Dossier / Elezioni tedesche

Berlino, Giamaica

04.10.2017

Guida completissima al dopovoto tedesco e alle negoziazioni per un possibile governo: una acrobatica tripletta “caraibica”, formata da cristianodemocratici-liberali-verdi, rimane l’ipotesi più accreditata

IL pubblica “Noch 4 Jahre?” (“Ancora quattro anni?”), la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 
A poco più di una settimana dalle elezioni tedesche, abbiamo tutti i dati che ci servono per scomporre, sezionare ed analizzare il voto. Conosciamo la distribuzione geografica dell’elettorato, e le differenze fra zone urbane e provincia; sappiamo come hanno votato i giovani e gli anziani, gli uomini e le donne; abbiamo grafici e tabelle che ci mostrano il rapporto fra occupazione, reddito e livello di istruzione e il partito votato; ci sono chiari i flussi fra da un partito all’altro, e da/verso l’astensione.
 
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A sinistra la distribuzione geografica dei partiti, a destra le percentuali per AfD

 
Come dicevamo la volta scorsa, AfD fa il botto a Est (in Sassonia, ad esempio, scavalca la Cdu ed è il primo partito), ma va molto bene anche in Baviera, dove rimane stabilmente in doppia cifra e in molte circoscrizioni risulta addirittura il secondo partito, come evidenziato in questa mappa:
 
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La mappa dei partiti arrivati secondi in ciascuna circoscrizione: AfD molto forte non soltanto a Est, ma anche al Sud, in Baviera

 
Abbiamo quindi un quadro abbastanza dettagliato del nuovo panorama elettorale tedesco: a grandi linee conosciamo il profilo dell’elettore tipo di ciascun partito, sappiamo in che zone vive, se ha studiato, che lavoro fa, quanto guadagna.

Eppure, nonostante tutti questi dati, continuiamo a non avere una risposta soddisfacente alla domanda che, da domenica scorsa, frulla nella testa di tutti, politici e analisti, osservatori e semplici spettatori: qual è la ragione dietro il successo – perché di successo si tratta: 94 deputati, e di conseguenza, contributi per 16 milioni di euro per il lavoro parlamentare – di AfD?
E non ce l’abbiamo perché, semplicemente, diventa sempre più chiaro come ogni spiegazione “univoca”, che individui un motivo principale e decisivo alla base dell’exploit elettorale della destra, è troppo semplice. Incompleta e riduttiva.
AfD ha “vinto” per tantissimi motivi, intrecciati fra loro ma anche talvolta contraddittori, perché ha funzionato da prisma catalizzatore di istanze anche diversissime tra loro. Lì si trovano le storie dell’Est, che ha votato contro “l’invasione”, benché sia l’area del Paese in cui praticamente non ci sono rifugiati, come ben evidenzia il confronto fra due mappe pubblicato da Cas Mudde, politologo che si occupa di populismi:
 
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A sinistra, in rosso, le aree a maggiore concentrazione di presenza di immigrati; a sinistra, in blu, le roccaforti elettorali di AfD

 
Come ad esempio Wilsdruff, vicino a Dresda: 13.900 abitanti, 10 richiedenti asilo, AfD al 36 per cento.
Ma c’è anche la storia di Deggendorf, cittadina del Sud della Baviera in cui si trova uno dei centri di prima accoglienza, che ha visto, nei momenti più critici del 2015, l’arrivo di migliaia di rifugiati, e dove domenica scorsa AfD ha preso il 31,5 per cento.
Ci sono quelli che hanno votato AfD non perché ne condividano le idee o il programma, ma perché sono arrabbiati e delusi da Angela Merkel e dagli altri partiti, quello che per comodità chiamiamo “voto di protesta” e che tendiamo a identificare con il voto “di pancia”, di chi magari è meno istruito e più suggestionabile:
 
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A sinistra il voto per convinzione, a destra quello per delusione: AfD è l’unico partito in cui la barra a destra è più lunga, e di parecchio, di quella a sinistra.

 
Ma c’è anche chi, come Anna – nome di fantasia, giovane giurista di successo – ha votato AfD per una questione di “democraticità” legata alla politica di accoglienza dei migranti di Merkel, che ha unilateralmente forzato la mano su una questione di enorme importanza su cui il Bundestag avrebbe dovuto esprimersi. Anna è sicura che le dichiarazioni “à la Gauland” delle scorse settimane siano una provocazione, e comunque non riflettano il sentire comune della maggioranza del partito: e però c’è gente che ha votato AfD proprio per quelle dichiarazioni – come il 18 per cento di loro elettori che, in Sassonia, ritiene che i tedeschi siano “superiori per natura” agli altri popoli. AfD, insomma, è diventata un bacino di raccolta di istanze – e persone – diversissime, ed è per questo motivo che una spiegazione che non tenga conto di tutte queste storie non può risultare convincente, e rischia di lasciar fuori qualcosa di essenziale.
Gli effetti già si vedono: la questione dei rifugiati è tornata con più decisione su un tavolo che non aveva mai veramente abbandonato, ma in cui era finita in posizione defilata. E ora le posizioni dei populisti di destra contribuiscono a impostare l’agenda degli altri partiti, costretti a tornare sul tema. Ad esempio: Andrea Nahles, ex ministro del Lavoro nel governo Merkel appena concluso e votata qualche giorno fa capogruppo del partito al Bundestag (prima donna a ricoprire l’incarico), invoca una politica meno naïf nei confronti dei migranti e dice che,  se da un lato una maggiore integrazione rimane l’obiettivo obbligato, dall’altro «non siamo ingenui: se da noi arrivano un milione di persone, non saranno tutti educati. E chi non rispetta le regole, deve pagarne care le conseguenze». Dalle parti della Linke, invece, Sahra Wagenknecht dice che il partito si è mostrato «troppo debole» sulla questione dei rifugiati, e ha così perso molti potenziali elettori – che «non sono razzisti, sono amareggiati e si sentono trascurati». Il segnale è chiaro: tutti prendono le distanze da AfD e confermano di non volerci avere nulla a che fare, ma i suoi elettori e le ragioni che li hanno portati a diventarlo saranno uno dei “campi di battaglia” principali dei prossimi mesi.

Intanto, però, sono soprattutto tre le domande intorno a cui si giocheranno le prossime mosse: e riguardano la possibile coalizione di governo, da una parte, e i due blocchi dell’opposizione dall’altra.
 

1) Come si arriva in Giamaica?

Come dicevamo la volta scorsa, la Jamaika-Koalition è alla fine l’unica opzione possibile, ma la rotta per arrivarci sarà lunga e difficile. Angela Merkel non stravede per l’idea di formare un governo con due partner ad alto tasso di litigiosità potenziale, come la Fdp e i Grünen, ma soprattutto deve tornare a fare i conti con l’insoddisfazione e i mal di pancia dentro la Csu. I bavaresi, infatti, hanno perso oltre dieci punti nel loro Land (nel 2013 avevano preso il 49,3 per cento, stavolta il 38,8), e stanno tornando alla carica sui temi dell’immigrazione e dei rifugiati: convinti che il risultato deludente abbia molto a che fare con la politica di accoglienza di Merkel – mentre la cancelliera ritiene che parte della responsabilità ricada proprio sulla loro costante insistente sul tema, durante la campagna elettorale – la loro priorità è ora mostrare alla gente di “aver capito il messaggio”, e farlo in fretta: nel 2018, infatti, in Baviera si vota, e naturalmente la Csu ci tiene a rimanere alla guida di un governo regionale monocolore. E ci tiene soprattutto Horst Seehofer, leader e Ministerpräsident del Land, attaccato dai nemici interni al partito che già chiedono un suo passo indietro dopo un risultato ritenuto sostanzialmente catastrofico.
 
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Il Parlamento della Baviera, dove la Csu occupa 101 seggi su 180

 
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A sinistra Horst Seehofer, e a destra Markus Söder, leader dell’opposizione interna al partito

 
Seehofer aveva dichiarato, poche settimane prima del voto, che l’introduzione di un tetto al numero di migranti da accogliere non sarebbe rientrata nelle condizioni irrinunciabili per negoziare un accordo, una mossa che sembrava fatta apposta per favorire un’intesa con i liberali della Fdp e con i Verdi, da sempre contrari, come la cancelliera, a questa misura; ora, però, è probabile che il tema tornerà sul tavolo e che in generale la posizione dei bavaresi sia molto più rigida e le trattative più difficili. Addirittura, lunedì mattina era circolata la voce che Seehofer volesse mettere in dubbio la creazione di un gruppo parlamentare comune con la Cdu: questo rumour  è stato smentito in fretta, ma aiuta a capire l’aria di tensione che in questi giorni si respira dalle parti dell’Union. Alla fine, molti analisti ritengono che Seehofer riuscirà a ottenere qualcosa – non il tetto sui migranti, inaccettabile per gli altri potenziali partner di governo, ma magari ulteriori fondi sulla cosiddetta Mütterrente, la misura grazie alla quale vengono riconosciuti anni extra di contributi previdenziali per il periodo in cui i genitori stanno a casa a crescere i figli. Durante la campagna Merkel era contraria, ma ora sarà probabilmente costretta a cedere.
I “gialli” della Fdp si tengono più coperti, continuano a far trapelare molto scetticismo sulla realizzabilità dell’accordo di governo e ripetono che magari la Spd cambierà idea e si avrà una nuova Grosse Koalition (spoiler: no), ma questa cautela è probabilmente dovuta al fatto che, adesso, i liberali vedono il loro bersaglio più ambito a portata di mano: Wolfgang Schäuble diventerà presidente del Parlamento Federale e lascerà quindi il Ministero delle Finanze, a cui la Fdp punta da mesi – visto che, come dice il leader liberale Christian Lindner, è l’unico dicastero il cui titolare può permettersi di dialogare con la Cancelleria da pari a pari. Se ce la facessero sarebbe una grande vittoria, da pagare però con la garanzia di non mettere a rischio la stabilità della coalizione e scendere a compromessi sui punti più problematici: che vuol dire, essenzialmente, scendere a compromessi sull’Europa. Non è un caso, infatti, che dalle parti della Fdp le reazioni al discorso di Emmanuel Macron siano state decisamente fredde: particolarmente rigidi sul Patto di Stabilità e sul “no” a un budget comune, i liberali non vedono affatto di buon occhio l’idea di trasferire fondi dalle zone più ricche a quelle in crisi, un segnale che a loro parere funzionerebbe da disincentivo a intraprendere il percorso delle riforme proprio in quei Paesi in cui sarebbero più necessarie.
E specularmente non è un caso che, invece, lo stesso discorso sia stato accolto con entusiasmo dai Grünen, in particolare da Cem Özdemir, che ha twittato in francese sottolineando la consonanza di intenti con Macron.
 
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Il tweet di Özdemir

 
Molti danno il leader dei Verdi come quasi sicuro prossimo ministro degli Esteri. E il partito si è naturalmente mostrato molto interessato anche ai Trasporti, che ora sono un dicastero delicato a causa dello scandalo delle emissioni diesel. Se Merkel glieli concedesse entrambi (probabile il primo, non molto il secondo), anche in questo caso il segnale sarebbe chiaro: ruoli di peso in cambio della garanzia di stabilità.
Intanto il gruppo dei neoletti deputati dei Grünen ha votato, martedì scorso, per l’avvio delle negoziazioni: secondo la maggioranza degli deputati, quella verso la Giamaica è una strada che vale la pena esplorare. Ma continuano a esserci divisioni fra le due ali del partito, quella più intransigente, molto scettica sulla possibilità di giungere a un accordo con nemici storici come la Fdp e la Csu, e quella più realista, pronta a qualche compromesso pur di riuscire a raggiungere alcuni obiettivi. Per ora sono in vantaggio i secondi; fra questi, una voce rilevante è quella di Tarek al-Wazir, ministro per l’Economia dell’Assia, Land in cui i Grünen sono al governo con la Cdu. Un’alleanza con l’Union e la Fdp non è certo la nostra costellazione ideale, dice, al-Wazir, ma se è fatta bene possiamo ottenere risultati concreti.
Comunque, se ne parlerà dopo il 15 ottobre, data del voto in Bassa Sassonia: fino ad allora si va coi piedi di piombo, per non pregiudicare il risultato. Che, se confermerà i sondaggi, potrebbe vedere la guida di un altro Land passare dalla Spd alla Cdu.
 
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Sondaggio del 28 settembre sulle elezioni del 15 ottobre in Bassa Sassonia (con, in basso, la differenza rispetto a quello fatto il 7 settembre)

 

2) Che succede a sinistra?

La Spd non sembra avere tentennamenti: si va all’opposizione, dura, e ci si sposta a sinistra. Martin Schulz ha criticato “vecchi errori” che si sono ripetuti anche questa volta, in particolare ha rimpianto tutto il tempo sprecato a individuare la figura del candidato (una frecciata, questa, a Sigmar Gabriel) che ha in qualche modo pregiudicato una efficace preparazione della campagna: una situazione simile a quella vissuta nel 2009 e nel 2013, a cui il leader dei socialdemocratici intende porre rimedio avendo il nome del candidato per le elezioni del 2021 già almeno un paio di anni prima. Al Congresso di dicembre, intanto, Schulz si ricandiderà alla guida della Spd, mentre il segretario generale Hubertus Heil ha già annunciato che si farà da parte. Ma, tra le operazioni di ricambio al vertice, quella sicuramente più importante è l’elezione di Andrea Nahles alla guida del gruppo parlamentare. La nomina al ruolo di capogruppo, infatti, la rende una delle figure più rilevanti del partito, ed è un segnale piuttosto chiaro della direzione che i socialdemocratici intendono prendere negli anni a venire: opposizione dura a Merkel, e un nuovo approccio che riporti la Spd a essere il “partito dei lavoratori” contro «le multinazionali che non pagano le tasse» e a criticare il capitalismo quando necessario – con, di conseguenza, un probabile riavvicinamento alla Linke, magari in vista del voto nel 2021.
La Linke, dal canto suo, potrebbe essere interessata alla prospettiva, ma per ora deve ancora fare i conti con le divisioni al suo interno.
Da un parte, Oskar Lafontaine – tra i fondatori del partito, nonché marito di Sahra Wagenknecht – ha commentato il risultato elettorale criticando l’attitudine del partito, che in nome della solidarietà per i rifugiati ha sacrificato il suo messaggio centrale di giustizia sociale. Vanno affrontate le conseguenze che i flussi migratori hanno sulle classi più deboli: più concorrenza nei lavori meno pagati, aumento degli affitti e difficoltà crescenti nelle scuole, dove una parte sempre più ampia di alunni ha conoscenze linguistiche limitate. Bisognerebbe piuttosto, dice Lafontaine, aiutare queste persone nei loro Paesi di origine.
Dall’altra parte c’è invece Gregor Gysi, ex leader del partito e capo della sinistra europea, che in un articolo pubblicato sulla rivista Neues Deutschland ha risposto duramente a Lafontaine, ricordando come in realtà siano proprio i migranti a essere i più deboli di tutti e sostenendo senza mezzi termini che qualunque scelta di chiusura rappresenterebbe «la nostra fine come partito di sinistra». Quello che serve, dice Gysi, è invece che tutti i partiti, dalla Csu alla Linke, formino una specie di “patto costituzionale” e mettano a punto una strategia comune in grado di rendere AfD un’alternativa elettorale priva di interesse.
 
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A sinistra Oskar Lafontaine, a destra Gregor Gysi

 

3) AfD reggerà?

La settimana scorsa citavamo l’intervista a Manfred Güllner, direttore dell’istituto demoscopico Forsa che prevedeva per AfD, come per più o meno tutti i movimenti settari di destra, una rapida dissoluzione. E bisogna dire che i primi giorni dopo il voto sembrano dargli ragione.
Già lunedì mattina, infatti, Frauke Petry ha reso noto che, pur eletta in Sassonia con mandato diretto, non sarebbe entrata nel gruppo parlamentare di AfD, e martedì ha confermato la sua uscita dal partito – seguita poche ore dopo dal compagno Marcus Pretzell, leader del movimento in Renania Settentrionale ed europarlamentare. E non sono i soli: lo stesso hanno fatto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore quattro deputati locali, altri in Sassonia.
È probabile però che non si tratti di un vero e proprio “perdere i pezzi”, anzi: più semplicemente, queste defezioni certificano ulteriormente la sconfitta dell’ala realista del partito, ormai saldamente in mano ai radicali come Björn Höcke, la cui procedura di espulsione, voluta da Petry per le sue dichiarazioni, è ormai praticamente carta straccia.
Non è chiaro cosa farà adesso la ex leader: dopo il Congresso di aprile alcuni ipotizzavano addirittura un suo possibile ingresso nella Cdu. Intanto, però, è stato registrato a nome Frauke Petry il dominio internet dieblauen.de: un indizio che potrebbe rivelare l’intenzione di fondare un nuovo movimento, appunto Die Blauen (“I Blu”, colore di AfD).

 

Bonus Tracks


Come accennato, ora che è nel Bundestag AfD riceverà contributi per circa 16 milioni di euro: e, in quanto partito all’opposizione, prenderà più dei partiti al governo. Il sistema tedesco, infatti, prevede un supplemento del 15 per cento di contributi ed emolumenti per chi sta all’opposizione, per equilibrare con i partiti di governo e le entrate a loro garantite dai ruoli ministeriali.

Quello appena insediato è il Bundestag più grande di sempre: 709 deputati. È però anche quello meno equilibrato degli ultimi vent’anni, quanto a parità di genere: le deputate sono solo 218, il 30,7 per cento.
 
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218 deputate, 491 deputati

 
Il 3 ottobre è festa, in Germania: è infatti il Tag der Deutschen Einheit, il Giorno dell’Unità Tedesca, la celebrazione per la riunificazione del Paese dopo la caduta del Muro di Berlino. Il voto di domenica scorsa, però, ha restituito l’immagine di una nazione ancora profondamente divisa.
 
Qui potete recuperare i numeri precedenti
 

Un ringraziamento a hookii.it, che rilancia le nuove uscite di questa newsletter.

Infine, se vi va, mi potete trovare su Il Segnale, insieme a Daniele Bellasio, Francesco Maselli e Gabriele Carrer, per capire qualcosa di più di politica italiana, francese e inglese.

E se proprio non ne avete ancora abbastanza, ho anche un blog, Sutasinanta, dove ogni tanto scrivo di altre cose.

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