L'esperienza di Gomorra la serie nelle sale di un cinema di Roma Nord, tra serpentine di piumini lucidi e interrogativi calzanti: «Ma n’esce venerdì in televisione?»

Per vedere gli effetti di Gomorra sulle sale ce ne andiamo all’Adriano di Piazza Cavour, avamposto cinematografico di Roma Nord. La prima serie che approda nei multisala stupisce fino a un certo punto (non si era detto che le serie sono il nuovo cinema?) ma resta sempre «un evento inedito che crea un nuovo modello distributivo», come spiega Sky-Vision Distribution. In parecchi infatti lo scoprono solo alla cassa. «Ma che fanno Gomorra ‘a serie?»; «Ma che tutto insieme?»; «Ma n’esce venerdì in televisione?». Il nuovo modello distributivo crea scompiglio tra la serpentina di piumini lucidi romanamente sfoggiati col primo tiepido assaggio di freddo. «Che famo?»; «Ma sta su Netflix»; «Mannò quello è Suburra».

I romanzi criminali si sovrappongono. La testata di Roberto Spada da Ostia è ancora fresca. Ce n’è una identica nella prima puntata di Suburra. Allora si rivede il programma: Gomorra la serie, Thor, Borg McEnroe, The Place. La faida di Secondigliano e quella di Odino, i ghiacci di Asgard, Wimbledon, un oscuro bar di Roma Sud dove Mastandrea vede gente. Oppure Moccia, che qui gioca in casa, anche se i pischelli di Non c’è campo abbandonano Ponte Milvio per una rocambolesca gita scolastica senza smartphone in Salento. Ci carichiamo di popcorn e entriamo. Il passo incerto delle cavie di un esperimento. Ma non abbiamo paura. Siamo nel quadrilatero Piazza Mazzini – Rai – Vanni – Settembrini, cuore pulsante delle case di produzione romane, che vuol dire almeno metà sala piena di invitati Cattleya che lavorano proprio qui dietro. Però chissà. Ci sarà qualcuno che non ha mai visto Gomorra? Qualcuno che lo vede per la prima volta al cinema? Ma soprattutto, con le serie il telefonino si spegne o si lascia acceso come a casa davanti la tv? Decide l’Adriano perché tanto non prende. L’interrogativo resta.

Gianni Fiorito

Gomorra la serie parte con un riassunto delle prime due stagioni che è un’infilata impressionante di ammazzamenti, botti, spari, strilli, tute acetate, bomber e tantissimo sangue. Da anni, non si vedevano attori italiani morire così bene al cinema. Non c’è tregua. Si muore e basta. Viste così, al buio, sul grande schermo, compresse in meno di tre minuti, le prime due stagioni di Gomorra mantengono intatta la loro forza, anzi, ci piacciono anche di più e rilevano l’essenza della serie. Come un porno cui hanno tolto dialoghi preliminari e inevitabili passaggi narrativi.

A un certo punto, Genny Savastano mostra alla moglie Azzurra la nuova casa in cui andranno ad abitare a Roma per staccare un po’ con Scampia. Da fuori sembra una di quelle ville minimal dell’Olgiata in stile Cafonal-Bauhaus. Dentro, puro design gomorristico. Capiamo subito che al cinema quello che funziona meglio è lo stile Gomorra, inteso ovviamente come arredamento d’interni e décor. Il legno bianco dorato, le statue, i tendaggi, le piume, i divani rococò, il damascato, i cristalli burini. Se in tv fanno molto Scarface a Forcella, in sala ricordano Cleopatra di Mankiewicz. Il kitsch rabbioso dei faraonici peplum in cinemascope e il degrado delle Vele di Scampia. Alcuni primi piani invece reggono meno. Lì il cinema è impietoso. Le facce da serie vanno bene in tv. Ma Gomorra la serie è meglio di Gomorra il film e ci ripaga delle tante “opere italiane d’interesse culturale” viste qui, in questa sala, in questi anni, gli anni Buy del cinema italiano.

In due giorni di anteprima, Gomorra ha incassato il doppio di The place. Netflix prende appunti e decide di ripartire proprio da queste parti, anche perché di periferie romane non se ne può più. In lavorazione c’è una serie sulle baby squillo dei Parioli, «una storia di formazione che esplorerà le vite segrete degli adolescenti della Roma bene». Praticamente uno Spring Breakers di Roma Nord.

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