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2017, il capovolgimento diabolico del sogno pannelliano

IL 96 20.10.2017

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In politica conta solo il kairos, il tempo opportuno, il tempo dell’occasione; e ad acciuffarlo, come in un gioco di rubabandiera, spesso non è il più bravo, è semplicemente il più ladro

Quando c’era Lui, caro lei, i treni arrivavano puntuali. Certo, il rispetto dell’orario ferroviario non è tutto in un Paese; come diceva Massimo Troisi, non c’era bisogno di fare Mussolini capo del governo, bastava farlo capostazione. Poi venne la Repubblica, e calò sui binari un’esasperante anarchia. I partiti, ciascuno con il suo treno, presero ad accumulare ritardi, a volte piuttosto vistosi, sull’orario ferroviario della storia mondiale. Il convoglio dei comunisti italiani, per esempio, era atteso alla stazione di Bad Godesberg nel 1959, svincolo indispensabile per presentarsi in orario alla Leopolda nel 1989. Ma per una serie di disguidi — la cocciutaggine dei macchinisti, i vagoni rallentati dal sovraffollamento — dovette ripiegare, con trent’anni di ritardo, sulla vicina stazione della Bolognina e quando si fermò alle tappe successive molti passeggeri, sfiancati dall’attesa, erano già saliti su altri treni.

Il tempo è fuor di squadra, out of joint, diceva Amleto; ma in politica la puntualità non è una virtù trascurabile, e chi non tiene d’occhio il tabellone delle partenze e degli arrivi va incontro a una serie frustrante di appuntamenti mancati. Così, mentre la locomotiva comunista arrancava su un binario morto fischiettando Guccini, il trenino dei radicali sfrecciava con spaventoso anticipo, e nei primi anni Novanta era già lì ad attendere i compagni passeggeri del Pci in un immaginario Blue state italiano, con la proposta di un Partito Democratico all’americana. A volte, poi, il macchinista Marco Pannella si presentava in anticipo non soltanto sugli altri treni, ma addirittura sulla costruzione della stazione. Nel 1989 i radicali avevano già scoperto internet, con Agorà telematica, e nel 2000 avevano usato la Rete per eleggere il Comitato nazionale. Era troppo presto, imperdonabilmente presto; così, quando la stazione fu pronta, a prendere a bordo i passeggeri furono un comico cialtrone che fino a pochi anni prima andava spaccando i computer sul palco e un imprenditore mitomane capace al massimo di organizzare plebisciti elettronici truffaldini.

In politica conta solo il kairos, il tempo opportuno, il tempo dell’occasione; e ad acciuffarlo, come in un gioco di rubabandiera, spesso non è il più bravo, è semplicemente il più ladro. Verso la fine degli anni Ottanta, Pannella ha un’altra prodigiosa intuizione: lo Stato-nazione ottocentesco, pensa, non è più il contenitore delle scelte politiche cruciali; per governare il mondo che verrà servono partiti transnazionali, capaci di agire attraverso le frontiere. I tempi, però, sono così poco maturi che la svolta transnazionale dei radicali sarà vissuta da alcuni dirigenti e militanti come un mero suicidio del partito, da altri come la trasformazione in una ong animatrice di grandi campagne per i diritti umani e civili, traguardo meritorio ma irrisorio rispetto alle ambizioni originarie. Ma la storia non è mai a corto di ironie, spesso di cattivo gusto; così, qualcosa di simile al partito transnazionale la sta creando oggi l’arcinemico dei radicali all’Onu, Vladimir Putin. Non è soltanto il vecchio imperialismo, e neppure una variante dell’internazionalismo o delle federazioni di partiti ideologicamente affini. Sotto la guida di Putin — che punta su movimenti e leader locali offrendo loro supporto logistico, dossier spionistici, infiltrazioni elettorali, centrali di disinformazione, proposte di accordi dai contorni oscuri — si sta formando un network transnazionale di forze che, in mancanza di meglio, chiamiamo populiste.

Da Donald Trump a Nigel Farage, dal Front national all’AfD, dal FpÖ austriaco agli interlocutori italiani designati, ossia la Lega e il M5S, un losco ma puntualissimo treno fantasma si aggira da anni per l’Europa e per l’America, tirando su folle di passeggeri. È il capovolgimento diabolico del sogno pannelliano. E già che siamo in tema, non chiamiamolo partito transnazionale. Chiamiamolo Transiberiana.

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