La risposta è: entrambe le cose. Ma invece di distribuire responsabilità e colpe, questo è il momento di pensare a domani ed evitare ulteriori insanabili fratture

La Catalunya è una Repubblica indipendente e una regione autonomica sospesa. Il tutto allo stesso tempo, in quello che era il peggior scenario possibile, quel viernes negro vaticinato ieri da uno dei migliori commentatori spagnoli, Iñaki Gabilondo, il quale auspicava al contrario un jueves milagro, un giovedì miracoloso con sospensione dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione ed elezioni regionali anticipate in Catalunya. Per qualche ora era sembrato anche starci, infine non si è dato. Ora partirà, è già partito, il gioco delle responsabilità, con il solito errore d’analisi che la vicenda catalana si porta appresso da quando è entrata sulle prime pagine dei quotidiani e nei titoli di telegiornale. La vicenda catalana è una vicenda che parte da lontano. È inutile, oltreché fuorviante, mettersi a distribuire le responsabilità degli ultimi accadimenti tra una parte e l’altra della barricata.

Non lo diciamo da ora: in un articolo di cinque anni fa – novembre 2012, la questione catalana non era una questione per nessuno ma invece lo era – lo scrivemmo in apertura: «La Spagna, così come l’abbiamo conosciuta finora, non esisterà più». Purtroppo avevamo ragione ma – cosa francamente incredibile – se ce n’eravamo accorti in una redazione italiana è evidente che avrebbero potuto accorgersene anche a Madrid. Non hanno voluto. Decidendo di ignorare la vicenda, di non affrontarla politicamente in alcuna maniera, addirittura di schivarla quanto più possibile, eccoci a oggi: la più grave crisi istituzionale che un Paese membro dell’Unione europea abbia esperito dalla sua fondazione.

Il Parlamento catalano dopo il voto

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Ma ripeto, non è il momento, né il Paese giusto, per l’identificazione del peccatore peggiore: più avanti si potrà ripercorrere tutto il roller-coaster delle decisioni politiche sbagliate e di quelle mancate, e lo si dovrà fare là, tra Madrid e Barcellona, sede della giostra infernale che ha portato, e porterà ancora, guai a ripetizione. Mentre il Senato di Madrid si appresta a chiudere il tramite del 155 e a sospendere l’autogoverno catalano e Mariano Rajoy con un tweet garantisce che «lo Stato di Diritto restaurerà la legalità in Catalunya» quel che più ci interessa in questo momento è capire che cosa succederà domani.

Lo scenario più probabile: il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e i membri del Governo catalano saranno indagati dalla Fiscalia dello Stato e arrestati quantomeno per il reato di sedizione, più probabilmente per quello di ribellione. Pena: 25 anni di prigione. Ultimo utilizzo: 1981, colpo di Stato del colonnello Antonio Tejero. L’autogoverno catalano in realtà continuerà a funzionare, anche in presenza dell’articolo 155, eterodiretto da Madrid, la quale dovrà decidere che impronta dare al proprio intervento sull’Autorità catalana.

Mariano Rajoy al Senato

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Dall’intensità della mano castigliana su una società fratturata e in parte convinta di essersi liberata dall’oppressione centralista dipenderà molto del futuro tra Madrid e Barcellona. Si deve andare al voto presto, lo ha detto anche Rajoy questa mattina al Senato, ma se si va troppo presto avendo magari fatto manbassa dei leader legittimamente eletti dal popolo, si rischia la disfatta. Vincessero ancora gli indipendentisti? Che si fa, nuove elezioni fino a risultato favorevole? Allora meglio aspettare. Ma che cosa? Di convincere i catalani a cambiare sentimento e intenzione di voto? Poco probabile. La società catalana, gran parte della società catalana, anche una parte di quella contraria all’indipendenza, ha già mentalmente staccato la spina dell’identità spagnola. Sono lontani, alcuni persi per sempre. È possibile pensare che un partito irrilevante in Catalunya – il PP non supera da tempo il 10 per cento dei voti – abbia la forza, e soprattutto un progetto politico seducente per la società catalana?

Il rischio più grave è che il Partito popolare, al suo interno e per tradizione storica infiltrato da sentimenti neanche troppo velatamente anti-catalani, reagisca in modo troppo caliente alla sfida insopportabile che la Generalitat gli ha portato. Hanno la legge dalla loro parte, hanno molta parte del Regno di Spagna, la stragrande maggioranza, hanno la forza legittima. Le prossime saranno settimane durissime: il livello di scontro aumenterà e un grande processo collettivo finora rimasto impeccabilmente nei limiti di un civismo e pacifismo esemplari potrebbe mutare pelle. Dopo l’incredibile errore dello scorso 1° ottobre, con la Guardia Civil a manganellare donne e anziani in fila al seggio elettorale, solo l’utilizzo irresponsabile della forza potrebbe rendere la frattura irreversibile. C’è ancora margine.

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