Domenica il voto e le violenze; lunedì i commenti di segno opposto; martedì sciopero generale e discorso di Felipe VI. Siamo nella settimana più calda della storia dei rapporti tra Madrid e Barcelona, e non è ancora finita

Ecco mancava l’ancata finale e quando meno te la aspetti arriva. Il Re, anzi  “il discorso del Re” di Felipe VI ieri sera, che all’opposto di quel che funzionò seppur tartagliante l’altra volta in Gran Bretagna – ne fecero anche un film piuttosto noioso – a questo giro rischia di cristallizzare per sempre l’angolo acuto di separazione tra Catalunya e Spagna. Così si dovrebbe intendere: il Re in Catalunya è come il Palio di Siena a Bolzano: folclore. La Catalunya divenuta separatista è storica sorgente repubblicana prima ancora che odierno avamposto democratico. Il Borbone che tarda tre giorni – ma sono tre anni – a pronunciare una parola da capo di Stato sulla questione catalana e quando lo fa decide di indossare i gradi di sgherro beh, buona fortuna davvero, perché questa Unam Sanctam rovesciata non funzionerà mai.

Dunque siamo in mezzo alla settimana di passione catalana, una tra le tante che verranno: appena prima del Re è venuto lo sciopero generale con un Paese intero fermo a comando; fermo nel senso di “si passi al giorno dopo”. Lunedì mattina invece, tra Passeig de Gracia e Pau Claris, nel borghesissimo quartiere Eixample di Barcelona, il titolare di un grande studio di avvocati faceva scendere l’intero ufficio in strada per 10 minuti di protesta silenziosa. «Così no», diceva ripensando alla giornata precedente, «così non possono trattarci». Si riferiva ovviamente alle violenze: il manganello come spesso succede fa danni, questa volta in direzione dell’impugnatura: «Dopo lo Statuto bocciato, sarebbe bastata un’offerta anche miserevole per evitare tutto questo. Nulla, ci hanno voluto umiliare». E oggi che cosa succederà: la tanto attesa dichiarazione unilaterale d’indipendenza? La sospensione dell’autonomia catalana via articolo 155 della Costituzione? L’esercito per le strade di Barcelona (è tecnicamente possibile anche questo)? L’arresto del presidente della Generalitat? La mediazione internazionale? L’inizio del dialogo?

Un fotogramma del discorso di Felipe VI alla nazione

Ah ecco, perché tra le tante opzioni esiste pure questa, la politica. Ai samurai dell’“Una, Grande y Libre” e agli ultras tuitteri del resto del mondo andrebbe ricordata una cosa: la Spagna è quanto di più simile a uno Stato plurinazionale. Non è che lo dica io, ce l’hanno scritto in Costituzione. Se la si prendesse in mano ecco che cosa vi si incontrerebbe, per esempio questa parola: “nazionalità”, concetto chiaramente mediano tra l’innominabile “nazioni” (era il 1978, transizione sì, ma con i militari franchisti ben all’impiedi) e il più neutro “regioni” (peraltro presente nel medesimo articolo). Dice: «La Spagna riconosce il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono». Chiaro no? La bocciatura di 14 articoli dello Statuto del 2006 che ha scatenato tutto quel che andiamo osservando dal 2011 a oggi è anche su questo che si è centrata: vi compariva il termine “nazione” in riferimento alla Catalunya.

Il discorso del Re di ieri, quel «catalani non siete soli», dove i catalani sono solo una parte, e cioè i contrari al referendum, e cioè il 25 per cento di 7 milioni, e cioè la stragrande minoranza della popolazione a cui stai parlando, è un mezzo disastro diplomatico. Qui siamo di fronte a un capo di Stato che non parla al 75 per cento di una regione del suo stesso Regno, peggio, che finge che non esista neppure, giusto in occasione del discorso che dovrebbe riconciliare la nazione.

Un votante del No ieri a Barcelona per lo sciopero generale indetto dopo gli scontri del 1° ottobre

Chi ha assistito alla giornata infernale del referendum può capire quanto le parole di Felipe VI siano politicamente miopi. Avendo personalmente trascorso il 1° ottobre vagando a Barcelona di seggio elettorale in seggio elettorale dalle 5 di mattina alla chiusura lo posso testimoniare: oltre alle botte prese – botte prese da gente inerme che difendeva con i propri corpi il voto, botte non da Paese membro dell’Unione Europea – a impressionare sono state due cose: la prima è la completa disconnessione mentale dei catalani dal resto di Spagna. Non si sentono già ora più parte del progetto di Stato spagnolo (perché di progetto si sarebbe sempre dovuto parlare: i costituenti del 1978 lo sapevano perfettamente, per questo utilizzarono quelle formule intermedie buone al momento ma necessariamente bisognose di successive limature).

La seconda è la maturità democratica della società catalana: mentre di fronte alla scuola Infant Jesùs tra i quartieri ad alta densità catalana (e alto reddito) di Sarrià-Sant Gervasi e Gracia – peraltro il collegio dell’ex presidente Artur Mas – passavano automobili con finestrini abbassati da cui scaturivano dita medie ben indirizzate alle persone raggruppate (suonava alto dagli altoparlanti anche il non conciliantissimo “Que Viva España”), partigiani del Sì chiacchieravano tranquillamente con – i pochi, questo è certo – votanti del No. Alejandro, un 22enne dalla faccia sveglia e la favella fin troppo disinvolta per l’orario extra mattiniero ce la metteva giù abbastanza chiara: «Io sono qui a votare No, perché tutta questa storia mi esce dalla testa. Basta, la si faccia finita: votiamo e andiamo avanti, tanto la parte più oltranzista della società catalana non la recuperi più. Ma sono sicuro al 100 per cento che c’è un ampio flottante che in cambio di maggiore autonomia ritornerebbe sulle proprie posizioni. Insomma, vincerebbe il No». Alle sue parole la gente del Sì quasi lo abbracciava: «Magari tutti la pensassero così, grazie di essere qui». Lo ringraziavano. Davvero.

Un'estemporaneo raggruppamento di lavoratori degli uffici di Passeig de Gracia lunedì a mezzogiorno

Alessandro Giberti

Ovviamente dal punto di vista istituzionale il problema è il precedente: uno Stato ricolmo di spinte centrifughe difficilmente può permettersi un lusso di questo tipo. Oggi potrebbe anche vincere il No, ma tra 5 anni? E tra 10? E nel Paese basco? E nel Paese valenciano? E le Baleari? La comprensione dell’impraticabilità per Madrid dell’avvallo della via referendaria ce l’abbiamo ben presente, ma termina necessariamente nel momento in cui la risposta si limita a una serie di No consecutivi e a una repressione che, se prendiamo per buone le parole del Re e di Mariano Rajoy, non potrà far altro che peggiorare. Bisogna dare qualcosa in cambio, bisogna negoziare, si deve prendere la via politica. Finalmente alcune forze stanno cominciando a capire che non si esce da qui senza una riforma costituzionale imponente. Il punto è che né Moncloa né Zarzuela sembrano voler muovere un passo in questa direzione. L’ha fatto timidamente Pedro Sanchez, meno timidamente Podemos (che però è addirittura a favore di un referendum pactado); Partito popolare e Ciudadanos non ci pensano nemmeno.     

Infine, non sono sicuro che per noi italiani l’indipendenza della Catalunya sia la questione. La questione è il principio di maggioranza. La questione è democratica. Come la risolveranno saranno fatti tra catalani e resto di Spagna. Noialtri sì che possiamo intervenire, ma fino al bordo della vicenda, fino al rispetto della democrazia in un Paese amico, partner, consociato. Ma perché essere favorevoli o contrari? In nome di che cosa? Questa roba che Concetto da Velletri sta con Barcelona mentre Anselmo da Ferrara sta con Madrid non è sana. I curdi devono avere uno Stato? Lo decidano i curdi. Gli scozzesi? Lo decidano gli scozzesi. Qual è il miglior gusto di gelato? Il fiordilatte? Benissimo, grazie. Seriamente, qual è il problema? Tu che vai a Barcelona a tapas non ti preoccupare: le tapas pasaràn, sotto qualsiasi bandiera. Se siete sfiniti e vi andava bene la mappa delle medie, anche qui va bene, ma non è che per questo la Storia debba necessariamente fermarsi. Gli Stati – le organizzazioni comunitarie umane – cambiano forma continuamente, e lo fanno da un paio di millenni: non succede nulla, si tracciano nuove mappe, si va avanti, evviva.

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