Explicit / Non fiction

Al mercato delle regionali siciliane

di GIUSEPPE LORENTI
12.10.2017

Il mercato del pesce di Catania

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Da Catania a Palermo, viaggio nella campagna elettorale per le consultazioni del 5 novembre che eleggeranno il nuovo presidente e i 70 deputati dell'assemblea regionale

Quando ero poco meno che adolescente mio padre non voleva, anzi mi vietava di andare alla pescheria. Nei primi anni Ottanta, almeno secondo Ugo, mio padre, quello era un luogo malfamato e per un ragazzino borghese di presunte e potenziali buone maniere come il sottoscritto non era il posto ideale da visitare. Tanto più che si trovava al confine con il quartiere San Cristoforo, residenza di Nitto Santapaola e Cosa Nostra catanese, dove ogni settimana veniva assassinato qualcuno, per una contabilità cimiteriale che raggiungeva i 100 morti ammazzati l’anno. Io, invece, impazzivo dalla voglia e dalla curiosità di camminare tra i banchi del pesce ma soprattutto morivo dalla curiosità di vedere la Fontana dell’Amenano. I miei compagni di classe mi raccontavano di questa fontana che, a Catania, tutti chiamano «acqua a linzolu» ed io, che oltre a essere borghese e di buone maniere ero un po’ addormentato mi ero fatto convinto di trovare una fontana, bianca e traboccante di barocco, ma inspiegabilmente avvolta in un enorme lenzuolo che immaginavo coprisse un evidente stato di degrado.

Il giorno in cui, finalmente, riuscii a varcare il confine di Piazza Duomo e feci il mio primo ingresso in pescheria scoprii che era chiamata «acqua a linzolu» perché l’acqua, tracimando dalla vasca, produceva un effetto cascata che dava la sensazione di un vero e proprio lenzuolo, anche questo bianco e barocco. Da allora, sia per superare il trauma del mio essere addumisciuto sia perché avevo sperimentato che trasgredire ai voleri di mio padre era uno dei miei piaceri adolescenziali preferiti, ho preso l’abitudine di andare una volta alla settimana al mercato del pesce per fare la spesa, bere un caffè e sentirmi pienamente catanese.

Ed è andata così, anche, lo scorso 20 agosto. Mi trovavo al banco del sig. Mimmo, il mio consulente in fatto di calamari spigole e gamberoni e contrattavo sul prezzo di un kg di pesce spada, che d’improvviso si manifestava ai miei occhi il deputato 5 Stelle Alessandro Di Battista che annunciava, in diretta streaming, l’inizio del tour #atuttasicilia con cui si apriva, ufficialmente, la campagna elettorale per le Regionali in Sicilia del prossimo 5 novembre. «Siamo appena sbarcati da Napoli e oggi, dal mercato del pesce di Catania iniziamo la campagna elettorale che condurrà Giancarlo Cancelleri alla guida di questa Regione», proclamava impettito il Dibba ma mentre sorrideva agli occhi della telecamera alle sue spalle erompeva una voce squillante, determinata: «Giovanotto, spostati che qui dobbiamo lavorare». Una manciata di secondi, uno scambio di sguardi complici ed io avevo già trovato il mio eroe di questa tornata elettorale. «Ma cu è Battisti? Cui Di Battista? E cu u canusci. Io faccio il pescivendolo ma a mare non ci vado perché annunca vomito». Daniel Molino, ambulante della pescheria e primo e indiscusso protagonista delle elezioni siciliane. Che tenerezza quel volto, sgomento, imbarazzato e un po’ ridicolo dell’on. Di Battista. Come avrei voluto abbracciarlo, come avrei voluto regalargli quel kg di pesce spada che, dopo una veloce e animata trattativa, conservavo nella mia busta di plastica, come avrei voluto invitarlo a pranzo. Impossibile, perché la macchina elettorale a 5 Stelle era partita e già pronta per una nuova avventura in quel di Gela, dove non c’è il mercato del pesce ma ci sono migliaia di costruzioni, pubbliche e private, totalmente abusive. Sì, proprio quella Gela del Governatore più “pasoliniano” della Storia d’Italia, Rosario Crocetta, il successore di Totò Cuffaro prima e Raffaele Lombardo poi alla guida della Regione con quasi 15mila dipendenti, con un rapporto di un dirigente ogni nove dipendenti, per un costo annuo complessivo di 630 milioni di euro, come ha, recentemente, denunciato il Procuratore Generale d’Appello della Corte dei Conti Pino Zingale.

La Sicilia, quella terra che un giorno #diventeràbellissima secondo slogan e programma di Nello Musumeci, l’unico “pizzo” che piace ai siciliani, che si candida a governare l’isola alla guida della coalizione di centrodestra e che i sondaggi danno come il vero favorito alla vittoria finale. #diventeràbellissima perché «noi non abbiamo bisogno di una nuova Terra, ma di occhi nuovi per guardarla. Noi, in una parola, vogliamo soprattutto amarla questa Sicilia e amarla nonostante i suoi difetti. Noi crediamo – come Leo Longanesi – che più dei programmi contino le facce che li rappresentano». Appunto, le facce, perché a quanto pare alcune facce della coalizione e delle liste che appoggiano Musumeci non sembrerebbero così presentabili.

Io, nel frattempo, ho deciso di muovermi in direzione Palermo. Già, ma occorre che decida come andare dall’altra parte della Sicilia. Macchina? Treno? Autobus? Spostarsi dall’Oriente all’Occidente siciliano per un cronico indeciso come me si trasforma in dubbio amletico. Vado in macchina? Più comodo, 200 km per poco meno di due ore di strada. Ah però, l’A19, l’autostrada che collega Palermo e Catania, assomiglia a un percorso a ostacoli, un safari in cui però non si incrociano leoni, giraffe e ippopotami ma guard rail divelti, escavatori abbandonati che attendono operai in un susseguirsi di deviazioni e interruzioni. Tra queste la madre di tutte le interruzioni autostradali, quella del Viadotto Himera, crollato nell’aprile del 2015, e che costringe ancora oggi a uscire dall’autostrada tra Scillato e Tremonzelli oppure ad avventurarsi nella mitica «regia trazzera», l’infrastruttura a 5 Stelle, realizzata con i soldi dei deputati grillini. Sì, la trazzera è un percorso alternativo a patto che non ci sia maltempo, altrimenti chiude anche questa. Vado in treno? Comodo, però da Catania a Palermo ci si impiega oltre tre ore se va bene perché se becco il regionale di ore ce ne impiego cinque. Vado in autobus? Sempre poco meno di 200 km, sempre la madre di tutte le interruzioni e molte più fermate, poco meno di tre ore per arrivare in Occidente siciliano.

Palazzo Pretorio, Palermo

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Mi viene voglia di restare a Catania ma per la teoria della riduzione del danno mi decido per il viaggio in macchina. Così la mattina del 5 ottobre, sveglia alle 6.00, granita di pistacchio con brioche alle 6.30 e parto in direzione Palermo, dove alle 10.30 è convocata la conferenza stampa di Gaetano Armao, vice presidente designato della coalizione del centrodestra e leader dei Siciliani indignati. Puntuale ed elegante, alle 10.30, Armao fa il suo ingresso nel comitato elettorale di via XX Settembre ed esordisce: «Sapete che non mi spinge in politica né la ricerca di uno stipendio né di una pensione ma il senso di responsabilità di fronte alla drammatica situazione economica e sociale che attanaglia la Sicilia. Per questo ho accettato la proposta di accordo di Nello Musumeci ma nonostante quanto prospettato e le ineludibili conseguenze con gli impegni assunti e confermati pubblicamente e privatamente dal coordinatore di Forza Italia, il candidato presidente ha ritenuto di non inserirmi nella sua lista». Panico, sgomento e risate tra i presenti, il vero obiettivo dell’attacco del vice Presidente è il suo presidente. Non Claudio Fava, scandalosamente coerente libero e onesto e i suoi cento passi per la liberazione della nostra terra dal giogo di mafia e clientele, non la sfida gentile e la mission di Fabrizio Micari, che da rettore in aspettativa si scommette come il condottiero di «un progetto civico legato all’amore per la nostra terra», tantomeno Giancarlo Cancelleri, il cavaliere a 5 Stelle di «voi avete il potere nelle vostre mani e potete essere gli artefici della vostra riscossa. Scegliete il vostro futuro. Scegliete la vita» che a me ricorda più il trailer di Trainspotting che un programma elettorale.

Io esco dal comitato degli indignati di Armao e lui è fuori da liste e listino del presidente. Ho bisogno di prendere un po’ di aria e decido di fare due passi, anzi cento e mi dirigo alla volta del comitato elettorale di Claudio Fava, in piazza Sturzo. Siamo al centro della città, alle spalle del Politeama e alla fine di via Roma, il palazzo è un po’ anonimo e tappezzato dai manifesti “scandalosi” per Fava presidente. Entro, mi guardo intorno, mi siedo e mi sento, improvvisamente, come Marty McFly, il protagonista di Ritorno al Futuro, solo che a differenza di Marty non vengo proiettato negli anni Cinquanta ma nei Settanta. Gli anni dei dibattiti, dei tavoli comuni di lavoro, del pranzo collettivo. Sono, esattamente, queste le parole di Luca Casarini che, scopro, coordina la campagna elettorale di Claudio Fava. Un no global veneziano nelle terre del Gattopardo. Ascolto, osservo e da un momento all’altro mi aspetto o meglio temo che qualcuno si alzi e urli: «No. Il dibattito no!», o «La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca». Solo che accanto a me non c’è Emmett “Doc” Brown e fuori ad aspettarmi non troverò una DeLorean che mi riporterà a Catania ma la mia Citroën DS3 che nel frattempo è stata presa in ostaggio da Salvatore, parcheggiatore abusivo nonché proprietario di fatto di piazza dell’Olivella.

Che poi questi cento passi di Claudio Fava, che gli sono costati gli strali della famiglia Impastato, a contarli meglio sono 1.200: 100 per il lavoro e la dignità sociale, 100 per lo studio, 100 contro la povertà, 100 per le città, 100 per l’accoglienza, 100 per i beni comuni, 100 per il turismo e la cultura, 100 per l’economia, 100 per la mobilità, 100 per la salute, 100 per la liberazione della Sicilia e gli ultimi 100 per il Mediterraneo. Più che un semplice programma politico, quasi una mezza maratona. E se maratona deve essere che maratona sia e allora via di corsa all’ex cinema Imperia dove si apre la convention del centrodestra: Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con Salvini, Udc e Idea Sicilia. «Amici miei carissimi, abbiamo uno squadrone, settanta galantuomini di cui risponderò personalmente», tuona Gianfranco Miccichè con alla sua sinistra Renato Schifani e alla sua destra Nello Musumeci, i cosiddetti “tre presidenti”, dal passato di Schifani sullo scranno più alto di Palazzo Madama al futuro di Musumeci, governatore siciliano in pectore, a quello di Miccichè che si autodefinisce «prossimo presidente dell’Ars, a Dio piacendo». In platea e in prima fila il gotha del 61 a 0 delle politiche del 2001: Nino Beninati, Francesco Cascio, Francesco Scoma. «Rigeneriamo la Sicilia perché un giorno questa terra diventerà bellissima», è l’urlo di Sebastiano detto Nello e in effetti il suo Manifesto è una rigenerazione continua: del mare e dei litorali, di città e campagne, di sanità e cultura, dell’etica e del sociale. La rigenerazione delle responsabilità, delle opportunità, delle competenze. Praticamente un rigassificatore politico–economico.

Tutto questo susseguirsi di energie mi conduce «all’inchiostro della credibilità» di Giancarlo Cancelleri e alle pillole del suo programma, «cosa hanno fatto i politici negli ultimi decenni per la Sicilia? Nulla! Di cosa ha bisogno la Nostra Terra? Tutto! Ebbene, noi faremo tutto». Anche qui, una pillola per ogni cosa: imprese, sport, famiglia, ambiente, beni culturali, strade, trasporti e sanità. «Provare per credere», inneggiano i 5 Stelle, dall’inchiostro nobile e credibile ai mobili Aiazzone il passo è breve.

Si è fatta sera in questa Palermo popolata da ruderi e bellezze da togliere il fiato, per me è giunto il tempo della #sfidagentile di Fabrizio Micari. «Oggi la Sicilia finisce sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Non preoccupatevi, non parlano del teatrino politico locale, di chi vuole le liste pulite e urla all’altro di averle sporche e di chi si accontenta di lavarle con Perlana. La Sicilia è nelle prime pagine per la sua dolcezza. E aggiungo, per la sua gentilezza. Dal pistacchio ai fichi d’India, che dolce la Sicilia: la terra dei saperi e dei sapori, l’isola che c’è e che fa invidia al mondo intero. Questa Sicilia voglio conoscere e promuovere, a questa terra voglio dare risposte, dei siciliani mi voglio occupare». Così ci accoglie Micari anche se poi ci invita a non aspettarci granché rassicurandoci, però, che loro sapranno dove trovarci. Sarà gentile e sarà dolce la sua sfida ma detta così suona come una minaccia. La gentilezza di Micari mi ha messo un po’ paura e soprattutto mi ha fatto venire una gran fame, quella voglia di stigghiole e panelle, di cuccuzzedde e tenerumi. La Vucciria è vicina e mi fa tornare in mente quel piacere adolescenziale di trasgredire ai divieti di mio padre. Tra i pochi banchi ancora aperti un venditore ambulante mi riempie il panino di stigghiole e tenerumi e ascoltato il mio racconto di una giornata palermitana mi guarda, mi sorride e mi sussurra «i balati ra Vucciria ’un s’asciucanu mai» per lasciarmi intendere che le promesse non si realizzeranno mai. Così si dice a Palermo.

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