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Nell’era delle bufale i “chierici” tradiscono un’altra volta

di SALVATORE CARRUBBA
IL 96 17.10.2017

Getty Images

Idee di scorta

L’inflazione di bufale che corre su Internet e intasa i social sta contribuendo a corrompere il dibattito pubblico e a condizionare, pesantemente e negativamente, le scelte elettorali. Diffondere notizie false, disprezzare le competenze e utilizzare linguaggi addomesticati sono tre aspetti dello stesso fenomeno: l’idea che informarsi significhi trovare conferma ai propri pregiudizi. A fronte di questa deformazione, il cui impatto politico è ormai conclamato, due spezzoni importanti di classe dirigente reagiscono in maniera contrapposta: molti politici si adeguano e cavalcano qualunque sciocchezza compaia sul loro smartphone; molti intellettuali si rifugiano in linguaggi rarefatti e incomprensibili, che alla fine rafforzano i pregiudizi diffusi contro chiunque sappia di qualcosa.

Il direttore della rivista statunitense Current Affairs, Nathan J. Robinson, ha di recente messo il dito nella piaga, denunciando la propensione di molti intellettuali a rifugiarsi in linguaggi esoterici la cui irritante oscurità denota in realtà una mancanza di significato autentico di ciò che dicono. Col risultato, nota Robinson, che «la mancanza di chiarezza assicura una fuga dalla responsabilità. Non potrò mai “sbagliarmi” su qualcosa, perché potrò sempre dichiarare di essere stato male interpretato». Ma su chi scrive in modo incomprensibile incombe una nemesi: «Più vago sarai, meno la gente ti darà fiducia», aggiunge l’autore. Ecco una delle ragioni dalle quali nasce poi la diffidenza verso chi possiede una competenza.

Robinson denuncia una nuova e insidiosa forma di “tradimento dei chierici”: quella di rinchiudersi in una propria bolla, incapaci di assumersi la responsabilità di denunciare gli errori, le falsità e i pregiudizi che corrompono la società. Lo abbiamo notato nelle settimane scorse col dibattito sui vaccini, in cui falsità manifeste assumevano la dignità di “opinioni” che meritavano di essere ascoltate e messe a confronto, su un piano di parità, con quelle degli scienziati. Quasi che in un dibattito sul pianeta chiamassimo Copernico a misurarsi con la studentessa tunisina, il rapper americano e l’associazione britannica che oggi sostengono che la terra è piatta.

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