Luglio 2017. Giovanni si risveglia dal coma e il suo ultimo ricordo è il funerale del leader comunista. Pubblichiamo in anteprima un capitolo di “Quando”, il nuovo romanzo di Walter Veltroni (Rizzoli)

Si svegliò il mattino dopo, sentendo cantare degli uccelli. Nella stanza in cui si trovava, un luogo a lui sconosciuto, regnava un silenzio assoluto. Ricordava di essere arrivato la notte prima, di aver attraversato nel buio un giardino e di essere entrato in un grande ambiente, con una scala maestosa che sembrava quella di un albergo per ricchi. Gli era tornata alla mente quella dell’Overlook Hotel di Shining.

Anche quel film aveva visto con Flavia e, una volta usciti dalla sala, lei l’aveva preso in giro per il modo in cui lui le aveva serrato, impaurito, la mano durante tutta la proiezione. La verità è che, da quella notte, Giovanni aveva vissuto per mesi con l’incubo ricorrente del triciclo di Danny, il piccolo protagonista del film.

Nei suoi agitati sogni, ogni angolo di quel maledetto corridoio era l’annuncio dell’improvvisa comparsa di una minaccia orrenda. Danny non c’era più, ora era lui a guidare il triciclo. Giovanni aveva paura di avanzare, in soggettiva, ma sentiva di doverlo fare. Procedeva sospinto da una inspiegabile necessità, ma aveva paura.

Quel sogno gli appariva, al risveglio, una metafora del rapporto con il futuro di chi, come lui, si affacciava alla vita, temendo la vita.

Quando aprì gli occhi vide, a dispetto del silenzio, un mucchio di facce che lo scrutavano, per lui da troppo vicino.

Il suo campo visivo era occupato da quei volti, accalcati uno accanto all’altro. Formavano una specie di tetto che quasi non lasciava filtrare la luce. C’erano i tre compagni del viaggio in auto e poi dei tipi sconosciuti in camice bianco. Appena lui si svegliò definitivamente il tetto si dissolse, come se la sua piena presenza mentale e la loro presenza fisica fossero incompatibili. Si defilarono verso la porta, veloci come lampi e furtive come spie.

Restarono la bionda dalle labbra carnose e l’ovale dolce di Giulia. La suora doveva aver dormito nella stanza, perché ancora non indossava la cuffia. Aveva capelli corti e disordinati che rendevano il suo viso ancora più bello.

Fu la religiosa a pronunciare le prime parole alle quali lui avesse deciso di rispondere. «Buongiorno» gli sussurrò con un sorriso che a Giovanni parve irresistibile, per il misto di dolcezza e complicità che sembrava ispirare il tono con cui aveva pronunciato quelle dieci lettere.

Ci fu un silenzio prolungato.

Le due donne lo guardavano con il tipo di espressione che lui immaginò potesse vedere un neonato sulla faccia di quelli che rendevano omaggio alla sua venuta al mondo. C’era attesa, timore e benvenuto, su quei due volti.

La suora ora si era avvicinata e sembrava volergli carezzare il viso. Lui la lasciò fare, gli piaceva molto.

«Buongiorno, Giulia» rispose Giovanni.

Lei sobbalzò. Non si aspettava di sentire la sua voce, non si aspettava soprattutto che conoscesse il suo nome.

Prima o poi Giovanni avrebbe pur dovuto parlare, aveva un sacco di curiosità da soddisfare. Aveva pensato che era quello il momento giusto per uscire dal buio e dal silenzio. C’erano due donne, belle, e lui, come un navigato attore di teatro, aveva sapientemente scelto la battuta d’entrata. Quella semplicità, quel colpo a effetto del nome erano stati un ottimo inizio.

Uno a zero, e ora si comincia.

Fu Giulia, che aveva più confidenza con quell’uomo che non conosceva, ma che aveva mille volte curato, confortato, carezzato, a rispondere per prima. Guardò l’altra come per ottenere il consenso a farlo. Consenso che arrivò.

«Che bello sentire la tua voce, Giovanni».

«Anche per me ascoltare la tua, Giulia».

Colpo da maestro: la ripetizione avvolgente del nome dell’interlocutrice, l’uso immediato del tu, l’accento seduttivo verso una religiosa. La cosa poteva farsi persino divertente.

«Come sei carino…».

Giovanni si interrogò se quella fosse la tipica frase che si dice ai bambini o la risposta alla palla liftata che aveva lanciato nel campo della suora.

Lei proseguì: «Voglio presentarti la dottoressa Daniela. Resterà con noi e ci aiuterà nei prossimi giorni…». La bionda la interruppe, rassicurante e confidenziale: «Molto piacere di conoscerla, Giovanni. Non dottoressa, solo Daniela…».

«Giulia, Daniela, io avrei qualche domanda da porvi, come immaginate. Piccole cose, tipo: dove sono? Che giorno è? Cosa mi è capitato? Dove sono i miei genitori, la mia ragazza?».

La dottoressa stava per rispondere, toccava a lei evidentemente, ma Giovanni non aveva finito: «Sono certo solo del mio nome, e mi sembra poco. Volevo sapere anche perché le tende in ospedale e adesso qui sono sempre chiuse. Come mai non c’è uno specchio? E perché tutti questi misteri da 007? Fatemi capire che succede».

Daniela e Giulia si guardarono. Quello sguardo, come in codice, non piacque a Giovanni, che si stava per spazientire.

Ma Daniela evitò che accadesse replicando: «Noi le diremo tutto quello che vuole sapere e che ha diritto di sapere. Le devo chiedere però di avere pazienza, non cerchi di conoscere tutto insieme, tutto subito. È per la sua salute, per la sua serenità. Saprà ogni cosa, ma un po’ per volta. E, mi creda, le precauzioni che abbiamo preso servono solo a tutelare lei e la sua privacy».

«A tutelare che?» chiese Giovanni.

Daniela sorrise. «Ah già… A tutela della riservatezza dei dati sulla persona. Vede com’è più facile dirlo in inglese? È più breve, più rapido.»

«Ma qui siamo solo noi tre… Ora può dirmi cosa diavolo ho avuto?» Desiderava con tutto il cuore usare un’altra parola invece di “diavolo”, ma c’erano due donne, anzi una suora e una signora, insomma due femmine.

«Allora…» cominciò Daniela, mentre Giulia le porgeva una sedia che la dottoressa sistemò alla destra del letto. «Qual è il suo ultimo ricordo?» proseguì una volta che si fu seduta.

«A dir la verità la domanda l’avevo fatta io. Comunque è il giorno dei funerali di Berlinguer. Ricordo di essere andato in piazza San Giovanni con papà e Flavia, la mia ragazza. Ricordo che stava per parlare Nilde Iotti, avrà tenuto di certo un bel discorso. Poi non ricordo altro. Ho avuto un collasso per il caldo?».

«Ecco, Giovanni. Quel giorno…».

Lui la interruppe: «Mi scusi, Daniela. Prima che inizi vorrei chiederle: ma lei è dottoressa di cosa? Perché è qui? La suora posso immaginarlo. Lei, invece?».

Daniela restò in silenzio a lungo. Troppo a lungo. Poi disse tutto d’un fiato: «Sono una psicologa».

 

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A Giovanni venne in mente l’interminabile pausa di Valerio Morucci durante la telefonata a casa del professor Tritto per annunciare la morte di Aldo Moro. Il terrorista si era spacciato, all’inizio, per il dottor Niccolai, ma dopo le insistenze dell’interlocutore, «Io voglio sapere chi parla» aveva risposto con una pausa, poi uno sbuffo seguito da un raggelante: «Brigate Rosse». Quel messaggio era restato nella memoria di Giovanni e lo terrorizzava, ogni volta che ci aveva ripensato. Con le debite proporzioni era la stessa sensazione che provava in quel momento. Daniela non era solo un medico, come aveva supposto. Era una psicologa.

Si spaventò: era diventato matto per il dolore e il caldo, quel giorno a San Giovanni? Si trovava per caso in un manicomio? Cominciò a diffidare del tono troppo accomodante delle due donne, temette che gli dessero ragione come si usava proprio con i pazzi…

Ricordò in un lampo che, grazie a Franco Basaglia, i manicomi erano stati da poco chiusi e si calmò. Flavia, allora, aveva voluto partecipare ai funerali dello psichiatra, a Venezia. Giovanni non se l’era sentita, forse aveva una riunione in sezione. E lei l’aveva presa male, si era arrabbiata ed era andata da sola, in treno.

«Era uno che le cose le ha cambiate davvero e io devo dirgli grazie» gli aveva urlato dal telefono a gettoni della stazione Termini.

Aveva avuto ragione lei, come al solito, forse grazie a Basaglia lui ora non era rinchiuso in un manicomio, ma in un posto tranquillo, pulito, elegante.

Almeno così gli sembrava, così sperava… «Continui, Daniela, la prego. Quel giorno?».

«Quel giorno lei ricevette un colpo in testa, molto violento…»

«I fascisti?» domandò Giovanni.

«No, le cadde sulla fronte il bastone di un grande striscione tenuto da alcuni militanti del suo partito che erano di fianco a lei…»

«E quindi?» chiese con legittima apprensione Giovanni.

«E quindi lei perse i sensi, fu caricato su un’ambulanza e portato in ospedale. Era privo di conoscenza… Entrò in coma».

«Mi scusi, Daniela. Lei dice “ricevette”, “cadde”, “perse”, “fu caricato”, “entrò”, non dice “ha ricevuto”, è caduto” o “ha perso”. Quant’è passato? Quanto tempo è passato da allora?».

Daniela guardò Giulia. Giovanni seguì quello sguardo e notò che la suora era in evidente apprensione, quasi pendesse dalle labbra, in verità carnose, della dottoressa.

Daniela lo fissò negli occhi e, come si dice a un bambino che Babbo Natale purtroppo non esiste, fu costretta ad ammettere: «Molto, molto tempo».

Lui ricordò di aver letto su Epoca un articolo a proposito di un caso di coma, in America, in cui il paziente si era risvegliato dopo sei mesi. Era stato un evento eccezionale.

Per questo azzardò, esitante: «Sei mesi?».

Daniela scosse la testa: «Di più…».

«Parliamo di anni?»
.

«Sì, Giovanni, parliamo di anni».

«Uno?»

«Di più»
.

«Due? Sono da due anni in coma?».

«No, Giovanni». Daniela si concesse un’altra pausa, stava assomigliando a Craxi quando faceva i discorsi.

Poi pronunciò parole che suonavano grottescamente in contrasto con il sorriso dolce e rassicurante che le accompagnava: «No, Giovanni, sono trentatré anni».

Ci fu un glaciale, infinito, sgomento silenzio.

«Oh, cazzo» esclamò alla fine Giovanni, dimenticando che di fronte a lui c’erano due donne, anzi una suora e una signora, insomma due femmine.

«Oh, cazzo» ripeté, prima di svenire.

Walter Veltroni

Quando

Rizzoli 2017
320 pagine, 19,00 euro
 

In libreria dal 9 novembre

 

Nei prossimi giorni l’autore presenterà il libro in molte città italiane. Ecco alcune delle date più importanti:
10 novembre, Pescara, Festival Libri e altre cose (Mercato Muzii), ore 17.00. Modera Giovanni Floris.
16 novembre, Roma, Auditorium Parco della Musica, ore 18.00. Con Paolo Gentiloni e Sergio Castellitto, modera Daria Bignardi.
19 novembre, Milano, Bookcity (Castello Sforzesco, Sala Viscontea), ore 13.00. Con Claudio Bisio e Massimo Gramellini, modera Alessandra Tedesco.
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