Nei sondaggi cresce la fiducia degli italiani nel futuro, ed è una brutta notizia per il millenarismo grillo-leghista

Un po’ come l’Italia, la Francia è convinta di aver inventato più o meno tutto. Basta che esca la notizia di una scoperta qualsiasi tra San Francisco e Bangalore e subito spunta il francese che c’aveva pensato per primo (così come la malinconica intervista all’italiano che aveva tutto pronto, ma poi non ha trovato i soldi per farlo ed è finito a fare l’impiegato delle poste).
Al di là delle leggende metropolitane, però, sulla distinzione tra destra e sinistra i francesi un qualche copyright possono accamparlo sul serio, dato che sono stati i deputati dell’Assemblea costituente del 1789 a distribuirsi per la prima volta sui banchi in base alle proprie tendenze politiche. E da allora, con le uniche interruzioni del Primo e del Secondo impero, la distinzione tra destra e sinistra ha grosso modo retto, diffondendosi in tutto il mondo e strutturando la competizione politica fino alle ultime presidenze di Nicolas Sarkozy e François Hollande. Per questo non è proprio irrilevante il fatto che il 7 maggio 2017 quella distinzione sia saltata per aria. Con gli elettori della destra e della sinistra moderate uniti dietro alla candidatura di Emmanuel Macron e quelli più radicali, di destra e, per una quota, di sinistra che hanno votato Marine Le Pen. Non è stato un incidente di percorso e, come sappiamo, neppure un caso isolato. Tutte le analisi elettorali ci dicono che, nella maggior parte dei Paesi, il posizionamento di un elettore sull’asse destra/sinistra è un fattore sempre meno significativo nel prevedere il suo voto (e, d’altronde, sono sempre meno numerosi gli elettori che accettano di posizionarsi su quell’asse). Di qui è partita la caccia alla nuova summa divisio. Quella più in voga distingue i cosmopoliti dai nazionalisti, anche se vanno forte anche i periferici contro gli integrati e le nuove classi creative contro la vecchia working class.
Nell’analizzare i dati elettorali, però, i sondaggisti francesi si sono accorti di una cosa. Il tratto che permette più di ogni altro di distinguere gli elettori di Macron da quelli di Marine Le Pen è l’attitudine verso il futuro. I tre quarti dei sostenitori di Macron si dichiarano abbastanza o molto fiduciosi nei confronti dell’avvenire. Quelli di Marine Le Pen sono, nella stessa proporzione, convinti che le cose andranno di male in peggio.
È chiaro che la frattura tra ottimisti e pessimisti ricalca, in parte, differenze di natura socio-economica. Come direbbe Monsieur de la Palice, chi è istruito, integrato e iper-occupato ha tendenza a essere più ottimista, rispetto a chi è ignorante, periferico e senza lavoro. E però, se si osservano i risultati delle elezioni, in Francia come altrove, si vede che c’è anche qualcos’altro.
Prendiamo il tema cruciale del lavoro. Quando si ragiona sul futuro, nel campo dei pessimisti, di quelli che pensano che i robot prenderanno il posto degli uomini e che l’unica soluzione sia quella di offrire un sussidio alla maggioranza di umani che resteranno senza nulla da fare, ci sono alcuni tra i personaggi più ricchi e più avanzati del mondo, i guru della Silicon Valley, gli strateghi di Wall Street. Che sono poi gli stessi che si stanno costruendo bunker nelle regioni più remote della Nuova Zelanda per sopravvivere all’apocalisse globale della quale prevedono l’avvento in tempi brevi.
Al contrario, si può essere ottimisti sul futuro del lavoro e risolutamente contrari al tecno-assistenzialismo dei redditi garantiti senza avere quattro PhD, ma appoggiandosi sul semplice buon senso di chi sa che, negli ultimi due secoli, il progresso tecnologico ha sempre creato, oltre che distrutto, opportunità di lavoro. E che l’unico modo per integrarsi in una società è di avere un ruolo da svolgere e di sentirsi utili, non di percepire un reddito in cambio di nulla.
Lo stesso vale in molti altri ambiti. Si prenda l’altro tema centrale del momento, quello dell’identità. Lasciamo da parte, per un attimo, i cosiddetti cosmopoliti, creativi, globalizzati e sradicati (ammesso che esistano nella versione pura, da caricatura anni Trenta, che ne tracciano alcuni) e concentriamoci solo sul polo dei nazionalisti o patrioti che dir si voglia. Il patriottismo, diceva Jacob Burckhardt, è fatto di due cose: «l’odio di quelli che non sono noi» e «il bisogno di consacrarsi a una causa generale, di elevarsi al di sopra dell’egoismo dell’individuo e della famiglia». I pessimisti mettono l’accento sempre soltanto sul primo ingrediente, giocando sulla paura dell’invasione e della “grande sostituzione” etnica. Al contrario, si può essere patrioti e ottimisti spostando l’accento sulla seconda componente. Il che significa insistere perché i nuovi entranti siano sì beneficiari di diritti, ma anche assoggettati a un complesso di obblighi e di doveri che li trasformino in membri a parte intera della comunità nazionale. E puntare a rafforzare il legame sociale anche tra i cittadini, scommettendo sul volontariato, sull’educazione civica, sul servizio civile e su nuove forme di aggregazione e di partecipazione.

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Negli ultimi anni, la scena politica italiana si è visibilmente ristrutturata intorno alla linea di demarcazione tra ottimisti e pessimisti. Da una parte, l’avvento di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico ha orientato quel partito, storicamente piuttosto incline al pessimismo della ragione, nella direzione di un marcato ottimismo della volontà, al punto da provocare una scissione della componente pessimista. Dall’altra, la principale forza di opposizione, costituita dal Movimento 5 Stelle, ha adottato una linea sempre più crepuscolare sui temi del lavoro, dell’Europa e dell’immigrazione. E laddove è andata al governo ha tradotto questa linea in una serie di rinunce, come quella alle Olimpiadi di Roma, motivate dal pessimismo sulla capacità della città di ospitare un evento di quella portata.
Se al millenarismo grillino si sommano i toni apocalittici della Lega di Matteo Salvini, in vista delle prossime elezioni si profila chiaramente la versione italica dello scontro tra ottimisti e pessimisti che si è già giocato altrove. Il che significa che, anziché perdere tempo sui sondaggi elettorali, ancora molto incerti in questa fase, vale forse la pena di tenere d’occhio un indicatore di tipo diverso. Da noi, le forze del pessimismo hanno il vento in poppa da anni, perché sono anni che gli italiani guardano al loro presente, e quindi al loro futuro, con intensa preoccupazione.
Nel corso degli ultimi mesi, però, sembrerebbe che si sia prodotta una parziale inversione di tendenza. Secondo i dati della SWG, nell’autunno del 2016, il 64 per cento degli italiani era pessimista e non vedeva alcuna ripresa all’orizzonte. Oggi, il pessimismo è calato di 7 punti, mentre il 43 per cento guarda al futuro con maggiore ottimismo (in crescita rispetto al 38 per cento dell’anno scorso). Una tendenza che appare in linea con i dati sulla fiducia dei consumatori, e quelli sulla fiducia delle imprese, registrati dall’ISTAT che, dopo aver toccato il loro punto più basso nel 2013, sono tornati oggi a livelli pre-crisi.
Non è ancora una svolta (e soprattutto, non è ancora una maggioranza…). Si può dire però che, per la prima volta da molto tempo, in Italia gli ottimisti hanno qualche ragione in più per continuare a esserlo.

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