmente accattivante che si fatica a rinunciarvi: la libera circolazione delle informazioni è di per sé un fattore di maggiore conoscenza e di consapevole partecipazione alla vita pubblica. Tutto il sapere del mondo a portata di tutti; fine dell’ignoranza; progresso assicurato. Purtroppo non è andata sempre così: con l’informazione circola anche la disinformazione e, inoltre, la possibilità di accedere in modo istantaneo a questa massa non filtrata di dati e di nozioni, oltre alle bufale, cancella quasi del tutto la capacità di selezionare, di valutare, di discernere. Cioè di conoscere.

Quando ero alle medie mi chiedevo a che cosa servisse perdere sonno con la matematica visto che per fare di conto si usavano già le calcolatrici, ma allora non c’erano ancora le applicazioni pratiche di Zuckerberg o di Larry Page a potermi aprire gli occhi (e soprattutto ero alle medie). Poco male se non sono stato io a scrivere l’algoritmo di Facebook o di Google, ma il punto è un altro: se è vero che senza l’algoritmo non c’è la Silicon Valley, è altrettanto vero che senza conoscere nulla non c’è democrazia.

Quella mia ingenuità adolescenziale si è diffusa in tutta la società, oltre le scuole medie: che bisogno c’è di studiare, infatti, se posso controllare su Google? A che serve un oncologo se sui social dicono che posso prevenire il cancro usando un sapone a base di aloe? Perché devo comprare un giornale quando posso informarmi dai citizen journalist senza padroni? Che cosa me ne faccio dei vecchi riti della democrazia rappresentativa quando con un clic mi regalo un reddito di cittadinanza e molto altro?

Il giornalista americano Franklin Foer ha appena scritto un libro sul «mondo privo di senno» in cui viviamo (World Without Mind), ed è normale che senza un antidoto efficace si rischi la catastrofe civile, in particolare in quei Paesi dove la scuola dell’obbligo è stata concepita disinteressandosi della qualità dell’insegnamento e con l’obiettivo principale di assorbire occupazione (come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).

Consiglio di leggere il libro di Foer, un ex entusiasta delle magnifiche e progressive sorti del Web, ma la diagnosi perfetta sullo spirito del tempo digitale risale ai primi del Novecento e l’ho letta in esergo a un capitolo del più bel saggio del 2017, The Retreat of Western Liberalism, di Edward Luce: «La democrazia non è la moltiplicazione di opinioni ignoranti».

Non c’è da aggiungere altro, se non che la frase è di Beatrice Webb, con due b.

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