Genova, Madrid, New York

Riccardo Baruzzi, “Bruno”

Riccardo Baruzzi, “Madonna”

Riccardo Baruzzi e Alberto Trucco: Duet

Dal 17 novembre 2017 al 14 gennaio 2018. Museo Villa Croce, Genova

Se d’un tratto, una mattina, la vista dalla vostra finestra si sintetizzasse in un sistema di segni, il sovraccarico di linee, ricci e segmenti cesserebbe di corrispondere al panorama ottobrino che tanto amavate. Bisognerebbe convocare un pescatore di segni che, volando à la Chagall sugli alberi e sulla strada, riponesse centinaia di linee e spirali nel proprio cesto, lasciando solo alcuni tratti significanti, quei pochi necessari a restituire il sentimento dell’immagine perduta, il vostro panorama. Riccardo Baruzzi (1976) è il pescatore e collocatore di segni che ha stracciato i documenti del divorzio tra disegno e pittura; nelle sue composizioni ogni ghirigoro è un ospite d’onore, vige la paratassi segnica, cui consegue un eterno mezzogiorno privo di ombre.
A ogni linea e macchia, Baruzzi riserva una corona, d’oro o di spine. Per questa estrema politezza segnica, che Baruzzi tiene anche nella sbavatura, osservare le sue composizioni è un’arrampicata senza chiodi da roccia, sport per occhi che non temono di scivolare.

villacroce.org

 

George Herriman, “Krazy Kat”, 1937

George Herriman “Krazy Kat”, pagina completa, 20 dicembre 1942

George Herriman: Krazy Kat is Krazy Kat is Krazy Kat

Fino al 26 febbraio. Museo Reina Sofía, Madrid. A cura di Rafael García and Brian Walker

Tanto tempo fa… gli scrittori erano amici dei pittori e i pittori leggevano i fumetti! Sembra impossibile a pensarsi, oggi che lo scrittore normotico coltiva decine d’illustratori o fumettisti preferiti, ma non sa fare il nome di alcun pittore vivente, in ossequio ai dettami di una fluorescente mentalità gerontofobica sans-serif per cui ciò che è popular svecchia mentre la cultura erudita invecchia. George Herriman (1880-1944) – inventore del gatto Krazy innamorato del topo Ignatz che prontamente scaglia un mattone sulla crapa di Krazy, e del cane Offissa Pupp, uno sbirro che vagheggia il gatto e castiga il topo – era adorato e saccheggiato da artisti e scrittori, Willem de Kooning, E. E. Cummings, T. S. Eliot, Jack Kerouac… Herriman mescolava slang americani al creolo, al messicano, a incomprensibili onomatopee; nelle sue vignette colorava tramonti sudisti, arancioni d’argillite e arenaria, e disegnava silenziosi monoliti in cui Georgia O’Keeffe avrebbe visto le ossa di un bucranio e Philip Guston i piedi di Giove.

museoreinasofia.es

 

Donald Baechler, “Severed Shadow”, 2017

Donald Baechler, “View”, 2017

Donald Baechler

Dal 2 novembre al 23 dicembre. Cheim & Read, New York

Il verde del gelato al pistacchio (in molti colorifici per signore shabby chic chiamato “verde Versailles”), faccette, roselline, piccole mele e aeroplani di carta, il rosa pesca del fard che la mamma conserva da vent’anni, coppette, coni, stropicciati sacchetti di pop-corn; nell’opera di Donald Baechler (1956) tutto ciò che è carino e bambino corrisponde al non plus ultra del punk. L’underground non appartiene agli esteti della trasgressione, ma a chi imbottisce l’ice-cream di sciroppose granelle alla fragola, quelle trascurate da qualunque over 5. Con le sue linee nere, tenerissime e dileggianti, su cui spesso incolla ricami da centrotavola di nonna Gioconda, Baechler è Balocchi e profumi nella versione di Nilla Pizzi con inconscio visivo del Connecticut e istruzione tedesca (tra le scuole dove l’artista si è formato nei tardi anni Settanta, la Städelschule di Francoforte). L’erudito Baechler che cita Malevich senza farsi notare, è della gente senza essere pop, un miracolo.

cheimread.com
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