«La minaccia per l’ordine liberale inizia quando i giovani pesci scoprono che cos’è l’acqua». Un estratto da “Il secolo greve” di Mattia Ferraresi (Marsilio), un saggio che analizza gli scricchiolii di quel mondo libero che ci sembrava ineluttabile e che invece ora sembra molto meno solido di quanto pensassimo

Yascha Mounk ha scoperto la fragilità della democrazia occidentale osservando la sua vita allo specchio. Stava raccogliendo materiale per raccontare la sua storia di ebreo nato e cresciuto in Germania ma che si sentiva più a casa in America, dove più tardi si è trasferito per motivi di studio. Una vicenda tragicamente nota, si dirà. Soltanto che Mounk non è nato negli anni Venti o Trenta, ma nel 1982, quando i tedeschi avevano già affrontato un lungo cammino di espiazione collettiva della colpa. Nell’esperienza personale e famigliare di Mounk, però, il trauma era tutt’altro che superato, la tensione fra l’identità ebraica e lo strisciante spettro del Volk tedesco si era inabissata, diventando una forza a bassa intensità, ma non era stata neutralizzata. Nel libro Stranger in My Own Country: A Jewish Family in Modern Germany, il giovane scrittore ha raccontato che i propositi, gli impegni pubblici, le ammende e perfino una politica estera basata sul pentimento non avevano eliminato quel “nazionalismo problematico” che fatalmente si scontrava con l’identità di un ragazzo che non aveva vissuto durante l’Olocausto. L’alienazione di Mounk dal mondo tedesco era duplice. Era isolato dai coetanei che facevano battute antisemite alle sue spalle, e si sentiva ferocemente deriso da chi indossava un sorriso falso per ostentare la volontà di riparare i torti commessi dal suo popolo. Sperimentava quello che la scuola di Francoforte aveva chiamato “antisemitismo secondario”, l’inconscio trasferimento della colpa dal carnefice alla vittima originato dalla volontà di rimuovere la responsabilità. Lo psichiatra israeliano Zvi Rex aveva sintetizzato questa insidiosa perversione in una frase icastica:

«I tedeschi non perdoneranno mai gli ebrei per Auschwitz».

L’indagine di Mounk non si è fermata ai rapporti irrisolti fra gli ebrei e il mondo tedesco nel dopoguerra, letti attraverso la lente della sua esperienza personale. Il ricercatore si è chiesto se il disagio, l’insormontabile difficoltà nell’assimilarsi, nel sentirsi parte del popolo che pure aveva accolto lui e la sua famiglia, non era forse parte di un fenomeno più ampio, ovvero il vano sforzo delle nazioni europee di costruire e sostenere identità multiculturali. Guardando in quella direzione ha intravisto il ritorno sulla scena di movimenti nazionalisti, populisti, identitari. La sua storia di esiliato in patria non era che un riflesso della fragilità strutturale della democrazia liberale, che s’era convinta di superare con un balzo tutte le barriere etniche, nazionali e culturali che avevano insanguinato il ventesimo secolo. Assieme a Roberto Stefan Foa, politologo dell’Università di Melbourne, Mounk ha raccolto un’enorme mole di dati sullo stato della democrazia liberale in Occidente e ha trovato segnali allarmanti che emergono in modo ricorrente almeno dagli anni novanta. La fiducia nei parlamenti e nei tribunali è calata, è precipitata l’affluenza alle urne, i partiti tradizionali hanno perso iscritti a ritmi impressionanti, la capacità di mobilitazione e identificazione di questi carrozzoni è crollata. Per contro,

«gli elettori si sono progressivamente affidati a liste di scopo, hanno votato candidati populisti o hanno sostenuto partiti che si definiscono in opposizione allo status quo. Anche in alcune delle regioni più ricche e stabili del mondo sembra che la democrazia sia in uno stato di rovina».

Le osservazioni dei due accademici sono in contrasto con le teorie del “consolidamento” che vedevano l’avanzata ineluttabile di un vasto numero di nazioni verso la maturità democratica, ma di certo non sono inedite.

Marine Le Pen

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Da molte parti arrivavano segnali di sfiducia e disaffezione verso il sistema democratico. Gli studi di Freedom House, l’organizzazione non governativa che monitora l’andamento delle istituzioni e lo stato dei diritti civili, dicono che la regressione della democrazia è un fenomeno che procede senza soluzione di continuità dal 2005. In un famoso articolo apparso sulla rivista Foreign Affairs nel 1997, Fareed Zakaria aveva messo in luce l’ascesa della “democrazia illiberale”, notando che alla crescita delle istituzioni democratiche non corrisponde necessariamente l’espansione del modello liberale. Non basta organizzare elezioni libere e abbracciare modelli di rappresentanza parlamentare per realizzare una democrazia liberale. Le parole pronunciate dall’ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko, all’indomani della regolare elezione a presidente della Bielorussia nel 1994, offrono una vivida esemplificazione del concetto:

«Non ci sarà una dittatura. Sono del popolo, agirò per il popolo».

Altri studi hanno notato che solitamente una fase di democratizzazione è seguita da un riflusso antidemocratico. La storia procede con un alternarsi di maree, non con un flusso continuo. Così le speranze della “terza ondata” innescata dal crollo dell’Unione Sovietica, per usare la scansione coniata da Samuel Huntington, sono state bastonate dagli spettacolari fallimenti della “quarta ondata”, quella della Primavera araba e della diffusione dei sistemi di governo occidentali nell’Europa dell’Est. Il dibattito sull’avanzata e la regressione della democrazia ha anche visto crollare il consenso accademico sul collegamento fra governo democratico e crescita economica, a lungo postulato come assunto indubitabile. Il dogma dell’equazione fra democrazia e prosperità è stato messo in crisi. Attraverso l’analisi di un vasto campione di casi, l’economista turco Dani Rodrik ha concluso che i governi democratici non funzionano né meglio né peggio delle dittature per quanto riguarda lo sviluppo economico. Altri sostengono addirittura che nel breve periodo i regimi autoritari generano performance economiche migliori di quelli liberali.

Questi rilievi critici sullo stato di forma della democrazia nel nostro secolo non hanno tuttavia fatto crollare la convinzione diffusa che si tratti di turbolenze passeggere, di incidenti di percorso determinati da fattori esterni, non di falle strutturali nell’edificio liberale. Si è detto, anzi, che l’avanzata di movimenti antisistema e la comparsa di candidati populisti non è che una prova del funzionamento di un sistema che permette e valorizza lo scambio di opinioni e i dissensi interni. Cosa c’è di più liberale e democratico di un popolo che vota contro i rappresentanti del sistema liberale e democratico?

Jean-Luc Mélenchon

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Negli anni settanta il politologo David Easton ha proposto la distinzione fra “government legitimacy” e “regime legitimacy”. La prima è la misura della legittimità di un particolare esecutivo eletto dal popolo, la seconda riguarda invece la forma di governo. Elettori che da sponde politiche opposte criticano severamente Barack Obama e George W. Bush possono tranquillamente trovarsi d’accordo sulla bontà della democrazia americana. A lungo gli studiosi hanno osservato il declino della “government legitimacy”, figlio di fattori complessi e accidentali a volte molto difficili da isolare, mentre sostenevano che la “regime legitimacy” se la passasse benissimo. Mounk e Foa mettono in crisi questa «intenibile visione ottimista».

La loro analisi sulla percezione democratica degli elettori mostra che sono i fondamenti del vivere democratico e liberale a essere finiti sotto processo, fornendo indicazioni che gli autori definiscono «profondamente preoccupanti». La giuria popolare appare pronta a emettere la sua condanna al modello liberale:

«I cittadini di molte democrazie teoricamente consolidate in Nord America e nell’Europa occidentale non sono soltanto critici sui loro leader politici. Piuttosto, sono diventati anche cinici sul valore della democrazia come sistema politico, meno fiduciosi sul fatto che quello che fanno possa influenzare le politiche pubbliche, più inclini a esprimere sostegno per alternative autoritarie»,

scrivono i ricercatori. Lo studio prende in considerazione molti parametri e si muove su vari livelli per descrivere il processo di deconsolidamento, ma un elemento generazionale domina. Sono innanzitutto i giovani dei Paesi sviluppati su entrambe le sponde dell’Atlantico a non ritenere il sistema democratico una indiscutibile necessità.

«Per le vecchie generazioni, la devozione verso la democrazia è fervente e diffusa quanto ci si potrebbe attendere. Negli Stati Uniti, ad esempio, i nati nel periodo fra le due guerre mondiali considerano la governance democratica quasi come un valore sacro. Quando viene chiesto loro di dare un voto da uno a dieci su quanto è “essenziale” per loro “vivere in una democrazia”, il 72 per cento di quelli nati prima della Seconda guerra mondiale dichiara “dieci”, il valore più alto. Lo stesso fa il 55 per cento degli olandesi. Ma la generazione dei millennial (quelli nati dopo il 1980) è diventata molto più indifferente».

Soltanto il 30 per cento dei giovani americani ritiene che vivere in una democrazia sia un fattore “essenziale”, e la percentuale è di poco più alta fra i coetanei olandesi. In Gran Bretagna e Nuova Zelanda si trovano percentuali simili. I giovani svedesi e australiani sono più attaccati alla democrazia, ma i grafici che rappresentano le oscillazioni della fiducia fra le varie generazioni disegnano cadute in picchiata. Ancora più significativo è il fatto che lo stesso bacino generazionale di americani, interrogato nel 2011 nell’ambito del World Values Survey, per il 24 per cento abbia risposto che avere un sistema politico democratico è “bad” o “very bad”. Gli europei sono più prudenti nel distribuire giudizi negativi sulla democrazia, ma si riscontrano anche fra loro tendenze analoghe. Il generale moto di sfiducia dei millennial è accompagnato dall’attiva, convinta avversione verso il modello rappresentativo liberale e dal desiderio di abbracciare alternative politiche radicali. I dati a disposizione riguardano un periodo relativamente recente, dunque il loro valore storico va preso cum grano salis, ma le inclinazioni radicali e antidemocratiche fra gli occidentali nati dopo il 1980 sono più pronunciate di quelle osservate in qualunque altra generazione mai studiata.
Gli indizi di un deconsolidamento trainato dai giovani si scontrano con la versione, diffusa nel Vecchio continente, che vuole i giovani europeisti e democratici tenuti sotto scacco dagli anziani immobilisti e tentati da un ritorno al passato. Il voto per la Brexit è stato subito letto secondo questa chiave interpretativa. Si è parlato del futuro proditoriamente rubato ai giovani, della retrograda avversione al cambiamento dei vecchi, che con un voto sciagurato hanno condannato chi dovrà subire il peso delle decisioni molto a lungo, quando loro non ci saranno più. In un editoriale pensoso, di quelli che cominciano con «davanti a un mondo che cambia», il demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina ha evocato la

«necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia e che vede il peso elettorale dei primi aumentare e quello dei secondi diminuire».

Si tratterebbe, insomma, di correggere in senso anagrafico il principio dell’uguaglianza del voto per dare voce alle preferenze del gruppo che in larga maggioranza voleva rimanere in Europa. Peccato che fra i millennial inglesi l’affluenza alle urne sia stata enormemente inferiore a quella delle altre generazioni, in linea con l’atteggiamento astensionista dei giovani in Europa e in America che i dati dimostrano negli ultimi anni. Al primo turno delle presidenziali francesi il 30 per cento degli elettori fra i 18 e i 34 anni non è andato alle urne. Oltre la metà di quelli che si sono presentati ha votato per i due candidati più estremi, Marine Le Pen (25,7 per cento) e Jean-Luc Mélenchon (24,6 per cento), mentre il più giovane candidato della recente storia francese, Emmanuel Macron, ha ottenuto soltanto il 21 per cento dei consensi, un bottino generazionale piuttosto magro per chi incarna gli stessi ideali dei giovani inglesi del Remain e degli americani che hanno votato Hillary Clinton. Il problema non è la messa in minoranza dei ragazzi schiacciati dal peso di società che invecchiano rapidamente, è che i millennial non vanno a votare, e quando lo fanno non obbediscono agli ordini dei sociologi che li dipingono come più europeisti di Jean Monnet e fedeli cultori della democrazia liberale. I liberali amareggiati per la Brexit che vorrebbero correggere la tendenza dando più peso al voto dei giovani dovrebbero ricordare un vecchio adagio: «Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo». Evitando i luoghi comuni sulle presunte passioni civiche soffocate dei giovani, il politologo Ian Bremmer ha commentato i dati sulla disaffezione democratica con un’espressione priva d’illusioni:

«Fucking millennials».

I giovani sono gli eroi che salveranno il liberalismo con i poteri conferiti loro da un magnifico Erasmus o i “fucking millennials” che lo distruggeranno? L’ambiguità del loro ruolo storico dipende dal fatto che c’è stato un tempo in cui i giovani erano i pretoriani dei valori democratici. Nei periodi fra il 1981 e il 1984 e fra il 1990 e il 1993, ventenni e trentenni erano molto più inclini a sostenere partiti radicati nell’ordine liberale e a proteggere la libertà di parola rispetto alle generazioni più mature. Ora lo scenario s’è rovesciato. I ragazzi sono il bacino naturale dei movimenti antisistema, in qualunque forma e latitudine si presentino, dai rigurgiti nazionalisti e xenofobi alle utopie della democrazia diretta in formato digitale, passando per i pirati, le compagini localiste, i micropartiti di scopo, i «no qualcosa», gli strongmen e i leader carismatici di ogni estrazione e sostrato ideologico. I giovani non sono più quelli di una volta.

L’analisi di Mounk e Foa tratteggia lo scenario fosco del deconsolidamento democratico, ma davvero l’ordine liberale così come lo conoscevamo rischia di disgregarsi? Come si distingue una serie di eventi incidentalmente orientati in una stessa direzione da un cambiamento nelle premesse del sistema? Nei loro famosi studi, Juan José Linz e Alfred Stepan sono arrivati alla conclusione che una democrazia può dirsi consolidata quando è «the only game in town», ovvero quando le forze sulla scena politica non escono dal perimetro dei valori condivisi e non ambiscono a riscrivere le regole del sistema. In altre parole, la democrazia è al sicuro quando è un po’ come l’acqua per i giovani pesci nella storiella che lo scrittore David Foster Wallace raccontava ai laureati del Kenyon College. I due nuotano tranquilli quando incrociano un pesce anziano che domanda loro: «Salve, com’è l’acqua?». Si guardano a vicenda sbigottiti: «Cosa diavolo è l’acqua?».

I ricercatori di Harvard hanno individuato tre parametri per descrivere in modo più preciso queste definizioni generiche. Lo stato di salute della democrazia, scrivono, dipende da tre caratteristiche chiave:

«Il grado di sostegno popolare della democrazia come sistema di governo; il grado in cui partiti o movimenti antisistema sono deboli o non esistenti; il grado in cui le regole democratiche sono accettate».

Recep Tayyip Erdogan

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Non è semplice trovare nazioni democratiche che non siano sotto una pressione enorme almeno su uno di questi tre aspetti. Vale per gli Stati dove i candidati contro l’establishment hanno vinto, per quelli dove hanno perso allargando la base del consenso e per quelli in cui una faticosa ma stabile transizione verso il modello liberale ha improvvisamente subito una battuta d’arresto. Non ci sono soltanto Donald Trump e i sovranisti europei a sfidare il sistema. La più grande democrazia del mondo, l’India, è guidata da un primo ministro nazionalista di una branca dell’induismo che idolatra l’età dell’oro in cui i musulmani non avevano corrotto i costumi del popolo. Le Filippine, alleato storico degli Stati Uniti, si stanno muovendo verso l’orbita cinese sotto l’egida di un uomo d’ordine che si è fatto largo manovrando squadracce e ordinando brutali repressioni. Recep Tayyip Erdogan ha impresso una direzione autoritaria e neo ottomana a un Paese che è fra i pilastri della Nato e ciclicamente ritorna sull’eterno negoziato per l’ingresso nell’Unione europea. Il governo repressivo di Abdel Fattah al Sisi in Egitto ha cancellato dalla memoria collettiva le immagini delle manifestazioni democratiche in piazza Tahrir nel 2011. Emuli politici di Trump si sono affermati in Nicaragua, Serbia e Macedonia, partiti nazionalisti con chiare tendenze illiberali sono già arrivati al governo in Ungheria e Polonia, altri si affacceranno prossimamente sulla scena elettorale in Cambogia, Malesia, Botswana, Kyrgyzstan. In Messico, il populista di sinistra Andrés Manuel López Obrador è il favorito alle presidenziali del 2018. In Indonesia, dove si vota nel 2019, hanno annunciato la candidatura di un ex militare e genero del dittatore Suharto e di un magnate degli alberghi di lusso convinto di poter raddrizzare il Paese corrotto dalla politica con il suo pragmatismo da businessman. Ovviamente è stato un partner d’affari di Trump. Accanto a loro c’è sempre l’erratico Tommy Suharto, il figlio minore, che mira invano alla presidenza da quando è uscito di prigione per aver ordinato l’omicidio di un giudice della corte suprema. Non tutti questi leader populisti vinceranno le elezioni, ma è proprio questa la lezione di Mounk e Foa: l’apparire stesso di alternative credibili che sfidano il modello democratico incarnato dai partiti tradizionali è l’inizio del deconsolidamento. La minaccia per l’ordine liberale inizia quando i giovani pesci scoprono cosa diavolo è l’acqua.

Mattia Ferraresi

Il secolo greve. Alle origini del nuovo disordine mondiale

Marsilio 2017
176 pagine, 16,00 euro
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