La sfida della semplicità, i colori, il senso della funzione: come nasce la Pacific Chair, la prima sedia da ufficio progettata dal duo di designer inglesi per Vitra, ora nei negozi. E che cosa ci fa in 12mila esemplari all'Apple Park di Cupertino

«Eravamo da Apple a Cupertino con il design team, tre anni fa: stavano parlando del nuovo campus e dicevano: “Non abbiamo una sedia”. Noi abbiamo risposto: “Noi potremmo averne una”. È lì che è iniziato tutto. Prima che fosse finita abbiamo mostrato gli schizzi a Jonathan Ive e a Norman Foster, l’architetto. Ci hanno detto che se riuscivamo a finirla in tempo, beh sarebbero stati molto interessati». Edward Barber e Jay Osgerby raccontano così la genesi di Pacific Chair, la loro prima sedia per ufficio disegnata per Vitra (distribuita in Italia da Molteni&C e Unifor) e finalmente arrivata nei negozi dopo essere stata presentata lo scorso anno a Orgatec. Così il primo ordine per questo progetto è stato di 12mila pezzi per l’Apple Park, il campus nel cuore della Silicon Valley del colosso tech, operativo da questa primavera, con il centro visitatori aperto da metà novembre. «La sedia bilancia l’architettura, non è in conflitto con essa», commenta Osgerby mentre osserviamo le foto della Pacific all’interno degli spazi del mega anello di Apple.

L’immagine che Barber e Osgerby danno di sé, mentre parlano, rimanda ai loro progetti: precisi, semplici, essenziali, ma solo come il naturale risultato di un grande lavoro di ricerca che si intuisce soltanto e che nasconde un colpo inaspettato. Una complessità in filigrana che si dipana nelle immagini che hanno preparato per l’intervista e che Barber tiene pronte nel suo Mac argentato: «Tutto ha inizio cinque anni fa, quando Rolf Fehlbaum ci chiese di dedicarci all’ufficio. A Vitra erano contenti della Tip Ton Chair, lanciata nel 2011, perché rappresentava un nuovo modo di guardare a una semplice sedia. Il mondo dell’ufficio è diverso da quello dei mobili per la casa: è molto regolamentato e chi compra non è chi usa. Quando disegni un divano, la gente lo vede e pensa: “Wow, starebbe bene nel mio appartamento”, e sceglie quello che gli piace. Con la sedia da ufficio non è così. La gente che la compra ha una cartelletta in cui c’è scritto: può fare questo, può fare quello, può fare quest’altro. Come un’auto, con tutti gli optional e i colori. Abbiamo guardato a centinaia di sedie da ufficio e ci siamo resi conto che nessuna ci piaceva. Avevano molte funzioni ma non erano belle, non erano il tipo di sedie che avremmo usato nel nostro studio. Allora abbiamo cominciato a fare ricerca su quelle degli anni 60 e 70 perché erano più semplici, più comprensibili. Da qui il nostro obiettivo: perché non disegnarne una semplice ma con tutte le funzioni di una moderna sedia da ufficio?».

Ispirazioni e primi schizzi del progetto

La Pacific Chair nello studio dei due designer

Osgerby aggiunge che Vitra voleva che il loro progetto riflettesse anche il cambiamento in atto nel mondo del lavoro: «Le sedie attuali sembrano macchine, riflettono la produttività del lavoratore, legata a un’estetica del movimento. Noi volevamo comunicare un’estetica della calma». Un’altra novità è il colore: «La maggior parte delle sedie vendute sono grigie o nere. Probabilmente non cambierà mai. Ma non ci piace. E abbiamo pensato di cominciare a disegnare la Pacific per noi, con i colori», racconta Barber. Ed ecco un disegno in rosso, giallo, blu, ogni parte della sedia ha una tonalità diversa. Un approccio grafico che non si distanzia più di tanto dal prodotto finito. Senza nulla togliere al lato nerd, meticoloso, organizzato del duo, come spiega ancora Barber: «Ci siamo resi conto che ogni singolo millimetro della sedia è regolato da una norma diversa per quanto riguarda America, Europa, Asia. E i test sono esagerati. Per esempio la base deve essere in grado di sostenere 1,5 tonnellate perché se tu sei una persona incredibilmente pensante e cadi sulla sedia produci l’equivalente di 1,5 tonnellate di pressione. Con queste premesse, è una sfida mantenere le cose semplici». L’ispirazione naif, imprevista, è una punta samoana in pietra, realizzata a mano per tagliare. «Ci piaceva la forma e la qualità tattile: è un buon punto di partenza. Perché, nelle sedie da ufficio, la forma deve comunicare come usare tutti i comandi che sono sotto, che non vedi, ma senti col tatto».

Questa è l’idea che esplica anche il modo di progettare del duo, ormai due designer di successo tanto che al Salone del Mobile, lavorando con molte aziende – tra cui le italiane Mutina, Magis, B&B Italia, Glas Italia, Cappellini («con cui abbiamo cominciato») – sono in difficoltà per il numero di cene in sovrapposizione. Il processo rimane una lotta per la semplicità: i braccioli fissi, il numero di elementi ridotti al massimo, l’alluminio «che dà un senso di qualità, è riciclabile, invecchia molto bene, non è così costoso».

Edward Barber

Jay Osgerby

La Tip Ton è una sedia in plastica impilabile, con il profilo delle gambe che ricorda la sedia a dondolo e infatti permette un movimento in avanti del tutto inatteso. La Pacific si muove a sua volta: «Insieme agli ingegneri di Vitra abbiamo progettato un meccanismo in grado di rispondere al peso del singolo utente: con un freno, blocca lo schienale in modo personalizzato. È un dettaglio tecnologico per cui penso chiederemo il brevetto. Un’ulteriore regolazione lombare dalla posizione seduta è resa possibile grazie al movimento verticale dello schienale», spiega Osgerby. Barber incalza: «Funzione e bellezza devono essere in equilibrio. La nostra sedia non avrà tutte le funzioni, ma ha quelle necessarie, quelle che la gente usa. Overfunction is a bad thing».

I due spaziano dalla produzione di massa alle edizioni limitate, senza dimenticare la torcia olimpica di Londra 2012 e le installazioni, che rimangono occasioni «per avere un’altra visuale sulle cose». Ripercorrono la storia di quella realizzata nella Raphael Gallery del V&A Museum di Londra per Bmw nel 2014: Double Space, due enormi elementi specchianti appesi al soffitto che ruotavano lentamente: «Davano al pubblico un’emozione, un senso di spaesamento». A proposito di spaesamento: che cosa ci facevate al design team di Apple? Sghignazzano: «Top secret».

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