La ripresa economica, anche se strutturale, potrebbe non riassorbire questa particolare forma di malcontento sociale. Un estratto da “Nel Paese dei disuguali” (Egea), un libro in cui Dario Di Vico racconta molte diverse “storie”, senza cedere alla tentazione di semplificare in pochi slogan la complessità dei fenomeni in seguito ai quali parti della nostra società sono o si sentono escluse

La globalizzazione non ha messo in crisi il riformismo solo sul versante delle scelte economiche ha anche indirettamente favorito la nascita di un nuovo soggetto politico che per comodità ci siamo abituati a chiamare neo-populismo. Se guardiamo al caso italiano questa novità ha terremotato gli equilibri politici e ci ha fatto passare dal regime di bipolarismo imperfetto a quello di un altrettanto difettoso tripolarismo. Un economista dell’Università Bocconi, Fausto Panunzi, commentando alcuni studi più recenti sul nesso tra globalizzazione e populismo ha sostenuto che «l’Italia, con la sua forte apertura commerciale e finanziaria, con la pressione migratoria alla quale è sottoposta e con rilevanti inefficienze e squilibri nel suo welfare state, è il candidato ideale per ospitare una tempesta perfetta del populismo». È proprio così?

Proviamo a vedere dopo la lunga fase del Vaffa come sta evolvendo la proposta politica del Movimento 5 Stelle che si candida a guidare l’Italia. In tema di disuguaglianze i grillini sostengono da tempo la necessità di introdurre nella legislazione italiana il reddito di cittadinanza. Nella letteratura economica, in realtà, esistono due differenti tipologie di basic income, come ricordato dal professor Stefano Toso: il reddito di cittadinanza propriamente detto che ha carattere universalistico ed è incondizionato, e il reddito minimo che al contrario è selettivo e condizionato a determinati comportamenti da parte dei beneficiari. I 5 Stelle non hanno finora tenuto fede a questa bipartizione e nella comunicazione hanno mischiato le due ipotesi. È evidente però che se il reddito di cittadinanza dovesse davvero essere diretto a tutti, proprio tutti, è lo stesso Toso a quantificare in 300 miliardi di euro la copertura necessaria per erogare un assegno di 400 euro mensili. In ogni caso i grillini sono via via slittati in una duplice direzione, hanno scelto di fatto il reddito minimo chiamandolo però «di cittadinanza» e, mentre in una prima fase avevano parlato di una misura diretta a combattere la disoccupazione giovanile, successivamente la proposta è stata presentata come diretta a contrastare la povertà. I testi finora presentati in Parlamento dai 5 Stelle parlano di povertà relativa e quindi di un reddito minimo che dovrebbe interessare — seguendo la classificazione Istat — oltre 8 milioni di individui e 2,7 milioni di famiglie. Prendendo alla lettera, invece, le dichiarazioni di Grillo nel mirino ci sarebbe la povertà assoluta e di conseguenza la platea si restringerebbe a 4,6 milioni di persone, come da lui stesso precisato. A differenti platee corrisponde una «spalmatura» diversa e soprattutto una diversa consistenza dell’assegno erogato: nella proposta Grillo – che parla di un costo per lo Stato di 17 miliardi di euro (o 20 a seconda delle versioni date di volta in volta dal M5S) – si arriva all’incirca a un assegno di 300-360 euro al mese. Mentre l’ipotesi parlamentare – prima firmataria Nunzia Catalfo – prevede di erogare il sussidio alle famiglie e non agli individui e modula la somma: si può arrivare a un massimo di 780 euro per chi non percepisce alcun reddito, per gli altri si dovrà sottrarre da 780 quanto già percepito. Più l’intervento si concentra, più si può pensare di ottenere risultati tangibili; più si allarga il reddito erogato, più finisce per assomigliare a un bonus.

Pesa però su questi progetti – ma la cosa non riguarda evidentemente solo le proposte grilline – l’assenza di un casellario unico delle prestazioni sociali, senza il quale l’implementazione di misure così complesse si presenta aleatoria per il rischio di dare a chi già riceve.

Le contraddizioni che l’ipotesi formulata da Grillo apre sono diverse e vale la pena analizzarle. Innanzitutto sul versante delle coperture finanziarie esplicitamente indicate: le voci più significative riguardano aumento di imposte a banche e assicurazioni, tagli alla Pubblica amministrazione, aumenti dei costi delle trivellazioni, una misura di tax expenditures basata sulla riduzione delle detrazioni fiscali ai redditi più alti, il divieto di cumulo pensionistico e il taglio dei dividendi della Banca d’Italia. Il quotidiano Il Foglio polemicamente le ha definite «coperture farlocche che affogano le banche e asfaltano le istituzioni». Sulla Rete il blogger Mario Seminerio ha parlato di «una stangata fiscale per i ricchi» e subito dopo ha messo in luce una serie di contraddizioni: il rischio che l’aumento della tassazione su banche e assicurazioni venga scaricato sui clienti, il fatto che i dividendi di Banca d’Italia già vengono versati al Tesoro e che l’insieme delle misure avrebbe l’effetto di un incremento ulteriore della pressione fiscale e contributiva pericolosa, con un effetto depressivo sull’attività economica.

Le critiche mosse sono interessanti anche in chiave di analisi perché mettono il dito su un’ulteriore, potenziale contraddizione: l’aumento della tassazione per sostenere le spese di inclusione cozza con il consenso di cui gode Grillo presso i lavoratori autonomi, notoriamente allergici al fisco e che comunque non beneficerebbero del reddito di cittadinanza? Per rispondere a questa domanda dobbiamo pescare dai lavori di Nando Pagnoncelli sui mutamenti tra stratificazione sociale e consenso politico. È vero che tra i lavoratori autonomi il Movimento 5 Stelle sfiora il 40 per cento lasciando molto più in basso gli eredi del forzaleghismo, Lega e Forza Italia, che pur sommati restano abbondantemente sotto il 30 per cento, ma il trasloco corrisponde anche a una trasformazione sociologica. Trasferendosi sotto le insegne di Grillo la Pancia del Paese abdica al suo credo orientato al fare, ai valori della competizione e alla riduzione dell’intervento statale, non traduce più in dialetto gli animal spirits. E si fa sedurre dalla battaglia grillina contro i vitalizi dei parlamentari perché in qualche modo parla al suo sentimento di deprivazione relativa, offre un capro espiatorio a quella sorta di invidia sociale che emerge anche dalla Rete. Al centro della società italiana, infatti, si è creato un magma di risentimento e di rancore che fa sì che quelli che erano mondi differenti – la classe operaia, i commercianti e gli artigiani, gli insegnanti pubblici – oggi finiscono per assomigliarsi, i sentimenti di frustrazione che li animano hanno la meglio su vecchie e consolidate opinioni. Hanno perso l’orgoglio del proprio lavoro – manuale o intellettuale che fosse – e questa sottrazione li rende più uguali tra loro, portati ad autodefinirsi solo in base alla contrapposizione frontale con le élite cosmopolite. Siamo come su un treno in corsa, le identità sociali sono mobili e quindi niente è consolidato e non è detto quindi che i concetti che eravamo soliti definire come statalismo e antistatalismo debbano necessariamente entrare in conflitto.

In questa ricognizione sulla cultura politica e il retroterra sociale del populismo italiano vale la pena anche riflettere sulla sinergia tra il Movimento e il sociologo Domenico De Masi. A chi verrebbe in mente di paragonare il capitalismo delle piattaforme digitali a Stalin? La Silicon Valley al Cremlino? L’Holomodor, il genocidio di cinque milioni di ucraini dei primi anni Trenta, alla nuova dittatura dei Big Data? Solo alla fervida fantasia di De Masi, per il quale il capitalismo e l’economia in fondo sono un unico centro di comando, un Gosplan che ha come obiettivo la massimizzazione del profitto e la schiavitù di lavoratori/consumatori. La caricatura delle leggi dell’economia, il linguaggio costruito per immagini cruente («omicidio sociale»), il pessimismo cosmico, sono perfettamente congeniali allo storytelling dei 5 Stelle. Che poi da questa visione De Masi faccia scaturire una proposta di redistribuzione (forzosa) dei redditi e del lavoro appare quasi una scelta conseguente. Nel suo mondo non esiste la finanza pubblica, figuriamoci i vincoli ai quali un Paese come il nostro deve tener fede. Non esistendo nemmeno la concorrenza internazionale, le imprese italiane possono ridurre l’orario senza alcun problema. De Masi non dà l’impressione di voler contribuire a cucire per i 5 Stelle soluzioni credibili: la sua «riparazione sociale» è costruita sulla fiscalità generale e sul contribuente, come quando elabora la proposta-shock che rivolge ai disoccupati. Ai disoccupati consiglia di prendere esempio dalla «guerriglia tattica» di Ho Chi Minh e rivoluzionare il mercato del lavoro offrendo gratuitamente la propria opera a chiunque ne abbia bisogno. Lo scompiglio che ne deriverebbe, assicura De Masi, costringerebbe i governi a varare la Grande Redistribuzione.

 

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Se queste sono le contraddizioni nelle quali si sviluppa la candidatura dei 5 Stelle a scalare la politica italiana in nome della disuguaglianza crescente qual è la risposta del mainstream politico? Ha intenzione di prendere di petto la situazione, pensa di poter ricomprare il consenso popolare oppure siamo già di fronte a una sorta di strisciante diserzione delle élite? Nella storia recente d’Italia si può rintracciare, con tutte le cautele e le differenze del caso, un precedente ed è l’interazione tra la domanda sociale proveniente dagli anni Settanta e le amnesie della società politica del tempo. L’establishment politico del centrosinistra di allora nella buona sostanza si sfilò, evitò la competizione in campo aperto e non volle elaborare una cultura politica capace di trovare soluzioni e scelse, invece, per l’appunto la scorciatoia di comprare l’elettorato con la spesa pubblica. Le domande di inclusione non vennero soddisfatte riformando le strutture di un Paese moderno a metà ma vennero cooptate grazie a una politica di deficit spending che avviò la formazione del nostro maxi-debito (una ricostruzione di questa stagione si trova in un libro di Giuliano Amato e Andrea Graziosi). La riforma delle pensioni che abbandona il criterio contributivo e adotta il famigerato retributivo è datata 1969, anche se comincerà a far sentire i suoi effetti con il decennio successivo ed è la dimostrazione di come un’istanza sindacale abbia finito per conseguire un risultato opposto, visto che le pensioni venivano pagate con i salari degli occupati e non con gli accantonamenti degli uscenti. Sono gli anni in cui le Partecipazioni Statali vengono gonfiate passando in due lustri da 460mila a 600mila addetti, la spesa pubblica aumenta dal 1970 al 1975 di 7,5 punti del Pil e l’inflazione supera la quota-monstre del 25 per cento. Lo scambio perverso dunque tra istanze sociali e spesa pubblica lo abbiamo già visto all’opera, l’inclusione a piè di lista pure e ne stiamo pagando pesantemente le conseguenze. Un replay avrebbe l’aggravante di un sistema ormai pienamente interdipendente e di vincoli comunitari che renderebbero ancor più drammatico lo scivolamento e la defezione delle élite. Ci consegnerebbe alla trojka.

Ma la tentazione di tagliare la strada al populismo usando le sue stesse armi c’è. Lo sostengono quattro studiosi (Luigi Guiso, Massimo Morelli, Helios Herrera e Tommaso Sonno) che hanno analizzato i dati riguardanti «domanda e offerta di populismo» in 26 Paesi europei. «I partiti tradizionali di fronte al calo di gradimento e al crescere della domanda di protezione sul breve termine, hanno cominciato a virare su politiche di taglio populistico», sostiene Guiso. O comunque – aggiungo – hanno ricominciato a guardare con favore a politiche centrate sull’espansione della spesa, senza però tenere conto di quanto ha scritto l’Istat nella sua nota sulla redistribuzione del reddito diffusa nel giugno 2017: i trasferimenti pubblici, attraverso la prevalenza della spesa previdenziale, hanno avuto un impatto redistributivo di oltre 10 punti ma estremamente selettivo, allargando le sperequazioni soprattutto sull’asse anziani-giovani e ricalcando – invece di correggere – la geografia degli insider e degli outsider. «Un limite evidente del sistema dal punto di vista dell’equità è la debole tutela accordata ai minori in presenza di bassi livelli del reddito familiare. Lo svantaggio relativo dei giovani in età attiva non dipende tanto dalla priorità assegnata dal sistema alla retribuzione previdenziale ma soprattutto dalle difficoltà di ingresso e di permanenza sul mercato del lavoro.»

Forse il limite delle risposte al populismo che sono state tentate finora sta soprattutto nell’averle volute restringere alla sola dimensione economica, in coerenza con l’assoluto potere discrezionale assegnato all’indice di Gini e alle sue semplificate verità. Ma persino nell’ultimo seminario Ambrosetti di inizio settembre 2017 a Cernobbio, persino in quello che è un tempio dell’europeismo di stampo illuminista, è maturato il convincimento che la ripresa economica, anche nel caso si confermi come strutturale, non è affatto detto che riesca a riassorbire quella particolare forma di malcontento sociale che identifichiamo per l’appunto con la parola populismo. Vuoi perché – specie in Italia – questa ripresa non genera automaticamente nuova occupazione, vuoi perché all’orizzonte si stagliano nuovi fattori di disuguaglianza (vedi la previsione Ocse di un taglio del 9 per cento dei posti di lavoro a fronte di un nuovo ciclo di automazione industriale). La sensazione che se ne ricava è che le élite, nonostante un ciclo economico moderatamente favorevole, fatichino comunque a prendere le misure del populismo. «Continuiamo a chiederci se dobbiamo concentrare gli sforzi sulla produttività o sull’inclusione. La verità è che dovremmo fare entrambe le cose», ha ammesso il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria. E gli ha fatto eco Alec Ross, ex consigliere tecnologico di Hillary Clinton e fiero oppositore dell’amministrazione Trump, secondo il quale «la radicalizzazione dei giovani può avvenire ovunque, nelle banlieux ma anche nel mio West Virginia».

Dario Di Vico

Nel Paese dei disuguali. Noi i cinesi e la giustizia sociale

Egea, 2017
154 pagine, 16 euro
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