La cena al centro della Terra di Nathan Englander

2002: una spia israeliana di origine americana, noto solo come Z, tradisce la causa per spontaneo amore di giustizia e finisce in una prigione nel deserto del Negev. 2014: il Prigioniero Z ha come guardia un giovane fattone poco ambizioso, la cui madre, che gli ha rimediato il lavoro, fa da infermiera al Generale (un Ariel Sharon mai nominato) che giace in coma da anni allucinando le imprese passate.

La storia di Dinner at the Center of the Earth, appassionante, è raccontata però con il freddo stratagemma dei capitoli alternati, che ci porta avanti e indietro tra il 2002 e il 2014 e su e giù tra terra e sottoterra e tra Medio Oriente, Stati Uniti ed Europa. A unire i capitoli, alcune ricchissime domande: come ha fatto un giovane ebreo americano ad appassionarsi alla causa israeliana? Come si può risolvere la questione mediorientale? Cosa vuol dire fedeltà a una causa di fronte al proprio senso di giustizia? Le domande non hanno vera risposta, ma Nathan Englander trova una giustizia poetica nella reinvenzione dell’immaginario sul conflitto israelo-palestinese. Se la Storia è una cosa complicata, un romanzo può riscattarla mostrando la bellezza delle traiettorie personali. E così in questo libro Englander dipinge sognanti kibbutz, tunnel sotterranei pynchoniani, militari invecchiati degni di Gabriel García Márquez, spie pasticcione dall’innamoramento facile.

Come scrittore americano con forti legami con Israele, gli va stretto il solito modus operandi di chi ambisce al Great American Novel. Libro dopo libro Englander si è ritagliato uno spazio personale nella narrativa contemporanea, tentando l’impresa di mescolare fantasie tra Franz Kafka e Etgar Keret (che ha tradotto in inglese) al solito solido — a volte stolido — impianto del romanzo postmoderno anni Novanta o anni Zero. Stolido perché l’autore americano capace di virtuosismi spesso crede di poter ficcare nel suo romanzo tutto ciò che gli passa nella testa.

In ogni caso, questo autore postmoderno in particolare ha capito una cosa: l’esperienza americana è così ben strutturata (basti guardare le pubblicità di assicurazioni negli intervalli delle partite di football, o il funzionamento dei resort) che un bel modo per infondere vita alle narrazioni di un americano è portarle in quella paradossale anti-America, o America capovolta, o America del Bizarro World che è Israele, o in generale l’esperienza ebraica del Ventesimo secolo. I due Paesi sono accomunati da un grande afflato idealista, poi da una grande ideologia, e soprattutto dal fatto di essere nati per le esigenze di popoli in fuga da persecuzioni. Ma se oggi l’America è — come ci ha detto tanta letteratura postmoderna — un incubo tragicomico di consumismo e muri, Israele è un luogo più reale, dove ancora la guerra la si sente nell’aria e davanti ai muri le scelte sembrano radicali: dove insomma non tutto è ridotto al lifestyle.

Le raccolte di racconti Per alleviare insopportabili impulsi e Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank hanno combinato alto e basso, religione e sesso, America e Medio Oriente, Shoah e vite eleganti con grande successo; nel mezzo tra i due, il complicato thriller Il ministero dei casi speciali è stato apprezzato molto meno: era la storia di un ebreo di Buenos Aires che negli anni Settanta vive cancellando i nomi dalle lapidi degli antenati degli ebrei ricchi che vogliono far perdere le loro origini. Non la tipica trama da romanzo americano postmoderno dei suoi colleghi, dove si giocava per lo più a scandagliare le ombre sinistre proiettate dallo stile di vita del ceto medio, tra consumo di massa, dipendenze e violenza sommersa (Tempesta di ghiaccio, Infinite Jest, Le correzioni, La fortezza della solitudine tanto per fare esempi chiarissimi). L’ambizione di Englander di mescolare l’ultra-americano con l’esotico è sempre stata una buona variazione al romanzesco contemporaneo.

 

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La forza del suo secondo romanzo sta soprattutto nella Storia. Dinner at the Center of the Earth è un intenso gioco sul genere della spy story, un pastiche come al cinema li fa Steven Soderbergh e in letteratura Salman Rushdie, che prova a intrattenere, perfino a divertire, ma allo scopo di istruire sulla vita di palestinesi e israeliani nella terra promessa.

Il compito serissimo d’altra parte gli crea alcuni problemi formali: per domare il materiale, Englander cerca due soluzioni complementari. Da un lato, con il senso di onnipotenza del prose stylist postmoderno, prova a rubare al cinema un tipo di commedia brillante per farci suonare familiari situazioni impossibili. Dall’altro, usa un registro solenne per aprire squarci sulla Storia. Partiamo dal primo elemento, la commedia: per rendere familiare al lettore americano le durezze mediorientali, Englander approfitta del fatto che Z è di origine americana per scrivere che tra Z e la sua Guardia c’è un

«rapporto che il Prigioniero Z amava chiamare “alla Patty Hearst”, un’allusione che la guardia era corso a verificare».

Oppure, per stemperare c’è la madre della Guardia che dice al figlio:

«Penseranno che eri un assassino… un eroe… anche se il generale ti chiede solo di scaldare una sedia».

Altrove, in Europa, il palestinese e l’israeliano sotto copertura ordinano in tedesco le uova a colazione ed Englander fa dire a uno dei due la battuta da americano in gita:

«That’s all the German I’ve got»,

sono le sole parole in tedesco che conosco.

Questo uso della commedia — impossibile da criticare formalmente per l’immunità concessa alla nobile arte del pastiche — arriva al suo estremo nella storia di Z con la Cameriera ebrea italiana a Parigi. Qui si usa lo stilema del love interest per giocarci un po’ e infine rovesciarlo. La Cameriera, un po’ cosmopolita, un po’ manic pixie dream girl, cioè colei che ha la funzione da fatina sexy di scuotere dal torpore il protagonista maschio della storia, ha licenza di battute come

«I’m an out of work waitress… a professional bohemian».

Personaggio sopra le righe, è incaricata dall’autore di creare un gioco degli equivoci con Z: questo gioco per me è la parte più frustrante del libro.

C’è un momento in cui lei ha scoperto da poco che lui è una spia, ma gli riferisce di aver trovato molto sospetto un uomo grosso che aveva fatto il cameriere soltanto nel giorno in cui Z e Cameriera si erano conosciuti. Lui le chiede maggiori delucidazioni e lei gli risponde:

«Sei serio? Sarebbe pure lui una spia? Il tuo nemico sarebbe quel cameriere che non hai mai visto in vita tua? … È per questo che non esco mai con gli ebrei. Non perché a Roma ce ne sono pochissimi…».

Insomma lo tratta da paranoico pur sapendo che è una spia in fuga e dunque la paranoia è il suo mestiere. Siccome il tutto ha il ritmo rapido e brillante della rom-com (vedi la battuta sui pochi uomini ebrei in circolazione a Roma), ci si sente di non poter mai chiedere all’autore: ma se lei è chi dice di essere, come fa a non aver paura o a non capire che lui ha diritto di essere preoccupato? E se lui è una spia, come fa a non sospettare dell’indifferenza di lei? Quasi tutta la loro storia funziona così: è come se ti urlasse addosso «sono un pastiche, non puoi criticarmi o andrò in pezzi». Allora il pastiche diventa solo un meccanismo per arrivare a sbattere Z in una prigione sottoterra.

L’ambizione e l’inventiva sono tali da poter consigliare la lettura a chiunque, ma Dinner at the Center of the Earth è un libro sofisticato per un lettore non sofisticato. Perché quel che fa di sofisticato, secondo me, all’occhio del lettore sofisticato risulta ancora troppo poco elaborato, ancora scritto a matita, appena annotato in attesa di registri più forti che Englander sembrerebbe in grado di trovare.

Ma dimenticavo l’altro aspetto: il contrappeso di solennità. Se le battute leggere scandiscono la lettura per rassicurare che anche un libro sul Medio Oriente può essere leggero e brillante, la Storia emerge in modo lapidario: pesante monumento che richiede continui puntelli per non crollare addosso al lettore. Quei puntelli hanno un altro sapore (anche qui, giustificato dal pastiche): Farid che sogna una Gerusalemme governata da Hamas e nella pace di un lago tedesco pensa


«Ecco che aspetto avrebbe la pace se ci fossero due stati».

Oppure, sul fronte opposto, il Generale che guardando un fabbro al lavoro pensa:

«Se non è questo il sogno di Israele incarnato… Quest’uomo, martello sull’incudine, il sogno socialista, le scintille che volano, le braci rosse del ferro…».

E l’elemento religioso e politico insieme:

«Ruthi sa che il messia arriverà quando tutti gli ebrei sono buoni. O colpevoli. E al Generale dice, non so se saremo mai vicini a quel giorno quanto lo siamo ora, vero? O è il mondo che ha ragione o abbiamo ragione noi».

E l’epica:

«Un esercito abborracciato, un mucchio di scapestrati. Il Generale ha deciso di dare una pulita, per mettere le cose a posto. Sua madre ha cresciuto un bravo sabra russo».

E, per fare un reality check sul prezzo della guerra, la madre che dice al figlio

«D’accordo… Ma ricorda, è tua madre che ha dovuto accogliere i genitori dei nostri scolari massacrati. Tua madre che è dovuta stare con i genitori dei soldati i cui corpi furono trascinati per strada».

(N.B. queste sono mie traduzioni fatte al volo in attesa della versione sicuramente scintillante che sta preparando Silvia Pareschi per Einaudi)

La stessa madre — infermiera del Generale — dice al figlio, la Guardia:

«Sei più che ignorante, caro figlio sinistrorso, se credi che i palestinesi avessero bisogno del Generale per lanciare l’Intifada».

Qui siamo nell’inevitabile territorio dello spiegone, usato perché la trama e la descrizione possano viaggiare su altri binari, più poetici, lasciando alla memoria dei protagonisti il compito di fare il lavoro sporco di informare.

Così, un romanzo alatissimo il cui obiettivo, secondo il titolo, è farci arrivare ad assistere a una baricchiana “cena al centro della terra”, nei tunnel scavati sotto le bombe, il lavoro sporco della prosa, fatto col sorriso e il talento di Englander, non riesce a nascondere che anche per la narrativa la questione mediorientale è veramente complicata.

Nathan Englander

Dinner at the Center of the Earth

Knopf, 2017
272 pagine, 26,95 dollari

 

La traduzione italiana, di Silvia Pareschi, uscirà per Einaudi nel marzo 2018
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