Perché “Let's Play Two”, il film di Danny Clinch sulla doppia tappa dei Pearl Jam a Wrigley Field nel 2016 è molto più della semplice celebrazione di due magnifici concerti rock

Quando nel giugno 2011, grazie a un’intuizione di Bill Simmons, vede la luce grantland.com, straordinario crocevia di sport & cultura pop (R.I.P.), tra le penne arruolate nella prima settimana online compare anche quella di Dave Eggers. Che per Grantland scrive un pezzo, che rimarrà anche l’unico. Un’ode a uno dei ballpark più storici e celebrati di tutta America. Eggers è di Chicago, il ballpark ovviamente non può che essere Wrigley Field, la casa dei Cubs. Il titolo del pezzo è meraviglioso: Wrigley is Wrigley, and nothing else is. Anche Eddie Vedder è di Chicago. Non è di Seattle, patria solo adottiva, sua casa artistica. E non è di San Diego, perché il benzinaio dove rischia di sprecare il suo talento, il surf, il negozio di chitarre di fianco al teatro La Paloma, a Encinitas, verranno solo dopo, nel periodo dell’inquietudine adolescenziale. Ma sulla carta d’identità del leader dei Pearl Jam c’è scritto Chicago, Illinois. Ed è Chicago che Vedder chiama casa.

Qui — gioco forza — ogni show è speciale. Dal primo (al secondo) all’ultimo. Il primo — «il 21 luglio 1991», ricorda perfettamente Vedder — al Metro, «aprivamo per i Soul Asylum e per noi era una gran cosa», le parole di Jeff Ament. Poi il secondo, neppure un anno dopo, stessa location, «avevamo in scaletta le tracce del nostro primo album più I got a feeling. Stop». Che cantano insieme a Billy Corgan, il leader degli Smashing Pumpkins che li raggiunge sul palco, mentre tra il pubblico si aggirano tutt’altro che ignorati gli U2, che stanno pensando di fare di questa band il loro opening act nell’imminente tour europeo. E poi l’ultimo, «25 anni dopo eppure a cento metri soltanto dal Metro». Proprio così, perché a cento metri da lì c’è Wrigley Field, dove i Pearl Jam suonano l’ultima volta il 20 e 22 agosto 2016. Non una, ma due date. Non avrebbe potuto essere diversamente, perché così avrebbe voluto Ernie Banks: «Let’s play two», diceva.

Vedder lancia la prima palla contro i Milwaukee Brewers nell’agosto 2016 al Wrigley Field

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Fuori da Wrigley Field c’è la statua di Ernie Banks. “Mr. Cub”, legge l’iscrizione alla base, perché non c’è bisogno d’aggiungere altro. Quasi vent’anni di carriera, dal 1953 al 1971, una sola maglia, quella pinstripe dei Cubs. Ernie Banks è il simbolo delle squadra, la bandiera; Ernie Banks è anzi forse il simbolo del baseball stesso, nella sua dimensione più vera, quella di passatempo nazionale, padre e figlio con palla e guantone nel backyard e la gioia più pura di giocare. «It’s a beautiful day for a ballgame… Let’s play two!», la sua frase che è passata alla storia, specchio di quell’amore per il gioco che gli faceva augurare che ogni giorno si potesse disputare un doubleheader, ovvero non solo una ma due partite. Era stato proprio Banks, nel 2008, a chiedere a un tifoso dei Cubs come Vedder di scrivere una canzone per la squadra e il leader dei Pearl Jam non si era fatto pregare, catturando in versi «la magia dell’edera e del vecchio tabellone / lo stesso a cui guardavo quando da bambino tenevo il punteggio».

Era nata All the way, un inno alla speranza che un giorno — someday i Cubs e tutti i loro tifosi potessero andare fino in fondo, fino alle World Series, fino al titolo di campioni delle Major League Baseball. Un’impresa disperata, a Chicago lo sapevano bene. Perché le World Series mancavano in città dal 1945, il titolo addirittura dal 1908. Negli Stati Uniti la chiamano drought, siccità, che rende bene l’idea della tragedia (sportiva, si intende) di una vittoria che manca come l’acqua nel deserto. Eppure someday, well go all the way, continuava a cantare Vedder, e i tifosi dei Cubs continuavano a crederci, spesso irrazionalmente. Finché nel 2016 — l’anno che i Pearl Jam tornano a esibirsi a Wrigley Field, quel 20 e 22 agosto — l’impossibile sembra possibile.

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Quei Cubs sono una delle migliori squadre della lega, il secondo capolavoro del presidente Theo Epstein, l’uomo già capace di mettere fine a una prima maledizione a Boston — the curse of the Bambino, quella inflitta ai Red Sox dall’avventata decisione di cedere Babe Ruth agli Yankees (niente titolo per 86 anni) — e ora alle prese con una seconda a Chicago, ancora più potente («è la sfida per eccellenza», dice lo stesso Epstein). Stavolta ha a che vedere con una capra, la capra che il proprietario della taverna Billy Goat portava con sé a Wrigley Field per vedere i suoi Cubs. C’era anche il giorno di gara-4 delle ultime World Series, nel 1945, ma la capra quella volta diede fastidio a più di un tifoso e così a lei e al suo proprietario venne chiesto di lasciare lo stadio.

Ne nacque the curse of the Billy Goat, ed ecco allora spiegati (…) 71 anni senza una finalissima, 108 senza un titolo di campioni. Ed è qui — nella descrizione dei momenti decisivi della stagione 2016 dei Cubs vissuti in parallelo alla doppia data tenuta dai Pearl Jam quella stessa estate — che Let’s play two regala il suo meglio. Perché quando il pubblico di Wrigley Field festeggia la vittoria in gara-6 contro i Los Angeles Dodgers, il titolo della National League e quindi il primo approdo alla World Series dal 1945 le parole urlate a squarciagola da Vedder in Corduroy sembrano perfette: «L’attesa mi ha fatto impazzire / ma finalmente ci siamo / e io sono uno straccio». Idem quando una settimana dopo i Cubs si ritrovano sotto 1-3 nella serie di finalissima contro i Cleveland Indians, ma il frontman dei Pearl Jam imbraccia una chitarra acustica e prende a prestito le parole dai Ramones: I believe in miracles.

I festeggiamenti al termine di gara 7

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Ci credono anche i tifosi dei Cubs, che hanno un’ultima partita interna comunque da celebrare (gara-5), una partita che se vinta regala la chance di allungare la serie e tornare in Ohio per giocarsi le ultime possibilità. Chicago la vince, 3-2, con Vedder che intona il classico Take me out to the ball game a metà del settimo inning e poi — nelle immagini del film — torna protagonista con la sua band davanti al pubblico di Wrigley Field, un pubblico che canta in coro non a caso l’inno che forse più di tutti li ha resi celebri — (We’re still) Alive. A quel punto è chiaro che il destino si deve compiere, ma è chiaro solo a posteriori, perché anche dopo la vittoria dei Cubs in gara-6 la settima e decisiva partita — quella che assegna il titolo, senza futuro — è guardata da ogni tifoso di Chicago con un mix di speranza, apprensione e paura.

La sfida è leggendaria, sempre in equilibrio, tanto che non bastano i consueti nove inning per deciderla. Ci sono solo quattro precedenti di una gara-7 della World Series decisa agli extra inning e a spuntarla — dice la storia — è sempre stata la squadra di casa, che ovviamente sono gli Indians. Ma contro il destino non si può vincere, non questa volta. Dopo 108 anni è il momento dei Cubs, di Theo Epstein e del tifosissimo Bill Murray, di José Cardenal, l’esterno dei Cubs di metà anni ’70, e di Eddie Vedder, che da ragazzino lo aveva eletto a suo giocatore preferito, è il momento soprattutto di All the way, che scorre sui titoli di coda di Let’s play two insieme alle immagini della festa del popolo di Wrigley. Perché forse è vero, come scriveva Eggers su Grantland nel spiegare la magia del suo ballpark, che «vincere — una cosa che i Cubs facevano solo occasionalmente — era superfluo, in fondo non così tanto diverso dal perdere; come quando sei in spiaggia, e un gusto di gelato non è così diverso dall’altro perché tutti sembrano buonissimi se sei in spiaggia». Alla fine però accettava il dubbio: «O no?», concludeva. E forse, per una volta, la risposta è no.

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