Gratta il solone attempato e trovi immancabilmente il borbottatore reazionario che sonnecchia in noi, raggiunta una certa età. Un estratto da “A proposito di Marta” (Mondadori)

La scoperta che con il suo magazzino infinito di videocassette mia figlia avesse assimilato sin da piccola una quantità sterminata di trame e racconti, imparagonabilmente più ricca della mia, è stata per me un’acquisizione tardiva, e nemmeno accolta con giubilo. E con questa scoperta, di conseguenza, si è affacciata con più convinzione anche la necessità di mettere in discussione molti luoghi comuni cresciuti nel corso degli anni per autocombustione, partoriti nelle chiacchiere salottiere di noi genitori presuntuosi che consideriamo lesa maestà se i nostri figli sembrano non avere nessuna voglia di calpestare le riverite orme paterne. E se cambiare punto di vista è sempre difficile, per me l’occasione propizia, il punto di svolta, il tornante del nuovo inizio si è provvidenzialmente disvelato qualche anno fa con una figuraccia di cui sento di portare tutt’intera la colpa. Anzi no, non tutt’intera: un po’ di colpa ce l’ha avuta anche Ian McEwan, in effetti.

 

Una figuraccia che nasceva dall’idea, o meglio dal pregiudizio, che noi ci siamo fatti di loro. Noi, proprio noi intendo, nati attorno alla metà del Novecento. E che ci mettiamo sempre al centro dell’universo dopo aver preso possesso dei gangli del discorso pubblico, dell’opinione più ciarliera e autoriferita, nei giornali, in tv, nell’editoria, nel senso comune: e «noi che abbiamo vissuto gli anni Sessanta», e «noi che abbiamo visto il Sessantotto», e «chiedimi chi erano i Beatles». Sempre noi in mezzo. Come diceva il grande Dino Risi di Nanni Moretti, incolpevole come persona e tuttavia preso a emblema di una certa incontinenza egocentrica che è esattamente la stessa di tutti noi suoi coetanei: «Scansati, e fammi vedere il film». Ecco, scansiamoci, facciamolo vedere meglio, questo film. Noi che adoperiamo modi di dire, quando diciamo per esempio che i nostri figli sono «post-ideologici», senza nemmeno accorgerci che con questa locuzione oramai consunta stiamo imponendo al linguaggio un’arrogante semplificazione a nostro esclusivo vantaggio. Sempre la stessa malattia egotistica: noi al centro, e loro «post»; noi la pienezza, e loro «post». Noi nella Storia con la maiuscola, l’unica degna di essere vissuta, e loro in una post-storia con la minuscola, un’assenza, una mancanza, un vuoto.

 

E appunto, un giorno di oramai tanti anni fa, in piena era post-ideologica come pensavamo, mia figlia mi ha detto: «Oggi ho visto un film bellissimo, commoventissimo, Espiazione. Conosci?».

Un’emozione improvvisa. Una bella, una bellissima sorpresa. E infatti appena me l’ha detto, d’istinto ho dato un’occhiata all’orologio. Purtroppo era tardi, le librerie a quell’ora erano già chiuse. Non avevano ancora inventato il Kindle, Amazon non sapevo nemmeno cosa fosse e dunque non potevo far altro che aspettare fino alla mattina dopo. Però ero davvero molto, forse troppo compiaciuto per quell’annuncio così secco e semplice, eppure per me tanto sorprendente e promettente. E sarei stato ancora più felice se mia figlia non si fosse mostrata tanto stupita della mia agitazione febbrile, ai suoi occhi del tutto illogica se non come manifestazione di un increscioso appannamento senile: «Sì, lo so che sei contento che mi sia piaciuto, c’è quell’attrice con cui dici sempre che vorresti scappare, Keira Knightley, ma non ti sembra di esagerare?».

Infatti stavolta non c’entrava niente, la Knightley che è molto bella, ma davvero non c’entrava con la mia beatitudine di quel momento. No, è che mi sembrava di rivivere intensamente le stesse emozioni che mio padre immagino provasse con me se gli dicevo, quando avevo sì e no una decina d’anni, di aspettare con ansia la prossima puntata in tv del Giornalino di Gian Burrasca con Rita Pavone, che mi faceva impazzire. Oppure di aver pianto senza freni mentre guardavo con i miei amici un film straziante intitolato I ragazzi della via Paal in cui il mio eroe, il piccolo Nemecsek, moriva di polmonite dopo che i suoi giovanissimi nemici lo avevano gettato nel laghetto ghiacciato dell’Orto botanico. In quei casi mio padre guardava l’orologio, esattamente come avrei fatto molti anni dopo con mia figlia, e se i negozi erano ancora aperti si precipitava a comprare i libri da cui quello sceneggiato televisivo e quel film, un classico della letteratura ma io ancora non lo sapevo, erano ricavati. Si sentiva investito di una missione: stimolare con ogni mezzo il figlio alla lettura, rivendicare la superiorità della parola scritta e della forma letteraria sulla conoscenza basata prevalentemente sulle immagini, arginare la decadenza di un’epoca in cui i ragazzi leggevano sempre meno, erano sempre più ignoranti, sempre più schiavi della televisione. Sempre più apatici e «stravaccati», allora si diceva così: «stravaccati». Sempre più pigri, superficiali e incolti, sempre più lontani dai buoni libri. Sempre più «asini», anche questo, allora, si diceva così. Allora, come adesso: uguale.

 

Nell’epoca in cui io ero un ragazzino, mio padre e molti genitori erano davvero convinti che i loro figli fossero tanto asini. Vogliamo dimenticarlo, perché ci piace ricordare che noi invece eravamo coltissimi, preparatissimi, informatissimi, idealisti, la meglio gioventù, e via lodandoci. Ma non era così, è una bugia che amiamo raccontare.

Scuoteva la testa quando tornava a casa dal lavoro e vedeva suo figlio inchiodato davanti alla televisione, e allora c’era soltanto un canale, al massimo due, figurarsi. Era molto preoccupato perché i suoi figli leggevano «questi stupidi fumetti», che poi per lui erano addirittura tutti i numeri di Linus che Ludovica, la mia sorella più grande e più audace, comprava sempre e collezionava con cura, fascicolo dopo fascicolo, prima in formato grande poi in quello piccolo. Per lui Linus era come un fotoromanzo dozzinale, un prodotto di infima qualità perché troppo disegnato e troppo poco scritto, troppe immagini e poche parole. Non faceva distinzione tra Il Monello o L’Intrepido – che pure divoravo passandomeli con i miei compagni di mano in mano – e una striscia dei Peanuts con Snoopy, Lucy e Charlie Brown, o quelle magnifiche di Jules Feiffer e di Claire Brétecher, che noi, mia sorella soprattutto e io per imitazione, sentivamo invece come inestimabile patrimonio nostro, se non addirittura come il massimo della raffinatezza e dello humour intelligente.

Per mio padre era tutta roba che allontanava dai libri seri. Erano «fumetti» puerili e diseducativi, capaci di solleticare la nostra faciloneria, ma non di formarci e di tramandarci una gloriosa tradizione culturale e morale. Era intrattenimento, non cultura. E perciò, non appena scorgeva uno spiraglio nel mio muro di ignoranza, appena percepiva in me un interesse per qualcosa che si potesse fissare nella pagina stampata di un libro – e persino le esuberanze ipercinetiche di Gian Burrasca e della sua pappa col pomodoro potevano giocare un ruolo in questa guerra, peraltro perduta in partenza – mio padre si sentiva in dovere, come in una missione speciale, di rifornirmi di carburante culturale. Era una guerra di trincea: ogni ora trascorsa nella lettura contava, per lui, come un’ora sottratta alla decadenza.

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Quando mia figlia, qualche decennio più tardi, mi ha detto del film Espiazione, allora, senza volerlo, ho imitato mio padre. Ho intravisto uno spiraglio nel buio pesto della sua ignoranza: che per me era una condizione assodata, senza bisogno di prove, perché i pregiudizi non hanno bisogno di prove. Ho pensato che fosse arrivata l’occasione per farle scoprire la bellezza di un libro, almeno uno, e chissà se quelli sullo scaffale in camera sua li aveva letti veramente, ma avrei detto proprio di no. Senza nemmeno accorgermene, mi sono ritrovato con l’elmetto a combattere la stessa, identica, insensata guerra di trincea di mio padre. Del resto, non stiamo sempre a dire che questi figli non leggono, e non sanno niente, e sono sempre storditi dentro quelle cuffie con la musica a palla, e sono sempre apatici e obnubilati, e non conoscono la passione delle idee, e non fanno altro che scambiarsi messaggini al telefono, e stanno ore e ore al computer a giocare, e non sanno mettere due parole di fila? E poi che il congiuntivo non sanno nemmeno cosa sia?

Ecco, fermiamoci sul congiuntivo. Se c’è un esempio che ci dice quanto spesso finiamo per sembrare dischi rotti che danno sempre la stessa musica, è infatti proprio questa leggenda del congiuntivo sterminato dal gregge di capre imberbi e illetterate, come si legge sempre sui giornali, ma che forse avrebbe bisogno di una robusta revisione storica. Un giorno mi sono imbattuto in queste parole severe ma definitive apparse su un’autorevole rivista: «Come in tutti gli esami di concorso, si constata che la scuola non insegna più la lingua italiana, sì che si scrive sgrammaticato e senza sintassi (c’è tra l’altro nei giovani la morte del congiuntivo)». Ecco, appunto, «la morte del congiuntivo»: difficile dar torto al glorioso Ponte di Piero Calamandrei che ha ospitato questo giudizio senza appello. Ma deve esserci qualcosa che non torna, perché, se si controlla la data, si scopre che queste note spietate sui giovani d’oggi sono apparse sì su un fascicolo del Ponte, però del 1950, cinque anni prima che nascessi io: e a essere bacchettati non erano i giovani d’oggi, proprio di quest’oggi che stiamo vivendo adesso, ma erano i ragazzi di ieri nell’epoca in cui potevano dirsi i giovani d’oggi. Nel 1950, non nel 2017, ma sempre con il borbottio sul congiuntivo maltrattato. E dunque: o i giovani di allora, cioè presumibilmente le persone nate negli anni Trenta, erano barbari come quelli di adesso, oppure siamo noi che ci balocchiamo sempre, instancabilmente, pigramente, generazione dopo generazione, con gli stessi scontati pregiudizi. Propenderei per la seconda ipotesi.

E perciò se la mia, complice McEwan, è stata una brutta figura, questa storia documentata dalla data d’uscita di una rivista è una figura pessima, che dovrebbe farci arrossire ogni volta che ci diamo di gomito rimproverando con sdegno i nostri figli intenti a massacrare il congiuntivo, e con il congiuntivo l’intera lingua italiana. L’espressione di un luogo comune che fa della «morte del congiuntivo», copyright 1950, una bandiera da sventolare contro i nostri tempi, contro tutti i tempi nuovi purché siano nuovi. Gratta il solone attempato che si fa paladino della purezza del congiuntivo, e trovi immancabilmente il borbottatore reazionario che sonnecchia in noi, raggiunta una certa età. Nel 1950 e nel 2017, indifferentemente.

E comunque, tutto potevo pensare, corazzato nel mio pregiudizio, tranne che mia figlia fosse in grado di sapere che Espiazione era ben più di un bel film, ma addirittura un bellissimo romanzo, uno dei capolavori del mio amato Ian McEwan. Certamente lo ignorava, e dunque dovevo muovermi in fretta, senza indugi, per andare in libreria apposta per colmare quella lacuna, e per darle un libro che fosse tutto suo, e a cui potesse affezionarsi come a un libro tutto e soltanto suo, senza prestarle la copia che avevo già a casa per non far apparire il mio gesto come l’imposizione di un padre apprensivo. Decisi di scriverle una dedica affettuosa sul bel libro che le stavo regalando, preparandomi a dirle, con l’aria meno antipaticamente professorale possibile, che esistono altri romanzi stupendi di McEwan, se mai avesse voluto proseguire nella conoscenza di uno dei migliori scrittori del nostro tempo, eccetera eccetera. Arrivato a casa, ho aspettato con una certa trepidazione il suo rientro. Quando ho sentito la chiave nella toppa, poi il consueto tonfo di uno zaino sbattuto per terra, poi un «ciao papi» come al solito strascicato, allora le sono andato incontro con una certa concitazione stringendo tra le mani il mio libro intonso, e la mia faccia che trasudava entusiasmo era come se dicesse: «Guarda che cosa bella e istruttiva che ti ho comprato, figlia mia».

È stato un attimo, lei ha guardato la copertina senza mostrare particolare interesse, poi ha estratto dallo zaino un libro abbastanza stropicciato, con una biro rossa come segnalibro più o meno a metà del volume. E mi ha guardato con una certa ironia o forse, peggio, era caustico sarcasmo. Il libro che aveva in mano era Espiazione di McEwan, nella stessa identica edizione che avevo scelto per lei: «Sei arrivato tardi, l’ho già comprato. Bello, comunque. Grazie del pensiero, papi».

«Grazie del pensiero, papi» era una sferzata al cuore. E peggio per me, che avevo creduto a uno dei tanti luoghi comuni che fanno vedere, a noi che non avremmo mai pensato di usare le stesse frasi insopportabili dei nostri genitori, quello che vorremmo vedere per consolarci e per sentirci migliori. Per di più, ho scoperto dopo, mia figlia aveva nei suoi scaffali altri due romanzi di McEwan, anch’essi stropicciati, letti, addirittura con le orecchie alle pagine su cui lei avrebbe voluto ritornare per una parola che l’aveva colpita, un pensiero, una scena, una situazione emotiva, chissà. Perché le figuracce sono come le ciliegie, non vengono mai da sole.

Pierluigi Battista

A proposito di Marta. Le poche cose che ho capito di mia figlia

Mondadori, 2017
216 pagine, 18,00 euro
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