Incontro con il giovane designer francese dalla formazione industriale che si confronta per la prima volta con un progetto a tiratura limitata: le sue maschere sono la prima tappa di “Ordine, Disordine e Caos” presentato da The Box a Milano

Philippe Tabet ha 31 anni e il salotto di casa, con funzione di studio, pieno dei suoi progetti. C’è una pila di scatole di Slide, la sveglia da viaggio di Lexon che si attiva scorrendo i due piani di cui è composta: «Volevo ricreare un rapporto fisico con l’oggetto, legarlo a un gesto», racconta Tabet mentre con un click mostra cosa intende. Ci sono modellini in cartoncino dello sgabello Tool realizzato per Plust in plastica usando lo stampaggio rotazionale. Ci sono le poltrone della famiglia Esse disegnate per Pianca e il salvadanaio in ceramica Louis. C’è il prototipo di un’altra sveglia, Sweep, mai entrata in produzione, nel suo guscio in plastica azzurro, come pure Scrib per Lexon, un sistema con clip che tiene agganciata la penna al quaderno e che lui tira fuori per spiegare come un prodotto nasca dallo studio del catalogo di un’azienda sommato alla soluzione della richiesta data.

C’è anche qualcosa che esce dal canone di quell’inventario che un designer industriale – à la Marc Newson, uno dei suoi riferimenti – compila durante una carriera, raccogliendo incontri e opportunità, forme e funzioni che si cristallizzano attorno a un prodotto col prezzo attaccato al cartellino. È il suo ultimo lavoro. E sono maschere. Sono le tre maschere che rappresentano la prima tappa del progetto Ordine, Disordine e Caos di The Box Milano, con la curatela di Davide Fabio Colaci con Simona Flacco e Riccardo Crenna, ovvero i Simple Flair, e la collaborazione di Arper.

Philippe Tabet

Tabet è stato chiamato a interpretare il tema dell’Ordine, mentre il prossimo 29 novembre Astrid Luglio presenterà la sua personale visione del Disordine con una serie di poetici contenitori per la tavola. Chiude il cerchio nel febbraio 2018 il duo di Mathery Studio, con il Caos da aspettarsi un po’ pop, degna fine di un percorso insolito per lo spazio di The Box: contenitore, incubatore, laboratorio di progettazione d’interni per il contract nato dalla collaborazione di Spotti Milano e dello studio Colmanni + Minerva, con Arper partner tecnico. Questa volta agisce come una galleria per una edizione limitata in dieci pezzi, ma che ha già raccolto molte richieste, e quindi il curatore Colaci tiene aperte le prospettive: «Ora vedremo». Anche perché, come conferma, «non sono inaccessibili: l’approccio è stato quello di mettere qualità e artigianalità a disposizione di tutti».

A vedere le tre maschere allineate, una di alluminio, una di ceramica, una di legno, siamo quasi nel campo dell’arte. Non c’è un’utilità soddisfatta, se non quella fondamentale di raccontare una storia e di colpire qualche strato interiore, qualche ansa dell’immaginario che rimanda a Metropolis, ai robot, alle tribù africane, forse anche alla Maschera di ferro con Leonardo DiCaprio visto in un cinema di provincia mille anni fa, di quelli con i sedili rivestiti di plastica trasparente perché poi in altri orari servivano per altri film. Ma siamo fuori strada: invece di nascondere, le maschere di Tabet danno un volto, a chi l’ordine – per seguire il tema – lo fa rispettare, lo tramanda: «Sono i maestri della produzione, che detengono l’ordine del processo industriale». È il sacro rituale dell’artigiano a cui Tabet dà forma.

Gli schizzi iniziali del progetto. Alla fine i materiali usati per le maschere sono alluminio (che ha sostituito la ghisa), legno e ceramica

La maschera di alluminio nasce nella Fonderia Artistica Battaglia di Milano con un modello di plastica ricoperto di sabbia verde, la cosiddetta sabbia da fonderia, che poi diventa dura e fa rimanere l’impronta all’interno della quale si versa il metallo fuso. Quella di ceramica, prodotta da Puzzo sempre a Milano, segue la trafila classica: modellazione su uno stampo in gesso, cottura in forno una prima volta e la seconda con lo smalto: «Viene cotta come i piatti, senza vernice sul contorno che si appoggia».

La maschera di legno è stata realizzata posizionando il materiale in fogli, con la colla e i tagli, su uno stampo dove viene pressato e rifinito poi una volta asciutto con una fresa a controllo numerico. È un lavoro che mette in scena il legno multistrato già sperimentato da Tabet con la sedia Ruelle per Infiniti, messa in produzione dopo che il progetto aveva vinto nel 2014 il concorso per giovani talenti indetto dall’azienda veneta: «Una sedia da brasserie francese – ricorda Tabet – in cinque pezzi da montare in alluminio pressofuso e legno multistrato, per avere il massimo della leggerezza. Per fare il designer industriale devi avere la consapevolezza delle tecniche di costruzione». È proprio questo il cortocircuito con le maschere da collezione. La coerenza di un percorso, ma anche il punto di incontro con il progetto di The Box, come spiega anche Colaci: «Pur molto giovane, Tabet viene dal design di prodotto, ha esperienza con le aziende, mentre spesso i ragazzi della sua età sviluppano progetti indipendenti. Ci ha stupito. Abbiamo pensato che fosse perfetto per il tema dell’Ordine. Mentre per Disordine e Caos abbiamo scelto designer con approcci molto diversi: volevamo aprire la finestra su tre mondi perché non c’è una via unica alla ricerca, al design che serve a raccontare storie».

La storia di Tabet inizia in Francia, a Versailles. Poi va a studiare a Lione: «Pensavo fosse una scuola d’arte ma era di design, con la matematica…», racconta adesso ridendoci su. Sette anni fa decide di fare uno stage in Italia, nello studio di Odo Fioravanti, a progettare soprattutto sedie. «Sono venuto per trovare l’essenza del design. In Francia è Philippe Starck, qui ho scoperto che è una cultura. L’Italia è piena di savoir faire, mai visto un Paese più ricco di artigiani che sono l’élite», racconta. Nel 2013 la scelta di aprire il proprio studio. Tabet rientra nei canoni del giovane designer emergente. Un’etichetta che imprigiona progettisti fino alla soglia dei 40 anni. Ma lui implora: «No, per favore! Il design è come il rap. I giovani sono altri».

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