Quegli stessi Sassi, che condannavano la città lucana a essere «una vergogna nazionale» (Togliatti dixit), l’hanno resa un gioiello dell’Unesco e l’hanno promossa Capitale europea della Cultura 2019. Eliana Di Caro, nel suo intervento che compare nel libro “Basilicata d’autore” (Manni) e di cui pubblichiamo qui alcuni estratti, ci racconta com’è stato possibile

I Sassi ieri

Questa è la storia di come si viveva nei Sassi nei primi anni Quaranta nel Novecento: una storia vera, il cui protagonista era allora un ragazzino che adesso ha quasi 90 anni e una memoria granitica.

Come si presentano i Sassi (Barisano e Caveoso) agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso? Apparentemente come adesso: case ricavate nelle grotte o scavate nel tufo, l’una abbarbicata all’altra, collegate da viottoli e scalette, dislocate sulle due pareti dell’altopiano delle Murge che degradano verso il torrente Gravina. Un presepe a cielo aperto. Erano però senza fognature né elettricità né riscaldamento e raccoglievano oltre 15.000 persone che vivevano, se non in miseria, senza grandi mezzi: contadini, braccianti, operai, artigiani, piccoli commercianti le cui famiglie si conoscevano e, ciascuna nel proprio “vicinato” (cioè nel gruppo di case intorno alla propria), avevano rapporti di familiarità reciproca e si aiutavano nella quotidianità di quegli anni. Gli animali abitavano spesso con le persone, in condizioni igieniche a dir poco precarie, oggi inimmaginabili, e per molti arrivare alla fine del mese non era scontato. Quando sopraggiunse la guerra, le condizioni  economico-sociali divennero proibitive e portarono Palmiro Togliatti, nel 1948, a marchiare i Sassi come “vergogna nazionale” e a prefigurarne lo sgombero, che divenne obbligatorio con la Legge Speciale del 1952 firmata da Alcide De Gasperi, dopo che lo statista democristiano, giunto a Matera, non trattenne le lacrime osservando gli abitanti del Barisano e del Caveoso. Eppure i Sassi avevano una loro ricchezza. Un carico di umanità, di tradizioni, di capacità di essere solidali, di modalità espressive, di ritualità. Un groviglio irriproducibile perché consustanziale a quel vissuto e a quella forma architettonica. Allora facciamo un salto nel tempo…

Stacchiuccio (da Eustachio, patrono della città) abita in via Casale, proprio sotto la Cattedrale, in una delle zone esterne alla Civita, nel cuore del Sasso Barisano. È il secondo di sei fratelli, certo non ha una stanza per sé, privilegio allora impensabile. Si dorme tutti assieme e alla lettera, cioè su un grande letto: lui, Peppino e Vituccio vicini, Brunetta e Carmela distese ai piedi, Vittoria va dalle zie perché spazio non ce n’è più. Questa “zona notte” si trova al fondo, sulla sinistra, di un unico ambiente che costituisce una tipica casa dei Sassi. La cucina all’epoca non esisteva, c’è il focolare sul quale è adagiato il treppiede di ferro: lì, con una carrucola ancorata alla volta, si cala il grande calderone di rame dove si cuoce la minestra. La carne, come Stacchiuccio sa bene, in una famiglia numerosa come la sua si mangia solo quando è festa: il che accade poche volte l’anno, cioè a Natale, a Pasqua e alla Festa della Bruna, patrona di Matera, il 2 luglio.

Il bagno consiste in un vaso da notte cilindrico di terraccotta smaltata nel quale ciascuno, con discrezione e rispetto, fa quel che deve. E poi, quando è sera, il compito ingrato di vuotare quel contenitore nel gettatoio pubblico e pulirlo con acqua e scopino, lì fuori, spetta alla mamma, che esce silenziosamente e con passo altrettanto felpato, nell’oscurità, rientra. Alle otto, del resto, si dorme già: per i contadini la giornata comincia alle tre. La mamma, Lucia, è casalinga, l’unica nel vicinato che con la seconda elementare sa leggere e scrivere in un’epoca in cui l’analfabetismo è largamente diffuso. Si occupa della famiglia e fa sì che tutto funzioni come un orologio; si va avanti con quel che guadagna il padre Damiano, operaio edile. Le galline, altre ospiti della casa acquattate sotto il letto (che è alto oltre 60 centimetri per allontanarlo dal freddo e dall’umidità della pietra: ai più piccoli serve una sedia per salirvi), sono fonte di reddito, le uova hanno un mercato e Stacchiuccio qualche soldo lo ha racimolato dalla loro vendita al Monsignore della Cattedrale.

Tutto intorno si estende il vicinato: ogni anfratto è una casa o una bottega con una serie di personaggi che compongono il quartiere, ciascuna con la propria attività. C’è la famiglia della vacchér, che ha due mucche e vende il latte; la rivendita di sale e tabacchi di “Rosaria del sale”, c’è il barbiere, mest M ’chél, (maestro Michele), il falegname u barés (“il barese”: “u” in materano è l’articolo determinativo, sta per “il”). C’è la parrocchia di San Pietro Barisano, tutta in grotta, la cui facciata sovrapposta ricorda lo stile delle vecchie chiese coloniali dei paesi messicani, e una fontanella dove Stacchiuccio va a prendere l’acqua, uno dei suoi compiti nel corso della giornata, ovviamente dopo la scuola. Che è uno dei pochi luoghi dove si parla l’italiano, perché qui la lingua comune parlata da tutti, istruiti e non, è il dialetto.

La Padre Minozzi, la scuola elementare sul piano (cioè fuori da Sassi), raccoglie la maggioranza dei bambini materani. Lui è fortunato, perché ha l’unica maestra donna della città, molto brava, Rosaria, che ha innanzitutto il difficile compito di insegnare loro a tenere in mano la matita, prima di passare al pennino da intingere nel calamaio, e a evitare di premere troppo o troppo poco sul quaderno. Rigorosamente con la mano destra, va da sé: il Duce non tollera che si faccia nulla con la sinistra. Gli alunni spendono i primi tre o quattro mesi a imparare l’alfabeto in italiano, a pronunciare correttamente le lettere e a scriverle prima su quaderni a quadretti grandi e poi a righe. Devono assimilare l’idea che ad esempio u birr è “il burro” o la post è “la pasta”, mentre la pést è “la posta”, o che taté è “papà”, maméj è “mamma” ma mammònn è “nonna”… e così via, effettivamente non è semplice.

Alla fine della prima elementare non tutti sanno scrivere e leggere. In terza si sostiene il primo esame che Stacchiuccio supera con successo prima di affrontarne altri due: quello di quinta, la cosiddetta licenza, che abilita a partecipare ai concorsi pubblici statali (oggi è necessaria la terza media). E poi la prova d’ammissione, scritta e orale, per proseguire gli studi nella scuola media. Ancora lo ricorda, quel dettato pronunciato dall’insegnante senza l’indicazione della punteggiatura che andava dedotta (e inserita) dall’intonazione della voce e dalle pause. Con il sopraggiungere della guerra, anche la vita scolastica risentirà dello sconvolgimento della quotidianità: le scuole vengono occupate dalle truppe alleate e le lezioni sono a singhiozzo.

Ma torniamo al vicinato. Più avanti, in piccolissimi locali della nuova chiesa della Madonna delle virtù, c’erano il sarto, mest Lic (maestro Luca) e il calzolaio, mest Saverj (maestro Saverio), soprannominato poscia mej (“porgimi”) perché chiede sempre al garzone di porgergli tempestivamente uno per uno i chiodini che pianta nelle suole o gli attrezzi da lavoro. Nei loro negozi è tutto un fiorire di saluti, di com scém? (come andiamo?), di chi s’informa sulle ultime notizie del quartiere o prende appuntamenti. Gli uomini di solito si incontrano alla Fontana Ferdinandea, in Piazza Vittorio Veneto (sul piano), è lì che si fanno gli affari, si vendono il grano o i cavalli, si stringono accordi in un’epoca in cui non esiste il telefono.

Impressionanti sono i due forni (u do forn), uno accanto all’altro sprofondati in una grotta: per questo la zona in cui si trovano – via Fiorentini, la strada principale del Barisano, all’altezza della chiesetta della Madonna dei Sette dolori, successivamente demolita – si chiama “L’inferno” (u ’mbirn): la mattina si scende e ci si trova di fronte due grandi bocche di fuoco. E, a proposito di forni…

Due squilli di diverse trombe, alle quattro del mattino, si odono nel Sasso Barisano. Sono destinati alle donne, che li aspettano e riconoscono quello che preme a ciascuna di loro. Annunciano l’arrivo del dipendente del forno di San Gennaro e quello de “la tr’chér” (la trichera) e le padrone di casa devono affrettarsi: il suono, infatti, è il segno della chiamata dei visc ’toll , delle clienti. Di cosa si tratta, a quell’ora improba? Di un bene primario come il pane. Gli uomini in arrivo fanno il giro delle strade per prendere le ordinazioni del pane da cuocere. Tutti i giorni tranne i festivi va in scena questo rito. Le donne si affacciano dal portello di casa (una piccola apertura nella parte superiore della porta d’ingresso) e avvisano che quel mattino impasteranno il pane. Preparano il tavoliere – una tavola di legno quadrata con i bordi alti circa 15 centimetri – in cui cernono la farina di grano duro, la lavorano con il lievito e quando ottengono un composto ben compatto lo dividono in pezzi che avvolgono in lenzuola e coperte di lana e lo ripongono al caldo nel lettone. Dopo qualche ora, verso le 9, il dipendente del forno torna a fare il giro del quartiere, aiuta la donna di turno a liberare l’impasto e a sistemare i vari pezzi su una tavola lunga due metri che poi ricopre con un lenzuolo e trasporta a spalla fino al forno.

La cosa si ripete per le varie case-grotta in cui è stata presa l’ordinazione. Giunte a destinazione, le tavole ricolme di impasti vengono sistemate su sostegni infissi nel muro, seguendo l’ordine di arrivo. Le diverse clienti a loro volta si presentano al forno ciascuna con il proprio marchio di famiglia e quando giunge il loro turno chiedono al fornaio di realizzare la forma di pagnotta che desiderano: più alta con più mollica (u pizz, il pezzo) o più bassa (u squanét). Il fornaio rielabora ogni pezzo di impasto, quindi vi imprime il marchio in modo che al momento della consegna venga riconosciuto e dato alla cliente senza fare confusione. Una volta sfornato, il pane – inebriante con il suo profumo – viene rimesso sulla tavola e l’operaio lo riporta a spalla nelle varie case del Sasso Barisano. Su e giù, su e giù. Quando i pezzi non sono molti si riescono a trasportare due tavole, incrociate tra loro sulla stessa spalla, adagiate direttamente sull’omero in modo da equilibrare i pesi. Una faticaccia: l’uomo fa tanti viaggi quante sono le donne in attività.

Si impastava una volta al mese, sette-otto pezzi di altrettanti chili che duravano a lungo perché il pane di grano duro è soffice. Quando diventava raffermo, si tagliava a fette e si arrostiva sul fuoco. Così era di nuovo croccante, e chi aveva la possibilità lo cospargeva d’olio e pomodori: era la fedda ross, la “fetta rossa”, cioè la bruschetta. La fama del pane di Matera, il cui sapore e la cui consistenza sono particolari e fanno concorrenza oggi al prodotto più conosciuto di Altamura, risale a questa tradizione. Non è finita. Dal residuo di impasto si faceva u pizzaridd. Talvolta la donna, per la gioia di marito e figli, tratteneva un po’ del composto (circa un chilo) per preparare la focaccia alla chianca: condita con olio, pomodoro e origano, la portava direttamente al forno. Altre volte faceva il “ricco d’olio”, u ricc d’ uggh, un impasto schiacciato nella tortiera di rame, in cui si versa più olio, che viene condito senza pomodori e con lo zucchero. Un dolce, profumato e saporito.

(…)

 

pava

I Sassi oggi (e domani)

Svuotati della loro gente, ricollocata in sette borghi e quartieri costruiti ad hoc (La Martella, Venusio, Spine Bianche, Picciano, Agna, Serra Venerdì, La Nera), il Barisano e il Caveoso sono stati chiusi e abbandonati per lunghi anni. Divenuti sporchi, rifugio di topi e ricettacolo di siringhe di drogati, erano bollati come un luogo pericoloso. Ma pian piano negli anni si è fatta strada la consapevolezza della necessità del recupero di un pa trimonio storico, socio-culturale e architettonico importante.

Nel 1986 viene approvata dal Parlamento una Legge Speciale, la 771, che fissa giuridicamente ed economicamente questo obiettivo, con 100 miliardi di lire destinati al risanamento e al restauro dei Sassi e il proposito di farli rivivere, dando la possibilità ai materani di riappropriarsene. Nel 1993, grazie allo studio dell’architetto Pietro Laureano, arriva l’inserimento dei Sassi nella lista dell’Unesco, primo sito dell’Italia meridionale giudicato meritevole di entrare nel patrimonio mondiale dell’umanità. Laureano racconta tutto in un libro istruttivo, Giardini di pietra. I Sassi di Matera e la civiltà mediterranea, dove esamina il sistema spaziale, sociale, ecologico della città scavata nel tufo e lo confronta con analoghe strutture di altre aree mondiali, da Petra a Matmata, da Fethiye in Licia (Turchia) ai nuraghi di Sardegna fino ai monumenti megalitici britannici e del Sahara. «La città dei Sassi – sottolinea Laureano – è frutto di una sapienza antica, che aveva realizzato canali, cisterne, giardini pensili e spazi collettivi per la vita comunitaria e civile». Ciò che la rende unica al mondo, sostiene l’architetto, è però un modello di convivenza basato su principi immutati «dalla preistoria fino a tutto il Settecento: conservando modi di vita antichissimi l’abitato si evolve dagli sparsi villaggi neolitici fino a un centro di 29 ettari», si sviluppa per secoli nel rispetto dell’ambiente e facendo un uso intelligente e oculato di risorse scarse, prima fra tutte l’acqua. Questo è avvenuto in parte per la conformazione geografica, con le aride Murge solcate dalla Gravina (se ci si accosta nel silenzio della notte, in uno qualsiasi dei punti panoramici, si sente il suo gorgoglio), in parte per la scelta antropologica, di fedeltà all’«economia della terra e dell’acqua», al «controllo delle energie del sole e del vento».

L’ingresso nell’Unesco è un salto di qualità determinante per Matera, le permette di acquisire notorietà internazionale. Si affacciano finalmente i turisti, fino ad allora sporadici, arrivano i media, le produzioni cinematografiche e televisive si intensificano, sfruttando il set naturale – e unico – offerto dai Sassi (The Passion, diretto da Mel Gibson nel 2004 e girato pressoché interamente nei Sassi, segna un prima e un dopo, ma ben prima avevano già scelto Matera Pier Paolo Pasolini, per Il Vangelo secondo Matteo nel 1964, e Alberto Lattuada, per La lupa nel 1953. Più tardi arriveranno, tra gli altri, King David di Bruce Beresford, nel 1985, e L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, nel 1995).

Di lì nasce il percorso che ha portato alla candidatura a Capitale europea della cultura, all’idea che poteva non essere solo un sogno, al lavoro quotidiano che ha condotto al risultato del 17 ottobre 2014, quando un boato di felicità esplode in piazza San Giovanni dopo la proclamazione del ministro Dario Franceschini: Matera 2019. La vergogna nazionale è cancellata per sempre, tramutata in orgoglio d’Europa.

Basilicata d’autore. Reportage narrativo e guida culturale del territorio

Manni, 2017
256 pagine, 16,00 euro

 

Il volume, a cura di Mimmo Sammartino, oltre all’intervento di Eliana Di Caro di cui pubblichiamo qui alcuni estratti, ospita testi di Franco Arminio, Giovanni Caserta, Antonio De Rosa, Andrea Di Consoli, Pasquale Doria, Giuseppe Lupo, Alessandro Musto, Raffaele Nigro, Rocco Papaleo, Antonio Petrocelli, Gilda Policastro, Biagio Russo, Giovanni Russo, Mimmo Sammartino, Giancarlo Tramutoli e Mario Trufelli
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