Magazine / Prologo

Contro il nuovo totalitarismo

IL 96 20.10.2017

Jaron Lanier sul palco del Tech Fest intervistato dal giornalista del “New Yorker” Adrian Chen il 6 ottobre

Getty Images / Courtesy of New Yorker TechFest

Aprite la “Skinner box” in cui ci ha rinchiuso Internet, una di quelle gabbie per topi grazie alle quali gli scienziati sono in grado di anticipare le scelte delle cavie. Finora in cambio della gratuità dei servizi, i colossi della rete hanno succhiato agli utenti le informazioni personali. Secondo il pioniere del web Jaron Lanier: «Questo modello deve finire»

È buona regola non tornare sulle copertine del mese precedente, in questo caso «Chiudete Internet» (#IL95), ma poche ora prima di mandare in tipografia il numero che avete in mano (#IL96), dedicato all’impatto della Rivoluzione russa del 1917 sul nostro mondo del 2017, mi è capitato di partecipare al Tech Fest del New Yorker, su invito di Autogrill che in quei giorni festeggiava a New York i suoi primi 40 anni. Sollecitati dal direttore David Remnick e dai giornalisti del settimanale, gli ospiti del Tech Fest hanno parlato di tecnologia e di futuro e di molte altre cose interessanti. Sul palco del Cedar Lake di Chelsea si sono alternati, tra gli altri, il mitico designer di Apple Jonathan Ive e il capo degli ingegneri di Hyperloop One di Elon Musk. Ma io in realtà ero molto curioso di ascoltare Jaron Lanier, pioniere di Internet, inventore della realtà virtuale e filosofo della cultura della Silicon Valley.

Qualche anno fa, Lanier aveva aperto un dibattito sulla mostrificazione generata dalla Rete, una discussione che aveva trovato ampio spazio proprio sul Sole 24 Ore, allora diretto da Gianni Riotta. In quel momento scrivevo ancora sul Foglio e giudicai la tesi di Lanier, contenuta nel libro Tu non sei un gadget, una riflessione molto importante ma un filo troppo pessimista. Sapevo che Lanier non era un luddista e nemmeno un pentito del progresso tecnologico ed ero anche d’accordo con lui sul fatto che la rete generava mostri per il modo in cui era stata progettata e per le scelte che erano state compiute quando fu lanciata la rivoluzione del 2.0, a cominciare dall’anonimato, dal mantra della gratuità e dalla glorificazione del lavoro collettivo, diffuso e partecipato (Wikipedia e open source). Eppure la sua tesi mi sembrava eccessivamente catastrofista.

«Secondo Lanier – scrissi nel gennaio 2010 – questi sono elementi che minacciano la creatività individuale, esaltano il peggio della società e alimentano comportamenti odiosi (“la meschinità della folla”) sui blog, sui forum e sui social network. Internet è diventato un luogo ispirato a una specie di “maoismo digitale”, a un totalitarismo cibernetico che nega al popolo di “nuovi contadini” la specificità della persona, riduce l’enfasi sull’individuo e cerca addirittura di renderlo obsoleto rispetto agli avanzatissimi computer. Secondo Lanier, se non si cambia la struttura ingegneristica di Internet e se non si combatte contro l’ideologia collettivista che lo permea i rischi sono enormi, anche di una rivoluzione di tipo fascio-marxista».

Sono passati quasi otto anni e, in effetti, la visione di Lanier non era per niente pessimista, semmai era realista (e io troppo ottimista). Ora che il dibattito sulle fake news, sull’interferenza cibernetica nei processi democratici e sull’onnipotenza di Google e Facebook sono davanti agli occhi di tutti, a Lanier viene quasi da ridere: guarda un po’, ve ne siete accorti anche voi. Mentre dal palco rispiegava per l’ennesima volta la sua teoria, mi è venuto in mente che cosa disse lo storico dei crimini del comunismo, Robert Conquest, quando al momento della caduta del Muro di Berlino gli chiesero se avesse voluto cambiare il titolo del suo vecchio libro, Il grande Terrore, che gli editori si stavano affrettando a ristampare: «Stavo pensando – rispose – a: “Ve l’avevo detto, razza di idioti”».

Ecco, oggi Lanier è nella stessa situazione di Conquest nel 1989. Aveva previsto il mondo guidato dall’algoritmo e la diffusione di un maoismo digitale che in Italia, per esempio, vuole abolire la democrazia rappresentativa per sostituirla con una grottesca democrazia diretta, anzi eterodiretta da una srl milanese. Al Tech Fest del New Yorker, Lanier ha anticipato i temi del suo nuovo memoir, in uscita a novembre in America col titolo Dawn of the New Everything, ribadendo il concetto che una società fondata sul calcolo continuo, «continous computation», non può che essere destinata all’autodistruzione: «Non possiamo sopravvivere – ha detto –. Questo è un suicidio di massa».

La domanda, a questo punto, è: che cosa fare? Secondo Lanier, non servono soluzioni tecniche, non si può combattere la dittatura dell’algoritmo con un sistema di calcolo più sofisticato o moderato. Non servono nemmeno regole nuove. Sono entrambi palliativi. Perché una società basata sul libero arbitrio sopravviva, ha detto Lanier, deve cambiare il modello di business di Internet. Oggi il modello di business è questo: in cambio della gratuità dei servizi offerti, i grandi colossi della rete succhiano agli utenti le informazioni personali sia quelle offerte liberamente sia quelle dedotte dai loro comportamenti; e per utilizzare in modo profittevole queste informazioni personali, Google, Facebook e tutti gli altri intrappolano gli utenti dentro una “Skinner box” virtuale, una di quelle gabbie da esperimenti per topi grazie alle quali gli scienziati sono in grado di anticipare le scelte delle cavie e addirittura di determinarle in base agli stimoli trasmessi. «Questo modello deve finire – ha detto Lanier – altrimenti sarà impossibile evitare la manipolazione dell’opinione pubblica».

Questa di Lanier è una delle definizioni più precise di nuovo totalitarismo digitale e, come avrete capito, questo Prologo non affronta soltanto i temi della copertina precedente di IL, «Chiudete Internet», ma è un’introduzione puntuale al nuovo numero della nostra rivista che ricorda, cento anni dopo, la tragedia già vissuta del totalitarismo analogico.

 

PS: Su questo numero pubblichiamo un testo straordinario: Uscita di Sicurezza di Ignazio Silone. È il lunghissimo saggio con cui lo scrittore abruzzese racconta la sua drammatica uscita dal Partito Comunista negli anni Trenta. Pubblicato per la prima volta nel 1949 in The God that Failed, e in Italia l’anno successivo in Il Dio che è fallito, assieme alle testimonianze di altri intellettuali di sinistra disillusi dal comunismo, da André Gide a Arthur Koestler, Uscita di Sicurezza e Il Dio che è fallito sono tra i documenti più importanti della battaglia di idee combattuta durante la Guerra Fredda tra mondo libero e totalitarismo. Nonostante il rilievo culturale e internazionale del testo, Uscita di Sicurezza in Italia non ha mai ricevuto l’attenzione che meritava. Il minimo che si potesse fare, nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, è ripubblicarlo integralmente.

Chiudi