Confessioni (con lacrima) di uno scrittore biografo e fan di Bruce. Lo show a teatro del Boss è intimo e personale e promette con un «trucco magico» che il rock non finirà mai

Nel dicembre 1976, un Elvis sformato dalle troppe medicine e dal peso insostenibile della propria leggenda teneva i suoi ultimi concerti a Las Vegas: preceduto da una pomposa versione dell’Also sprach Zarathustra di Strauss, incedeva sul palco col suo pacchiano costume di scena bianco, il viso un tempo irresistibile incorniciato nel casco neroblu dei suoi capelli gocciolanti di sudore; e dopo aver deturpato alcune delle sue migliori canzoni e lanciato decine di fazzoletti, veniva inghiottito dal buio dopo le ultime note di Cant’Help Falling in Love. Su YouTube si trovano decine di video di quelle stracche parodie che il Re faceva di se stesso. Ne ho vista qualcuna all’indomani dell’annuncio che Springsteen avrebbe tenuto – da solo sul palco – cinque show settimanali da ottobre a febbraio nel minuscolo Walter Kerr Theatre, chiedendomi se quest’operazione non fosse l’equivalente springsteeniano del patetico addio alle scene di Presley: senza lustrini, certo; in un teatro newyorkese e non in mezzo ai casinò nel deserto del Nevada. Ma, insomma, quell’insegna incorniciata da lampadine multicolori – «SPRINGSTEEN ON BROADWAY» – mi provocava vaghe ondate di panico.

Così ho iniziato a pensare se non fosse meglio restarsene a Roma, magari ad ascoltare qualche vecchio concerto di Bruce Springsteen & The E Street Band. Ma alla fine ho fatto ciò che il mio istinto di fan mi imponeva di fare: sono andato a controllare di persona.

Come è andata? Beh, per rispondere parto dalla fine; quando nell’angusto camerino del teatro ho detto a Bruce: «A quindici anni sono scappato di casa per venire a un tuo concerto a San Siro. Era il 21 giugno 1985. E da quel giorno ho sempre creduto in te, e in quello che cantavi. Stasera ho capito una volta per tutte che avevo maledettamente ragione».

Lo show è diverso da un suo tipico concerto. Molto diverso. Al posto di sessantamila fan urlanti, novecentosessanta spettatori in perfetto silenzio. Il palco sembra una rimessa per automobili, più un backstage che uno stage, con qualche cassa degli attrezzi scenici disseminata qua e là, un fondale di mattoni neri, una scala antincendio ripiegata, un pianoforte, un microfono, uno sgabello con sopra un bicchiere d’acqua e otto lampade da soffitto più adatte a una pizzeria che a questo gioiello di teatrino anni Venti, tutto fregi, dorature e velluti. Della E Street Band non c’è che un commosso ricordo da parte del loro Boss nel mezzo di Tenth Avenue Freeze-Out; lo Springsteen versione 2017 si offre solo e disarmato, con una chitarra, un microfono (di cui a volte fa anche a meno) e una storia da raccontare.

Sì, è sempre la stessa storia, è vero: il racconto del ragazzo nato nel New Jersey che vuole scappare con una chitarra in mano da quel posto «pieno di perdenti» e ripercorrere la favola primigenia del rock ’n’ roll – quella di Johnny B. Goode: arrivare nella grande città e vedere il proprio nome in cartellone all’ingresso di un teatro. Sappiamo che Chuck Berry (così come il suo alter ego Johnny) c’è riuscito, anche se ha dovuto pagare al successo un prezzo molto alto. Da quando l’anno scorso è uscita l’autobiografia di Springsteen, abbiamo potuto calcolare il prezzo che ha dovuto pagare lui: nessuna follia autodistruttiva à la Keith Moon; niente droghe né alcol; mai una visita alle patrie galere o un’accusa di molestie sessuali (che ormai non si nega a nessuno). A Bruce Springsteen è capitato semplicemente di vivere il proprio enorme successo con molti sensi di colpa, con il sospetto a volte che il suo dono fosse una maledizione (o meglio, un’ossessione: suonare per quattro ore di fila ogni sera, per duecento sere ogni anno, è un grande regalo per chi lo va a vedere, ma un comportamento ai limiti dell’autodistruttivo per chi lo mette in atto) e con la consapevolezza che, comunque, il viaggio – per quanto esaltante e faticoso sia stato – sta per finire.

Springsteen on Broadway è il modo con cui Springsteen sta provando a spiegarci i suoi sensi di colpa e la sua sospettosità riguardo alla fama, con la malinconia dei suoi sessantasette anni. Non è un’esperienza esaltante, non c’è la solita interazione tra Springsteen e il pubblico, la spontaneità tipica dei suoi concerti lascia il posto a un vero e proprio monologo teatrale accuratamente scritto. Eppure, Bruce non ha mai fatto niente di così profondo e “vero”. All’inizio parla del suo lavoro come di un «trucco magico» che è costretto a fare ogni sera di fronte a un pubblico che «non attende altro che tu estragga qualcosa dal cilindro»; e promette di svelarlo. Centoventi minuti dopo la promessa è mantenuta. È il Sacro Graal per chiunque abbia mai provato a scrivere (un racconto, un film, una canzone): l’adesione totale dell’arte alla vita. Con Springsteen on Broadway, Bruce e la sua opera (320 canzoni edite, almeno altrettante a prendere polvere nei cassetti o in qualche vecchio nastro) si sono fusi: il ragazzo di Thunder Road e Born to Run è l’uomo che ci racconta di come il cantante famoso per le sue canzoni sulla fuga dalla provincia a bordo di un’auto sia finito a vivere a due chilometri di distanza dalla casa in cui è cresciuto; senza contare il fatto che, come confessa lui stesso, l’autore di Drive All Night e Racing in the Street a ventun anni non sapeva ancora guidare. Ed è per questo che alla fine dello show ho potuto dirgli che ho avuto ragione a credere alla sua storia per oltre trent’anni.
 

 
Due ore e mezza prima, una New York dal clima più natalizio che autunnale offriva a mia figlia e a me il suo scintillante gioco di luci a Times Square, mentre ricordavamo ancora divertiti la stranezza che ci era stata mostrata il giorno prima a Princeton, dove ero andato per presentare il mio libro su Springsteen: una statua del Boss a grandezza naturale, con la chitarra a tracolla, ricoperta di conchiglie e riverniciata a catrame, posta proprio al centro del campus universitario. Da buon turista e fan, sotto il mento prognato di quell’orribile scultura mi ero fatto scattare una foto che ero deciso a mostrare a Bruce dopo il concerto, per sapere se fosse a conoscenza di quel dimenticabile omaggio alla sua arte (nonché alla sua bandana anni Ottanta). Ma, svoltando sulla 49esima Strada, siamo ammutoliti quando davanti ai nostri occhi è comparsa lei: la temuta insegna luminosa con su scritto «SPRINGSTEEN ON BROADWAY» torreggiava sul più piccolo teatro in cui Bruce abbia suonato negli ultimi quarant’anni. Il foyer è grande come il corridoio di un appartamento e su palchi più ampi ho cantato in coro nelle recite natalizie alle elementari.

Siamo una comitiva di quattro italiani. Oltre al sottoscritto, c’è una coppia di miei cari amici springsteeniani e mia figlia Margherita, sedicenne con la passione dei Velvet Underground e dei Pixies, e un rapporto con Springsteen di comprensibile diffidenza (troppi viaggi in auto da bambina ad ascoltare Darkness on the Edge of Town…). Una hostess ci scorta ai nostri posti; nella fila davanti a noi sono seduti Annie Leibovitz e John Lithgow (indimenticabile Winston Churchill nella serie The Crown). I biglietti per Springsteen on Broadway vanno dai 70 agli 850 dollari: il pubblico è composto da fan miracolati che hanno vinto l’accesso alla Mecca in base a complicate lotterie telematiche e super-ricconi di Manhattan. Ogni singola data è andata sold-out in cinque minuti. Al mercato secondario (l’equivalente contemporaneo e internettiano del vecchio bagarino) un biglietto di platea si vende a seimila dollari.

Alle otto si spengono le luci. Tutte tranne una, fioca, che illumina l’ingresso di un signore di sessantasette anni, in jeans neri e t-shirt grigio scuro. Ha in mano una chitarra, ma per ora non sembra voglia usarla. Va al microfono e dice: «Vengo da una cittadina balneare dove tutto è vagamente fraudolento. Così come me». Parla, Bruce, continua il suo monologo ricco di battute da consumato stand up comedian e di improvvisi squarci sulla sua vita privata. Poi il teatro si riempie delle note di chitarra di Growin’ Up, di quelle al piano di My Hometown. Sembra di avere Bruce Springsteen nel salotto di casa propria. Lui ha sempre dichiarato di intendere la propria carriera come una lunga chiacchierata con il proprio pubblico. Ma questa, più che altro, somiglia a una confessione. Come quando dice… proprio lui, sì, l’autore di Factory, il blue collar hero per eccellenza del rock americano: «Non ho mai lavorato in vita mia. Non ho mai fatto per un solo minuto ciò che canto da sempre nelle mie canzoni», e rivela che quando a vent’anni cercava una voce per raccontare la sua storia la trovò in quella di suo padre; la persona con cui è stato più in conflitto. «Per il mio alter ego sul palco», dice Bruce, «ho indossato l’uniforme da operaio, gli abiti di mio padre»; e racconta un sogno: «Sto suonando, la serata è incandescente, e mio padre, morto già da tempo, siede in silenzio tra il pubblico. Poi… sono in ginocchio vicino a lui, e per un attimo osserviamo insieme l’uomo scatenato sul palco che canta la vita di operai come lui. Gli tocco l’avambraccio, quindi dico a mio padre, paralizzato dalla depressione per tanti anni: “Guarda, papà, guarda… quello là…sei tu… è così che ti vedo” ».

Mentre Bruce attacca My Father’s House, sento il sapore di una lacrima sulle labbra. Non mi ero reso conto di piangere. Provo a spiare, senza farmi scoprire, le reazioni di mia figlia: un esile arco d’argento le brilla sulla guancia sinistra.
 

 
The Wish, al pianoforte, è il tenero e divertente tributo a mamma Adele. Poi arriva Thunder Road, con quell’invito a Mary (ognuno di noi ha la sua) a condividere il viaggio verso The Promised Land. E qui Bruce compie un atto semplice e scioccante al tempo stesso quando si allontana dal microfono, avanza fino al limite del proscenio e la sua voce non amplificata – la vera voce di Bruce Springsteen – canta: «Non sono più un ragazzo, signore; no, sono un uomo / e credo nella terra promessa».

Born in the U.S.A., The Rising e Long Walk Home sono le canzoni con cui si misura la distanza tra il sogno americano e la realtà americana. Tougher than the Rest e Brilliant Disguise sono capitoli del romanzo famigliare di Bruce, ed è naturale che Patti Scialfa salga sul palco per cantarle assieme al marito. L’ininterrotto soliloquio va avanti, tra memorie d’infanzia, riflessioni sul tempo che passa («rimpiango il tempo in cui le pagine erano tutte bianche, ancora da scrivere») e una cupa conta dei morti, tra cui Danny Federici e Clarence Clemons, due dei pilastri della E Street Band. Su Dancing in the Dark il pubblico prova a interagire scandendo il ritmo con l’applauso, ma Bruce, ridendo, ricorda che questo non è un concerto. Quando Land of Hope and Dreams finisce, ecco il commiato: «Spero che il mio trucco magico sia riuscito».

C’è ancora Born to Run da fare, però. Subito dopo l’ultima riflessione, la più malinconica. Bruce racconta che qualche tempo fa è tornato nei suoi luoghi d’infanzia per rivedere il grande albero di faggio su cui si arrampicava davanti a casa sua, e ha scoperto che l’albero è stato raso al suolo: «Il mio cuore si è fermato… poi è ripartito», dice. «Un altro sguardo, ma c’era ancora. L’aria e lo spazio contenevano ancora forma, spirito e presenza rassicurante del mio glorioso amico, le foglie e i rami delineati dalle stelle». E conclude: «Anche noi rimaniamo nell’aria, nello spazio vuoto, nelle radici polverose e nella terra profonda, negli echi e nelle storie, nelle canzoni del tempo e del luogo in cui abbiamo vissuto». Amen.

«Non ti sembra il suo addio alle scene?», mi domanda mia figlia.
 

 
Lo show è finito. Il teatro si svuota. Mia figlia e io rimaniamo seduti ai nostri posti, poi – come ci è stato detto di fare – ci avviciniamo all’accesso alle quinte. Andremo a salutare Bruce. Arriva anche Annie Leibovitz con tre bambine. È lei l’altra ospite d’onore: la donna che ha fotografato John e Yoko dove lui è nudo, oltre al lato b di Springsteen in blue jeans con la bandiera americana sullo sfondo (ricordate la copertina di Born in the U.S.A.?). Mi saluta con gentilezza, ma non riesce a tradire lo stupore di avere di fronte un perfetto sconosciuto (del tipo: «E questo chi è?»). Ma aver scritto 600 pagine su Bruce Springsteen mi regala il gustosissimo diritto di sentirmi alla pari con la più famosa fotografa del pianeta – solo per una sera.

Ci scortano nei camerini. Se vogliamo chiamarli tali. C’è uno stretto e freddo corridoio, e c’è una scala a chiocciola, che scendiamo con fatica. Una piccola stanza sotterranea, con un divano e un tappeto, è il santa sanctorum del Walter Kerr Theatre. Tocca prima ad Annie Leibovitz (concediamoglielo, su…). Mia figlia e io, intanto, parliamo con Patti Scialfa, che sfoglia il mio libro appena uscito in inglese negli Stati Uniti e mi dice: «Bisogna assolutamente che Bruce te lo autografi».

Leibovitz & Co. levano le tende. È il nostro turno. Non vedevo Bruce da più di un anno. Mi fa i complimenti per il libro, che ha ricevuto da un paio di settimane. Gli do la mia copia da firmare: «To Leonardo, much love and thanks – Bruce Springsteen».

Io mi congratulo per lo show. «È roba molto personale», mi dice. «E mi è sembrato che si connettesse bene con alcune delle canzoni che ho scritto in passato». Poi chiacchiera un po’ con mia figlia. «È la tua prima volta a New York?», le domanda. «La mia prima in America», risponde lei. «Beh, come debutto non c’è male», scherza lui. E le regala un finale «you are so lovely, Margherita!», che servirà – ne sono sicuro – a lenire certe insicurezze tipiche dell’adolescenza.

In effetti, quando usciamo nel vento gelido, Margherita mi dice: «Grazie, papà, è stato fantastico». E aggiunge: «Dopo questo viaggio hai quasi raggiunto la mamma come indice di gradimento».

Sono altre, comunque, le parole di mia figlia che mi tornano in mente quando, esausto e felice, spengo la luce e lascio che arrivi la notte: quella sua impressione che Springsteen on Broadway sia l’addio alle scene di Springsteen era stata anche un po’ la mia. Fino a quando, salutando Bruce in camerino con un: «Ti aspettiamo in Italia», mi sono sentito rispondere così: «Ma certo! Noi torniamo sempre. Lo sai».

Ho riacceso la luce, ho preso in mano il mio libro, e ho riletto l’ultima frase del saggio introduttivo: «Cosa posso dirti, Bruce? Solo che qui sotto, coi miei amici – i miei compagni di decine di concerti, di viaggi infiniti per venirti a vedere – ce lo diciamo da anni, ormai: oddio, questo è l’ultimo; l’ultimo tour, l’ultimo concerto. Ma poi tu torni. Sei sempre tornato. Forse anche stavolta… Forse andrai avanti per sempre. In fondo, è questa la promessa del rock ’n’ roll. Quindi, sì, Bruce, giuramelo. Giuriamocelo insieme, stanotte, che non finirà mai».
 

LIKE A KILLER IN THE SUN.
SELECTED LYRICS 1972-2017

di Leonardo Colombati
editore Backbeat Books
pagine 608
prezzo 29,99 $

 

Appena uscito negli Stati Uniti, è l’edizione inglese del volume Come un killer sotto il sole, pubblicato da Sironi Editore nel 2007. Nel libro – sottotitolato Il grande romanzo americano – Colombati ha selezionato, tradotto e commentato più di cento testi di Springsteen, nella convinzione che il musicista vada inserito a pieno diritto tra i grandi della letteratura americana del Novecento.
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