Magazine / Cover Story

In Russia la rivoluzione non si porta più. Ma Stalin sì

IL 96 18.10.2017

DIEGO MAYON PER IL

Nella Mosca di oggi Putin non celebra Lenin: giudica i fatti di ottobre di 100 anni fa «uno dei tanti sconvolgimenti vissuti dal nostro Paese»

Era “il più importante evento della storia umana”. O almeno così veniva presentato dai manuali scolastici, dai manifesti onnipresenti, e dai discorsi pubblici in qualunque occasione, dal congresso del partito alla recita all’asilo. Tutto quello che precedeva quella data era da leggersi soltanto come preludio al compimento della storia: la Grande rivoluzione socialista di Ottobre, dopo la quale il mondo non sarebbe mai più stato quello di prima.

Cento anni dopo, questa resta l’unica certezza sui dieci giorni che sconvolsero il mondo. L’epiteto “Grande” è sparito, insieme alla maiuscola, e “socialista” è stato cancellato senza rimpianti. Ottobre resta la data che confonde tutti, in quanto la rivoluzione si è svolta e si celebra il 7 novembre, dal momento che nel 1917 la Russia zarista seguiva il calendario giuliano ed era di tredici giorni indietro rispetto all’Europa. Perfino sulla “rivoluzione” ci sono forti dubbi: la storiografia contemporanea russa usa spesso il termine di “golpe di ottobre” (senza maiuscole, perché questa scuola di pensiero disprezza i bolscevichi). Molti preferiscono parlare dei più neutrali “fatti di ottobre”, mentre il nuovo manuale di storia unificato voluto da Vladimir Putin qualche anno fa introduce il concetto della “Grande rivoluzione russa”, sulla falsariga di quella francese, che però non è più quella di ottobre, ma soprattutto quella borghese del febbraio 1917, che rovesciò la monarchia, articolata in diverse fasi successive: una tesi che era propagandata a suo tempo da Lev Trockij e in Unione Sovietica era equiparata a eresia.

Stabilito che non si sa né quando si sia tenuta, né che cosa sia stata e nemmeno se sia stata davvero una rivoluzione, Vladimir Putin ha creato un comitato per celebrare il centesimo anniversario del 1917, ma non sarà una festa di Stato. Qualche convegno, poche mostre, una fiction televisiva dedicata a Trockij (presentato come il vero padre della rivoluzione), ma nessuna celebrazione formale di un evento che il presidente considera «uno dei tanti sconvolgimenti vissuti dal nostro Paese, da sottoporre a un’analisi onesta e profonda».

Se la rivoluzione d’Ottobre abbia segnato un progresso per l’umanità, abbia inaugurato il Novecento dei totalitarismi o sia stata, come sostiene lo storico Yuri Slezkine nel suo documentatissimo The House of Government (appena edito da Princeton University Press), l’instaurazione di un culto religioso millenarista da associare più ai vecchi credenti ortodossi che al marxismo, è un argomento che dopo cento anni in Russia attira soltanto una manciata di studiosi. Nulla di paragonabile alla celebrazione della vittoria sui nazisti il 9 maggio, che anno dopo anno diventa più sontuosa e roboante: ormai è la vera festa nazionale russa e la data dalla quale la leadership attuale fa discendere tutte le sue pretese geopolitiche attuali.

Le tracce dell’ottobre 1917, però, restano ovunque. A Mosca la statua di Lenin troneggia proprio all’inizio della prospettiva Lenin, la metropolitana porta il suo nome e i bassorilievi, busti e ritratti del piccolo uomo stempiato con la barbetta a punta sono ancora ovunque. Ma nessuno ci fa caso, come anche alle stelle rosse e alle falci e martello: fanno parte del paesaggio, insieme agli alberi e ai pali della luce, spogliati di ogni messaggio ideologico. Non entusiasmano né danno fastidio, e quando nella rivoluzione del Maidan gli ucraini rovesciarono il primo di una lunga serie di Lenin di ghisa e bronzo, i russi li considerarono degli esagitati. La mummia imbalsamata del padre della rivoluzione è ancora esposta nel suo mausoleo nella piazza Rossa, anche se davanti non c’è più la coda chilometrica che ogni visitatore di Mosca era più o meno obbligato a fare. Il dibattito sul suo interramento, molto acceso dopo il collasso del comunismo nel 1991, è quasi estinto, e un recente sondaggio ha rivelato che il 58 per cento dei russi vorrebbe infine darle una sepoltura meno pubblica, e non avere più un cimitero in mezzo alla piazza principale del Paese. Ma per ora resta lì, meta di un crescente “turismo rosso” dalla Cina.

L’anniversario della rivoluzione d’Ottobre – dopo un breve tentativo di farla celebrare come “giorno della conciliazione” – è stato sostituito dal “Giorno dell’unità nazionale” del 4 novembre, anniversario della cacciata dei polacchi da Mosca all’inizio del Seicento. Una data storica conosciuta prima soltanto dagli esperti in materia, che però gettò le basi per la fondazione della dinastia dei Romanov. Gli zar sono gli eroi principali della propaganda monumentale della nuova Russia: un anno fa Vladimir Putin ha inaugurato davanti al Cremlino la gigantesca statua del suo omonimo, il principe Vladimir, che nel 988 convertì la Russia al cristianesimo, e due anni prima era stato il turno di Alessandro I, il vincitore di Napoleone. A Ekaterinburg la nuova chiesa che commemora Nicola II e la sua famiglia trucidati per ordine di Lenin è gremita di fedeli, che non badano al fatto che la via dove si trova sia intitolata al rivoluzionario tedesco Karl Liebknecht.

Gli ultimi Romanov sono stati proclamati martiri dalla chiesa ortodossa e gli attivisti ortodossi hanno organizzato proteste violente contro il film Matilda, che racconta la storia d’amore tra il futuro Nicola II e la ballerina Matil’da Kšesinskaja (nella cui villa Lenin stabilì il suo primo quartier generale a Pietrogrado, in seguito Museo della rivoluzione), infuriati perché un santo viene raccontato come un adultero. Sul Cremlino, restaurato e riportato agli antichi fasti con tanto di ripristino della sala del trono, le stelle rosse coabitano pacificamente con le aquile a due teste dell’impero, tornate in cima alle torri con la fine del comunismo. E il presidente della Corte Costituzionale, Valerij Zor’kin, è arrivato a rimpiangere la servitù della gleba abolita nel 1861, in una rivalutazione della Russia che fu che nel 1917 non avrebbe trovato sostenitori probabilmente nemmeno tra i monarchici e i conservatori più convinti.

Un Paese non più di comunisti, ma di santi, zar e militari (l’ultima aggiunta alla propaganda monumentale è la statua di Michail Kalašnikov, inaugurata con la clamorosa gaffe di un fucile tedesco raffigurato sul piedistallo invece del leggendario mitra sovietico). Questo nuovo pantheon spiega perché per il Cremlino, come scrive il Kommersant, «celebrare la rivoluzione è fonte di grande imbarazzo». Nella narrativa ufficiale la Russia ideale, prospera, potente e intrisa di spiritualità, è quella dei Romanov. Un recente sondaggio tra gli ascoltatori della radio Eco di Mosca, l’emittente più liberale del Paese, ha rivelato che il 53 per cento dei russi di oggi non avrebbe aderito alla rivoluzione: non a quella di ottobre, ma a quella di febbraio, preferendo conservare la monarchia. Ma il leader storico più amato dai russi è Stalin, e la nostalgia per l’Unione Sovietica è un sentimento condiviso dalla maggioranza: Putin ripete che la dissoluzione dell’impero rosso è stata l’evento più importante della sua vita. In altre parole, la rivoluzione – o il golpe – dell’ottobre 1917 è stata un evento negativo, ma il Paese che ne è nato è da rimpiangere e ricostruire. Il suo fondatore, Lenin, è però considerato un personaggio negativo, a differenza del suo erede Iosif Stalin, da anni al vertice della classifica dei personaggi storici preferiti dai russi. L’Unione Sovietica viene resuscitata pezzo dopo pezzo – dalla politica estera alla riforma della scuola, ai supermercati pieni di merci con etichette finto-sovietiche – ma l’uomo che l’ha creata e la rivoluzione che gli ha dato le origini sono considerati alla stregua di una tragedia nazionale. Una dissociazione cognitiva che spinge a celebrare il 7 novembre non la rivoluzione, ma la parata militare ordinata da Stalin nel suo ventiquattresimo anniversario, nel 1941.

La parola chiave della Russia di Putin è “stabilità”, il contrario di una rivoluzione. Dopo un “secolo di sconvolgimenti”, come lo chiama il capo del Cremlino, i russi hanno una repulsione quasi istintiva verso una rivoluzione e per questo motivo anche molti liberali russi hanno preso le distanze dal Maidan ucraino, anche quando ne condividevano gli obiettivi. Per l’Europa figlia della Rivoluzione francese un popolo che scende in piazza merita sempre simpatia. Nella Russia della rivoluzione bolscevica e della perestrojka che ne ha segnato la fine (shock paragonabili per entità di sovvertimento di tutta la vita precedente), la ribellione è sinonimo di caos, e il caos è il male supremo. Con una intuizione molto arguta, il politologo Vasilij Zharkov aveva rintracciato lo stesso sentimento in un altro superstite di una rivoluzione cruenta, Thomas Hobbes, che emerse dalla carneficina di Cromwell con la convinzione che l’unico rimedio al caos fosse lo Stato del Leviatano.

È improbabile che Putin abbia studiato Hobbes alla scuola del Kgb, ma la sua visione del mondo come “guerra di tutti contro tutti” è paradossalmente simile, e l’evento più importante della sua vita, per sua stessa ammissione, non è stato la nascita delle figlie, o l’assunzione nei servizi segreti e nemmeno l’essere diventato presidente del Paese più grande del mondo, ma la fine dell’Unione Sovietica, dello Stato con il quale si identificava. Privato di esso, lui e molti altri russi sono diventati come dei ronin, dei samurai senza padrone e senza più vincoli di ideali, codici o morale. L’idealismo dei liberali occidentali eredi di John Locke – figlio di un seguace di Cromwell che combatté contro Carlo I e applaudì la sua decapitazione – ai loro occhi appare nel migliore dei casi ridicolo. La vita è guerra, e morte in caso di fallimento, e la fine di Mu’ammar Gheddafi non fa che confermare agli occhi del Putin collettivo che la rivolta è un male peggiore dell’autocrazia che fa vacillare.

Questa visione dei russi come milioni di vittime di una sindrome post traumatica di due rivoluzioni – quella di Ottobre e quella democratica del 1991 che vi pose fine – conferisce una logica anche all’apparente contraddizione evidenziata da un pantheon di eroi che fa convivere Nicola I e Nicola II con Stalin e Kalašnikov e con Ivan il Terribile, emarginando i due veri inventori dell’impero russo, Pietro I e Lenin. La storia russa viene ricucita con tutti gli episodi che mostrano uno Stato forte e vittorie militari, cioè i valori principali proposti oggi ai russi, indipendentemente dalle ideologie opposte che avevano dietro. Perché, scrive Semion Novoprudsky su Gazeta.ru, «l’unico sentimento davvero forte che accomuna tutti i russi è quello di una sconfitta storica globale». I comunisti rimpiangono l’utopia sovietica, i nazionalisti la Santa Russia uccisa dalla rivoluzione, i pochi liberali l’incapacità della Russia di unirsi all’Occidente democratico: «Tutti noi ci sentiamo dei perdenti».

Chiudi