È uno dei volti della nuova Hollywood: ha vinto un Oscar prima dei trent'anni, il produttore Martin Scorsese l'ha voluta in “Free Fire” di Ben Wheatley – un «film con gli spari» (cit.) che esce ora in Italia – e nel 2019 sarà Captain Marvel, prima donna protagonista assoluta di un cinecomic di casa Avengers

Quando, il primo giorno di scuola nella classe Nuova Hollywood, furono assegnati i posti, Brie Larson arrivò in ritardo, e molti li trovò già occupati. Jennifer Lawrence s’era presa il banco della perfetta ragazza americana che piace a tutti, fa le gare di rutti nell’intervallo ma poi ha ottimi voti in pagella. A Emma Stone toccò il ruolo della nerd con la testa velocissima e però un po’ complessata, va in paranoia quando la chiamano alla lavagna, fortuna ha fondato il gruppo di teatro, va lì e diventa un’altra. A Brie restò la parte della secchiona ma altruista, quella che passa i compiti in classe senza farsi beccare dai prof. Una di quelle personalità sotterranee, che partono piano, non danno fastidio a nessuno, alla fine conquistano tutti. Si dà il caso che le tre compagne di scuola siano diventate amiche pure fuori di lì. Che tutte e tre abbiano vinto un Oscar come miglior attrice protagonista prima dei trent’anni. E che tutte e tre abbiano mantenuto, nello sviluppo delle rispettive carriere, i ruoli ricoperti in quella classe immaginaria.

“Free fire” di Ben Wheatley
con Brie Larson, Sam Riley e Michael Smiley
Francia, Regno Unito, 2016

Brie Larson, ventotto anni ora, è rimasta per un pezzo il dark horse, come dicono dalle sue parti. Oggi non lo è più. C’è stato un titolo (misconosciuto in Italia) che ha scompaginato tutto. In Short Term 12 di Destin Cretton, uscito nel 2013, interpretava l’assistente sociale di una casa famiglia: bambini, abusi, finale con speranza. Il film era bello, lei era brava, il destino era tracciato: era nata una nuova stella nel firmamento dei festival indipendenti. L’Oscar è arrivato appena tre anni dopo con Room, altra storia (più sopravvalutata) di abusi, bambini, finale con speranza. Tutto secondo copione, letteralmente. Il problema è, sempre, quello che viene dopo. L’amica Jennifer, incassata la statuetta per Il lato positivo, aveva già in uscita il secondo capitolo di The Hunger Games. Emma, vincitrice quest’anno con La La Land, ha girato La battaglia dei sessi, biopic sportivo-militante di Billie Jean King. Nessuna ha sbagliato, nemmeno Brie.

Il produttore Martin Scorsese l’ha voluta per Free Fire, dirige il cazzaro inglese Ben Wheatley, esce ora in Italia, è un «film con gli spari» (cit.) dove si diverte lei e ci divertiamo noi, si comincia con uno scambio di armi che finisce male, i presenti (e cioè Armie Hammer, Cillian Murphy, tanti altri) si mettono a colpire a casaccio. Poi Brie è tornata dal regista con cui era iniziato tutto, e cioè Cretton, che l’ha richiamata come protagonista di The Glass Castle, storia vera della giornalista Jeannette Walls (bambini, abusi, finale con speranza). Era indicato come uno dei titoli di punta della prossima Awards Season, ora le quotazioni sono in netto ribasso.

Resta l’ultima carta da giocare: il blockbuster. Jennifer ha in curriculum, appunto, The Hunger Games, quasi tre miliardi di dollari di incasso globale, e il prequel di X-Men, un miliardo e rotti i due capitoli in cui compare lei. Emma ha fatto The Amazing Spider-Man, non memorabile, ma tant’è. Brie, che nel doposcuola gestiva il collettivo delle ragazze, ha fatto prima la cronista pasionaria in Kong: Skull Island, ennesima variazione sul tema scimmione. Poi ha messo a segno il vero colpaccio femminista: nel 2019 sarà Captain Marvel, prima donna protagonista assoluta di un cinecomic di casa Avengers (Wonder Woman è mozione DC). Pare che Larson ci abbia messo un po’ prima di accettare. Devono essere state le vecchie compagne di scuola a convincerla. Dai, Brie, è solo un’interrogazione programmata. Conquistare Hollywood per sempre non potrebbe essere più facile.

Chiudi