Peccato solo per quel piccolo dettaglio: Donald Trump

Se dovessi fare un elenco di momenti in cui gli anni Novanta hanno cambiato il rapporto pubblico degli americani con la sessualità, partirei da Milano. Dal febbraio del 1991, quando alcuni coraggiosi — Gianni Versace, Dolce e Gabbana — fecero sfilare per l’autunno-inverno le donne più sexy che ci fossero in circolazione, invece che i soliti appendiabiti senza personalità: D&G con una collezione di bustini da immaginario di Pietro Germi, e Versace con dei vestiti con richiami bondage dai quali Anastasia delle Cinquanta sfumature avrebbe molto da imparare. Le immagini fecero il giro del mondo e sarebbero rimaste nella storia della moda. Un giornalista americano, Michael Gross, definì la sfilata di Versace

«il corrispondente di quel che era Playboy negli anni 50: sesso da guardare».

Il ritorno di quelle stesse modelle — Cindy, Helena, Carla — sulla passerella nel settembre 2017 ci dice solo un’ovvietà: gli anni 90 non sono mai finiti.

L’elenco — parziale, senza consultare gli appunti, solo dalla mia memoria — continuerebbe così. Baywatch che fa delle tette di Pamela Anderson le migliori attrici protagoniste. La mamma di Monica Lewinsky che conserva come moderna sindone il vestito presidenzialmente macchiato della figlia (lei l’ha smentito, ma mica lasceremo che la verità intralci la leggendarietà dei nostri ricordi di gioventù). Camille Paglia che commenta l’accusa di stupro a Mike Tyson con le parole

«Se andate nell’appartamento di un uomo, significa che avete intenzione di fare sesso; in caso contrario, portatevi un coltello».

La prima copertina di giornale patinato con quella che in un paio di decenni sarebbe diventata un cliché stantio ma allora era un’idea rivoluzionaria: attrice, incinta, nuda (Demi Moore, edizione americana di Vanity Fair, 1991). La vita sessuale di Candace Bushnell sull’elegantissimo New York Observer e la serie che ne trassero, in cui le quattro amiche cambiavano così tanti uomini che non si capisce come restasse loro tempo per delle carriere, considerato anche il tempo necessario a cronachizzare gli amplessi alle amiche: Sex and the City. Madonna che pubblica proprie foto zozze in un librone patinato, Sex, quando la sua carriera è ormai lanciata da un decennio (è il 1992) e non ne ha bisogno, e non sono le innocenti foto zozze che nel secolo successivo le starlette si sarebbero scattate da sole per mandarle ai fidanzati e qualcuno ogni tanto avrebbe rubato dalla cloud e diffuso; sono foto patinate ma pornografiche, Michiko Kakutani le definirà

«un immaginario di seconda mano rubato a Mapplethorpe»,

non esattamente noto per fare soft-core. Anita Hill che accusa Clarence Thomas di molestie e non viene creduta abbastanza da non farlo nominare alla Corte Suprema. Tony Soprano che tradisce la moglie con praticamente tutte le donne che passano per la serie tranne che con l’analista (ma solo perché lei non lo vuole).  Sharon Stone, la più iconica indagata senza mutande della storia del cinema. Alanis Morissette che chiede al suo ex se quella nuova sia perversa come lei e glielo ciucci al cinema. La sin lì innocua attrice di sit-com Ellen DeGeneres sulla copertina di Time col titolo

«Yep, I’m gay».

La copertina di Esquire

«L’ascesa del femminismo dello “sbrandami”».

Philip Roth, un po’ per tutto il decennio (non che prima, invece), fino al picco finale di 

«se gliel’avesse messo nel culo, dubito che lei avrebbe parlato con Linda Tripp»

(La macchia umana, con le sue divagazioni su Bill e Monica, uscì nel 2000, degna conclusione d’un’epoca che non ha intenzione di concludersi). I love Dick (il libro; il fatto che la serie sia del 2017 ci dice di nuovo la stessa cosa di prima: è il decennio che non finisce mai; sono di questi ultimi anni anche il film televisivo su Anita Hill, anche la serie su OJ, anche quella su Versace, che arriverà nel 2018).

Secondo David Friend, autore di The Naughty Nineties — The Triumph of the American Libido, tutto cominciò non sulle passerelle di Milano ma un anno dopo, nel febbraio 1992. Quando Gennifer Flowers raccontò — a pagamento — al tabloid Star d’essere stata l’amante di uno dei candidati democratici, Bill Clinton, e i Clinton concessero a 60 Minutes un’intervista riassumibile in «i panni sporchi si lavano in famiglia»; la sera del Superbowl, quando l’intervista andò in onda, tutti pensavano che l’ascesa politica di Bill sarebbe stata stroncata sul nascere: nessuno, in America, sopravviveva a una seppur vaga ammissione d’adulterio, nessuno se la cavava come Raz Degan in quello spot (l’esempio è mio, non di Friend che, avendo studiato gli anni Novanta americani e non quelli italiani, non ha mai visto quella pubblicità dell’amaro in cui il giovane Degan diceva

«Sono solo fatti miei».

Era il 1995. Secondo me Raz aveva copiato Bill).

 

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Com’è finita già lo sapete: Bill Clinton sopravvisse a quella domenica sera e al lunedì mattina, quando Gennifer Flowers indisse una conferenza stampa per far sentire a tutti le registrazioni delle sue telefonate col governatore dell’Arkansas. Forse vi è capitato di vederne su YouTube una scena che più d’altre è uno squarcio sui decenni che verranno. È il momento in cui si capisce che l’informazione non conta più niente, contano le buffonate; che il pubblico s’annoia a sentire ricostruzioni seriose e vuole agguati fatti da gente che si sente simpatica; il momento in cui un tizio alza la mano e domanda:

«Scusi, ma il Governatore Clinton l’ha usato il preservativo?».

Era un comico radiofonico, era il futuro; un futuro in cui “preservativo” sarebbe stata una parola usata con gran disinvoltura facendo una domanda a una signora, un futuro in cui alle conferenze stampa avrebbe avuto diritto di parola l’ultimo stronzo, e se non stavi al gioco eri tu che non avevi capito come funzionava (Gennifer si fece portar fuori rapidamente: puoi essere una che si vende interviste sui suoi amanti, e tuttavia quel format lì è comunque troppo). Bill sopravvisse a quello e ad altri scandali, per due mandati presidenziali. Un precedente di cui avremmo dovuto ricordarci nel 2016.

Quando pensiamo agli anni Novanta, non pensiamo a un periodo in cui ci fosse una morale da sovvertire: in fondo, erano un attimo fa. Eppure la copertina con Demi Moore nuda venne distribuita incartata, per non far vedere se non ai pervertiti che volevano comprarla l’immagine scandalosa, e i supermercati si rifiutarono di metterla sugli scaffali delle riviste. Era un’America più puritana? Di sicuro era un’America (un mondo) senza il misticismo della gravidanza e gli strumenti (smartphone, Instagram) che ne immortalano ogni istante: nel 2017 è difficile trovare un’impiegata del catasto con figli piccoli che non abbia una propria foto discinta in gravidanza. Ce l’hanno in bacheca e non in edicola, ma è solo perché nessuno ha ancora pensato a una rivista di gravidanze sexy (sarebbe un successo). Adesso sarebbe normale perché sono meno puritani o perché negli anni Novanta sono nati anche i reality? Quando sei abituato a vedere gente che si fa spiare volontariamente nella sua quotidianità, che impressione può farti una foto posata? Gli anni Novanta inventarono anche il reality involontario, al cinema: Il Truman Show, titolo da allora spesso impropriamente usato per indicare esibizionismi, era in realtà la storia di un uomo ignaro di vivere su un set televisivo. L’ultimo capitolo di The Naughty Nineties s’intitola The Trumpen Show, e arriva esattamente dove avevate già previsto: alla vittoria del Donald come figlia di quel decennio. È perché, dice Friend, Trump è una star da reality, capisce i media meglio di come i media capiscano loro stessi, sa dire quelle mezze verità telegeniche che sono cominciate con Clinton e W. Bush. Ma se fosse così, se in questo secolo per vincere contasse la familiarità che abbiamo col tuo reality, avrebbe vinto Hillary: spiamo le sue vicende matrimoniali da molto prima di quelle delle Kardashian, Casa Clinton è il reality più di lungo corso al mondo. E se la vittoria di Trump, invece, gli anni Novanta ce l’avessero spiegata in presa diretta, mica col senno delle analisi di poi?

A proposito di Sex, Madonna dirà nel 1994 a Norman Mailer che le femministe gliene avevano dette di tutti i colori perché il messaggio che avrebbe dovuto lanciare alle ragazzine

«è di usare la testa, non le tette e il culo. Ma secondo me devi usare tutto quello che hai».

A proposito delle percentuali molto più alte del previsto prese da Bill Clinton alle primarie in New Hampshire, Hunter S. Thompson scrisse su Rolling Stone che si era espresso

«il partito pro-adulterio».

Quella sera del 1992, a 60 Minutes, Bill ammonì l’intervistatore:

«Vogliamo davvero giocare a “Ti ho beccato”?»,

chiese. Fingeva di rivolgersi ai media rispettabili dicendo loro che non era accettabile facessero i tabloid, ma in realtà diceva agli americani: avete anche voi qualcosa da nascondere.

«Mi ricordo un tempo in cui un divorziato non poteva candidarsi, adesso vogliamo dire che chiunque non sia disposto a raccontare al pubblico tutti i dolorosi segreti del proprio matrimonio non può candidarsi?»:

stava fingendo di rivolgersi alle elettrici, dicendo loro «Anche Reagan, divorziato e risposato, un tempo sarebbe stato considerato immorale, e invece era una persona così perbene, vedete come si evolvono i costumi?»; ma in realtà si stava rivolgendo agli elettori, dicendo loro che tutte queste menate sul perbenismo americano, sul puritanesimo, sono una cosa che ci raccontiamo, ma su, mica ci crediamo davvero, sono gli anni Novanta, siete anche voi Tony Soprano che fa le corna alla moglie ma non la lascerebbe mai, non lo sapete ancora perché alle serie televisive d’un certo livello manca qualche anno, ma insomma, siamo uguali, voi e io. Il 1990 era cominciato con Pretty Woman, romantica storia d’una puttana alla quale Richard Gere diceva

«Io e te siamo uguali, Vivian: fottiamo la gente per denaro».

Al Bill Clinton di 60 Minutes l’elettorato diede retta non perché la sua fosse una mezza verità trumpiana, come dice Friend, ma perché sono decenni che sbagliamo valutazioni. Se abbiamo trascorso il 2016 a dire che Trump non avrebbe vinto perché gli americani non condonano le molestie sessuali o l’evasione fiscale non è perché non avevamo capito la crisi del proletariato bianco: è perché non avevamo capito che non gliene frega niente, all’elettorato americano così come a quello di queste parti, della moralità del candidato. Allora come oggi, il candidato che non sa tenersi i pantaloni abbottonati è rassicurante come il successo della bagnina tettona, come l’attrice incinta e nuda, come il mafioso che tradisce la moglie. Tutta roba che ci dice che possiamo rilassarci: le persone speciali sono erotomani ed esibizioniste e mediocri, come noi.

David Friend

The Naughty Nineties — The Triumph of the American Libido

Twelve, 2017
640 pagine, 32 dollari
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