Il nuovo romanzo di Claire Messud non dice niente di nuovo, ma dice qualcosa di vero: «Forse crescere è avere paura»

Altro che uccidere il padre: uccidere la migliore amica è il gesto con cui ogni ragazza diventa grande, succede in un giorno qualsiasi e poi si nasconde il dolore dietro alzate di spalle ed espressioni vuote come si cresce, è la vita, per giustificare la rottura di una monade, un brutale e improvviso allontanamento che spezza ciò che fino al giorno prima sembrava indivisibile. La ragazza ha chiamato quel rapporto “amicizia”, la stessa parola che userà per chi verrà dopo, ma quel legame di amore e guerra resterà unico, non amerà più nessuno come ha amato l’amica che rappresentava un continente intero, era specchio e rivale, sorella e avversario, uguale e opposta.

Per cominciare una nuova età la ragazza deve chiudere i conti, vergognarsi di chi è stata, rimuovere un legame più forte degli affetti familiari e dei ragazzi a cui si avvicina. Poi un giorno, molto tempo dopo l’oblio, l’amica tornerà, ma stavolta nella forma rievocativa del racconto. Lila e Lenù nella tetralogia di Elena Ferrante sono l’ultima e più popolare espressione di una lunga letteratura che nasconde nel romanzo dell’amicizia fra ragazze, in epoche e stili diversi, lo stesso nucleo archetipico di un’apparente contraddizione: prima di te non ero la persona che sono, se non mi fossi liberata da te non sarei la persona che sono. Quando, nelle prime pagine di The Burning Girl, Julia dice di Cassie, incontrata ai tempi dell’asilo,

«non ricordo un’epoca in cui non la conoscevo»,

il lettore si ritrova al centro di quell’archetipo. Non sa ancora se l’ennesima riedizione di quell’esperienza fondante sarà memorabile o meno, perché le variabili in gioco sono molte:


«è una storia diversa a seconda del punto in cui la facciamo cominciare: chi è buono, chi è cattivo, che significa tutto questo. Ognuno di noi plasma la propria storia per darle un senso che definisca la persona che crediamo di essere. Potrei cominciare da quando io e Cassie eravamo migliori amiche; potrei cominciare da quando non eravamo più niente; oppure potrei cominciare da un finale buio e ripercorrere tutto al contrario».

Claire Messud è una narratrice che ha messo la propria intelligenza letteraria al servizio di incroci e relazioni fra donne non convenzionali in libri come La paura del desiderio e La donna del piano di sopra (tradotti in Italia da Bollati Boringhieri); anche stavolta la sua voce è sicura e convincente, la ascoltiamo mentre spedita rievoca il legame fra due ragazze cresciute assieme in una cittadina del Massachusetts. Ecco l’adolescente Julia descrivere Cassie lasciandoci sentire tutto il fascino che quell’amicizia tanto simile a un innamoramento sta esercitando su di lei:

«Cassie era minuscola, con le ossa di un uccellino. Era sempre la ragazza più piccola della classe, una sua caviglia era grande quanto un mio polso. Aveva capelli biondi chiarissimi, splendenti, quasi albini, una pelle luminosa e rosata. Ma sarebbe un errore scambiare la sua corporatura e il suo pallore per fragilità. Bisognava solo guardarla negli occhi — occhi blu che diventavano grigi con il cattivo tempo, come l’acqua nelle pozze — per capire che era una roccia. Forte, credo, è la parola giusta».

Ci si innamora sempre del proprio doppio, scelto perché rappresenta sia la versione migliore di noi sia il contrario di ciò che siamo davvero, averlo accanto trascina in uno stato di perenne ammirazione ma rende anche persone complete, che finalmente hanno agganciato il pezzo mancante, la parte di sé più inconfessabile. In questo romanzo Messud non si accontenta di raccontare un solo gioco di specchi, ma oltre alle figlie contrappone e sovrappone anche le madri: una è solida e l’altra inaffidabile, una legge il New Yorker e l’altra la Bibbia. Così, la figlia di una è destinata a grandi cose e la figlia dell’altra resterà a vivere dov’è nata, o almeno così dicono le previsioni sul loro conto. Incuranti degli opposti, o legate proprio da quelli, le ragazze si sentono “sorelle segrete”, vivono in modo ombelicale, incollate l’una all’altra come soltanto le bambine e le adolescenti sanno fare. La monade si spacca quando la madre di Cassie comincia a frequentare un uomo brutale e possessivo; Cassie si trasforma, comincia a fare uso di droghe, si allontana dall’amica e si perde, mentre Julia asseconda il destino scritto per lei, ha nuove amicizie ed è impegnata a crescere secondo canoni più equilibrati. Cassie ruba all’amica il ragazzo che le piace, le due ormai sono lontanissime.

Getty Images

«Mia madre dice che capita a tutti, prima o poi, per ragioni più o meno chiare; si perde sempre una migliore amica a un certo punto»,

si ripete Julia per convincersi di poter andare avanti lo stesso. The Burning Girl è un romanzo sulle ferite ancora aperte e sulla fine dell’innocenza: quelle parole di consolazione suonano vuote a chi le legge e inefficaci a chi le scrive, perché l’io narrante è, o pretende di essere, una ragazzina che sta riflettendo su ciò che ha lasciato andare, in lotta con le proprie contraddizioni. A volte invece la rievocazione fa pensare a una distanza maggiore, al rapporto che Alice Munro chiamerebbe legame con “l’amica della giovinezza”: nella scrittura di Claire Messud c’è una lucidità più consona alla scrittrice matura che all’adolescente inquieta, in certe riflessioni troppo dense la piccola voce narrante diventa meno credibile a dispetto dell’intrusione dell’autrice consapevole, ma la padronanza dell’argomento non sabota del tutto il tentativo di guardare in profondità le pieghe più cupe di un’amicizia attraverso una voce di finzione.

«Forse crescere è avere paura»,

dice ancora Julia, e in questo romanzo se ne prova sempre molta, mista a un senso di inquietudine e di amarezza. Non la paura dei mostri o degli incubi, ma il terrore di essere piatti e uguali agli altri, insieme al bisogno inconfessabile che sia proprio così, che sia meglio confondersi con un grigiore normalizzante. Questo libro ci dice che si può somigliare a Julia o a Cassie, ma mai e poi mai vorremmo confonderci con quella rete, in apparenza solida e rassicurante, di persone qualsiasi che mettono in giro le voci peggiori, inquinano i sentimenti degli altri e pensano di sapere tutto dall’alto: che fine ha fatto il padre di Cassie, se l’amante della madre abbia o meno abusato di lei, se fra Cassie e Julia ci sia stata più che un’amicizia, se la loro separazione nasca da una gelosia sentimentale. È il mormorio di provincia a fare paura: la paura messa da quei luoghi claustrofobici in cui qualsiasi difformità è stranezza e la stranezza è sempre mal sopportata, la normalità presunta viene difesa con malevolenze fino a coprire tutto, anche la verità. Dunque, per strade diverse e più impervie da quelle che sottintende nel suo contesto, quella frase è il cuore del romanzo: è vero, crescere significa iniziare ad avere una paura che porta a scoperchiare gli abissi, guardarci dentro e imparare a temerli meno delle superfici.

«Amore è il bambino sul ponte che brucia mentre prova a recitare “Il bambino sul ponte che brucia”»,

recita l’esergo di Elizabeth Bishop con un doppio gioco di rimandi, per introdurre una storia di bambine che affondano e provano a salvarsi con le parole. The Burning Girl più che bruciare riscalda, scivola e avvolge senza troppa originalità, e arriva alla fine con qualche rivelazione ma non troppi scossoni. Claire Messud non aggiunge un tassello nuovo alle variazioni sul tema dell’amicizia fra ragazze però, trascinata dalla storia che voleva raccontare, ha scritto un libro che le sintetizza quasi tutte.

Claire Messud

The Burning Girl

W. W. Norton & Company, 2017
256 pagine, 25,95 dollari

 

La traduzione italiana, di Costanza Prinetti, uscirà per Bollati Boringhieri nella tarda primavera del 2018
Chiudi