Alla vigilia dell'uscita del sequel (il 5 ottobre, l'abbiamo visto in anteprima, è bellissimo), breve ripasso sui perché il film di 35 anni fa è un capolavoro non solo cinematografico. Un estratto da “Blade Runner Reloaded” (Franco Angeli), raccolta di saggi curata da Vanni Codeluppi, in libreria tra una decina di giorni

A distanza di trentacinque anni esatti, esce il sequel di Blade Runner. S’intitola Blade Runner 2049 ed è ambientato diegeticamente trent’anni dopo. Il nuovo film è prodotto da Ridley Scott, ma diretto da Denis Villeneuve, il bravissimo regista che si è già cimentato di recente nel genere fantascientifico con Arrival (2016). Ma è possibile, necessario, utile, un sequel di Blade Runner? A tale proposito avanzo alcune considerazioni. Nel 2019 avremo l’opportunità di vedere nella realtà com’è il mondo immaginato dalla pellicola. Potremo cioè fare immediati confronti con la Los Angeles (e non solo) del 2019 e scoprire se le ucronie rappresentate nel film hanno avuto qualche fondamento reale.
Le ucronie sono futuri alternativi che ci allenano a individuare come saremo: individualmente, tecnologicamente, sociologicamente. Ebbene, certe ucronie di Blade Runner sono stupefacenti per la loro attualità e per la loro profondità, per la loro precisione e per la connessione che esse mantengono saldamente con la realtà; sotto questo aspetto il film resta insuperato. Perciò, immaginiamo le difficoltà che ci devono essere state nell’organizzare un sequel costretto ad affrontare la questione fondamentale: che cosa si può dire che non sia già stato detto?
Una ucronia è composta e articolata da numerosi temi, o aspetti. Ecco allora i temi per i quali la pellicola di Scott pare non temere lo scorrere del tempo. Li presenteremo in ordine di entrata seguendo, in questo, lo stesso scorrere narrativo della pellicola.

Ryan Gosling nei panni dell'agente K

Harrison Ford nei panni di Rick Deckard

L'agente K e Luv (interpretata da Sylvia Hoeks) nella sede della corporation che fabbrica i replicanti

Il primo tema è quello della multietnicità. Blade Runner tratta il tema delle razze mescolandole, tristemente, sotto la pioggia acida di Los Angeles. Il tema è talmente forte e dirompente che l’intera estetica del film ne risente. Blade Runner non è certo la prima pellicola in cui il futuro rappresentato è sporco, brutto e cattivo. Ma mai prima d’allora ci si era spinti così in là nel raccontare le brutture e le sofferenze oltreumane, quelle, per intenderci, dei replicanti posti ugualmente sugli stessi piani di sofferenza e di divisione della società umana. Per certi versi il tema della multietnicità è il primo che fa la sua apparizione, o comunque è tra i primi, ma è anche l’ultimo a essere trattato. Esso innerva tutta la narrazione.

Il secondo tema è quello dell’inquinamento. Le piogge acide, l’atmosfera cupa e fuligginosa, il sole malato che irraggia luce innaturalmente rossa sono altrettante inquadrature che angosciano lo spettatore e lo proiettano in un mondo tutto sommato non diverso dall’attuale. Sono aspetti del film che ci fanno ricordare quanto togliamo alla terra e quanto l’antropizzazione produca un mondo costruito dagli uomini paradossalmente non adatto agli uomini. Blade Runner è certamente, tra i grandi film di fantascienza, uno dei primi a rappresentare la sporcizia e l’inquinamento umano.

Rutger Hauer 35 anni fa

Rachel (l'attrice Sean Young)

Replicanti assortiti

Rachel (l'attrice Sean Young)

Deckard in pericolo

Il terzo tema è quello della metropoli e del suo disfacimento. Los Angeles nel film è immensa, poliposa, nera e sporca. Non c’è nel film un “oltre la metropoli”, se non nelle scene finali. E la scena finale non apparteneva, così sembra, al final cut voluto dal regista. È stata la produzione a decidere per un finale diverso, in cui per la prima volta si vede un al di fuori della metropoli, e compaiono infine alberi, vallate e fiumi incontaminati che scorrono veloci sotto il veicolo preso dal cacciatore per fuggirsene con la sua Rachael. In qualche modo, i primi tre temi fin qui analizzati coniugano e rafforzano la distopia, ovvero quella utopia negativa che in Blade Runner è molto decisa. Al contrario, questo “al di fuori” è l’unico momento utopico del film.

Il quarto tema sembra apparentemente più leggero e meno angosciante. In realtà la pubblicità che tappezza intere facciate di edifici e che raggiunge i protagonisti in ogni momento della storia è altrettanto opprimente, oltreché assillante. Qui tocchiamo da vicino un tema caro a Philip Dick, che infatti compare anche in altri film tratti dai suoi romanzi, come a esempio Minority Report. La pubblicità è vista come alienazione sociale, come mercificazione totale, come fastidio necessario e come, al contempo, estetica del futuro. In Blade Runner la pubblicità assurge al ruolo di arte fastidiosa ma anche di specifico arredo urbano e civile.

La macchina da puntare negli occhi per scoprire i replicanti

Il tema del doppio è il quinto tema, mediato attraverso le potenzialità della cibernetica. Qui il film si inoltra in un ambito molto ben frequentato in letteratura. A partire dall’antesignano Fedor Dostoevskij, che ne Il sosia (1846) esplorò per primo gli aspetti del bene e del male, del bianco e del nero che troppo si assomigliano, passando poi per Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, scritto nel 1886 da Robert Louis Stevenson fino al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Ma, naturalmente, il doppio è anche il tema del golem, della costruzione di una creatura da parte dell’uomo demiurgo capace di sostituirsi al dio. È quello che viene raccontato precisamente nel romanzo di Mary Shelley, Frankestein. Il film si fa carico di tutto questo overload letterario per metterlo al servizio della storia dei replicanti e del loro cacciatore.

Il tema del vedere e del theorein è il sesto. Due luoghi del film magnificano questo tema. La macchina che scruta l’occhio del replicante in una delle prime e scioccanti scene del film, quel medesimo congegno che tornerà ogni volta che Rick interrogherà presunti replicanti per eventualmente “ritirarli”; e Rick che vede attraverso l’immagine fotografica nuovi particolari che lo condurranno a trovare una delle replicanti («Esalta da 15 a 23… muovi avanti… stop… dammi una copia di questo»), un poco come accadeva nel film Blow up di Michelangelo Antonioni. E come nel film del maestro ferrarese anche in Blade Runner si mettono in gioco i rapporti tra individuo e realtà, tra vedere e comprendere, tra superficialità e profondità. Blade Runner suggerisce che non basta vedere la vita, si tratta di decifrarla, e in questo la tecnologia può aiutare anche se rimane poi sempre il dubbio: ciò che la tecnologia aiuta a comprendere avvicina o allontana da una vera comprensione delle cose? L’eterno dilemma tra realtà e finzione, il principio di indeterminazione.

Il tema della memoria ricostruita e impiantata, tema di cui anche il consumo si è fortemente interessato per provare a stabilire il legame tra la memoria e le cose, è il settimo. È un altro tema caro allo scrittore Dick che ritroviamo nel film Total Recall tratto dal suo romanzo fantascientifico, ancora una volta distopico, Ricordiamo per voi. Naturalmente una memoria impiantata è faccenda delicata, che incrocia i temi dell’identità e dell’individuo. Cominciamo a comprendere quanto Blade Runner sia lontano da un semplice film di fantascienza e quanto invece racconti, suggerisca e inquieti a molteplici livelli perché narra dell’uomo, dell’individuo e della società, della nostra identità singola e collettiva con le sue instabilità e le sue debolezze.

Il tema della genetica e dell’invecchiamento precoce. «Siete stati fatti al meglio delle nostre possibilità» dice il dr. Eldon Tyrell al figliol prodigo Roy Batty. «Ma non per durare», obietta il replicante impersonificato da Rutger Hauer, guerriero spietato, prode Achille dell’Extramondo dotato, come tutti gli androidi della serie Nexus 6, di soli quattro anni di vita. Questo è il tema gotico-romantico del film, il tema che genera tristezza di fondo, quella tristezza che ci permette di provare empatia anche per i cosiddetti cattivi. È il tema della pietà per loro, per noi, per l’umanità intera che ha solamente una certezza davanti: quella della morte. Ed è il tema tutto shakespeariano della brevità della vita, della candela che brucia in fretta mentre esprime un fuoco vivido come non mai, il quale però non sembra in grado di illuminare nulla. «Spegniti, spegniti, breve candela. La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa nulla» si legge nell’atto V, scena 5° del Macbeth. Siamo allora dei folli senza speranza, urliamo e strepitiamo il nostro tempo, arrabattandoci su un palcoscenico perduto nel tempo, nello spazio e nel significato? Il film sembra dire che il vero senso del nostro vivere è un non senso.

Deckard e la sua pistola

Gli occhi/non occhi di Neander Wallace (Jared Leto)

Tentazioni artificiali per uno spaesato agente K

Il tema dell’artefice e dell’uccisione del padre. Osare sostituirsi al Dio è pericoloso, il mito prometeico racconta che aiutare gli umani conducendoli verso la strada del progresso trasformando l’uomo in essere pensante e autocosciente, addirittura in grado di autocostruirsi, può condurre a conseguenze devastanti. E la ribellione del figlio al padre può essere una di queste conseguenze. Si tratta di un ulteriore topos raccontato in millenni di letteratura, a partire dallo stesso mito di Edipo.

Il tema poetico dell’inno alla vita. «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria» ci ricorda Dante nel quinto canto dell’Inferno. Roy sta per morire, il suo tempo è arrivato e i quattro anni stanno per scadere. Ma egli lascia vivere il cacciatore, che è letteralmente tra le sue mani. Non lo uccide, perché? Perché ama la vita più di ogni altra cosa. La ama al di là del suo odio, della sua rabbia, della sua frustrazione per essere creatura così perfetta e imperfetta al tempo stesso. E Roy diventa il ladrone che si redime, quello della buona novella che, nel momento della sera e del buio che si avvicina, regala il perdono e la vita a chi ancora può possederla. Con un solo rammarico, quello di tutti quei momenti che se ne andranno perduti per sempre, «come lacrime nella pioggia».

Infine, il tema del pensionamento o, se si vuole, del riposo del guerriero. Questa notte stai con me, sono stanco di lottare, sembra voglia dire Rick alla replicante veramente speciale Rachael, quando riesce a portarla via con sé. È il finale utopico, che cozza contro tutta l’estetica precedente di Blade Runner.

Il poliziotto Ryan e la sua automobile volante

Che cosa ci rimane dopo questa veloce carrellata su alcuni dei temi più importanti affrontati da Blade Runner? Rimane certamente l’ambientazione gotico-fantascientifica, rimane la storia romantica-noir, rimane il continuo guardarsi allo specchio dello spettatore, con la paura di ciò che vede. Ma soprattutto rimane l’evento, vale a dire quella speciale articolazione di fatti e situazioni che ha dato al film statura di grande rilevanza nella cinematografia mondiale. Filosoficamente parlando l’evento è un conflitto/congiunzione di forze che accresce l’accadere e lo trasforma in una composizione diversa, in grado di divenire. Prendiamo ad esempio un altro oggetto culturale: la musica pop e rock degli anni Sessanta/Settanta. Bella, bellissima, anche perché in grado di congiungere e fondere insieme stili di vita, speranze, modi di essere e di pensare di una intera generazione. Quella musica è diventata un evento perché ha superato la semplice partitura musicale. Essa si è trasformata ed è divenuta qualche cosa di diverso e di più grande. Non c’è solo musica in quella musica; c’è vita, speranza, gioie e passioni di chi ha creduto in un mondo differente e migliore. L’evento è proprio questo: un divenire che talvolta viaggia verso il proprio contrario.
Blade Runner doveva essere un film d’intrattenimento, un’opera leggera in grado di regalare allo spettatore due ore di divertimento. È diventato il suo contrario; un’opera filosofica, un serio studio antropologico sui mali che affliggono l’umanità. Il sequel è in grado di aggiungere altro a tutto ciò?

Blade Runner Reloaded
a cura di Vanni Codeluppi
con testi di David Harvey, Alison Landsberg, Antonio Caronia, Mario Pezzella, Simone Arcagni e Mauro Ferraresi

Franco Angeli Editore
In libreria dal 12 ottobre
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