C’è chi risucchia i ramen chiuso in un cubicolo e chi si ingozza senza convitati su YouTube: ecco perché non si aggiunge quasi più un posto a tavola

Sta per succedere. Anzi, sta già succedendo: i doodle per le cene aziendali da metà novembre; la corsa per prenotare il brunch durante il ponte dell’Immacolata, per scambiarsi i regali; le supplicanti telefonate per riservare un tavolo alla trattoria preferita e salutare gli amici prima delle vacanze. Come allenamento alla maratona culinaria che ci aspetta durante le festività, il nostro calendario si riempie di appuntamenti socio-gastronomici che solamente anticipano le pantagrueliche abbuffate di Natale. Per qualcuno l’idea di felicità è il panettone gastronomico, per altri è un vassoio di struffoli; famiglie multinazionali preparano bislacchi crossover mare-montagna; ma ogni casa rispetta una propria tradizione culinaria che esiste perché condivisa.

Alla fine, è anche una decisione logica: il cibo natalizio è programmato per essere consumato in comunità, troppo costoso o laborioso per essere fruito da soli. Ma quando si tratta di nutrirci, siamo così socievoli anche durante il resto dell’anno?

L’analista svedese Henrik Lindberg ha studiato per la rivista d’infografica The Pudding il super sondaggio che viene condotto ogni anno sull’utilizzo del tempo negli Stati Uniti, da cui emerge che gli americani consumano il 35 per cento dei loro pasti in solitudine. I numeri li ha raccolti l’agenzia del lavoro, che ha considerato un pasto «un lasso di tempo in cui si mangia
e basta», escludendo così le ovvie occasioni in cui si mangia da soli: sgranocchiando un panino durante uno spostamento di lavoro, o aprendo la schiscetta per l’ennesimo pranzo di fronte al computer. Ma è confrontando i dati del 2003 e quelli del 2015 (dove c’è stato un incremento solo del 3 per cento) che Lindberg giunge a un’osservazione interessante. Storicamente contrapposti per abitudini, ideali e comportamenti di mercato, i millennials e i baby-boomers sembrano finalmente avere trovato qualcosa in comune: mangiano più spesso da soli, più delle altre generazioni, e soprattutto più di quanto veniva fatto dieci-dodici anni prima. Se i venti-trentenni di oggi consumano oltre il 30 per cento dei loro pasti per i fatti loro, i sessantenni quasi la metà.

Le ragioni sono difficili da identificare con sicurezza; un’ipotesi riflette le età della vita familiare “classica” per cui si mangia in compagnia quando si ha una famiglia, ma non se questa si sta formando (o sformando). Per i più anziani, probabilmente, valgono ragioni “organiche” come l’avanzamento dell’età (figli fuori casa e/o coniuge defunto), ma anche motivi socio-culturali che hanno cominciato ad apparire massicciamente negli anni Sessanta, come l’ingresso della donna nel mondo del lavoro, il declino dell’affluenza alle urne e della popolarità di giochi a quattro mani come il bridge.

Tutte queste cose le aveva già notate Robert Putnam con un saggio poi libro seminale intitolato Bowling alone, in cui la solitudine nel tirar giù i birilli diventava il simbolo di una nuova introversione del cittadino. Molto curiosamente, Putnam era arrivato alla conclusione che il coinvolgimento sociale influenzi il funzionamento dell’apparato pubblico proprio studiando le regioni italiane: quelle con il maggior numero di lettori di quotidiani, iscritti a tifoserie calcistiche e coristi alla parrocchia locale erano anche quelle più funzionali. Putnam proseguiva il suo studio notando come il giocatore di bowling solitario non è soltanto una visione deprimente per se stesso e per gli altri, ma provoca danni anche a tutto il sistema economico, poiché non spende in birra e pizza come chi gioca in gruppo, facendo di fatto perdere soldi all’esercente (che non guadagna con scarpe e palle, ma appunto con pizza e birra). Insomma: forse giocare a bocce da soli è possibile, solo che agli italiani non è mai venuto in mente di farlo.

Lo studio di Putnam venne pubblicato nel 2000, quando internet era 1.0 e non eravamo ancora abituati a soddisfare tutte le nostre idiosincrasie in pubblico. I millennials si sono però abituati a fare il contrario, e anzi a frammentare le attività di una giornata in micro-eventi; poco importa se siano comunemente considerate occupazioni pubbliche o private. Quando sono comparsi diversi ristoranti approvati dal bollino “solo diners” per commensali singoli, molti critici gastronomici sono venuti allo scoperto, elogiando l’onanismo culinario — «per mangiare mi serve una mano sola, la mia» — o denunciando i soprusi che avevano subito per anni chiedendo di apparecchiare per uno.

 

Getty Images

A New York, dove inventano tutte “le ultime diavolerie”, hanno importato i ristoranti di ramen coi tavoli chiusi a cubicolo: non ti impediranno di sentire il risucchio del vicino, ma senz’altro di vederlo. Stranamente è in Corea del Sud che ha cominciato a spopolare un fenomeno esattamente opposto, cioè riprendersi in video mentre si mangia soli. I protagonisti dei mukbang (una crasi tra le parole “trasmissione” e “cibo”) si fermano ben prima di critica gastronomica o aspirazioni da chef: molti non fanno altro che consumare grandissime quantità di cibo, direttamente dalle pirofile d’alluminio del take-away, di fronte alla telecamera, in silenzio.

Osservato per pochi minuti, il mukbang è una pratica quasi pornografica, che fa passare immediatamente l’appetito. Ma è forse perché tutte le attività, diciamo, “animali” dell’uomo vengono compiute in solitudine tranne il nutrirsi, che questo è un tabù così difficile da scalfire.

L’esperienza insegna che è molto più mortificante mangiare da soli in luoghi adibiti appositamente a quello scopo (come le mense o i ristoranti) che nei non-luoghi come la metropolitana o la coda al check-in dell’aeroporto. Notoriamente, nessuno si imbarazza a cibarsi di fronte all’ampio, protettivo scudo del computer in ufficio. Il punctum sembra essere non il luogo, ma il tempo: se mangiare appare come un’attività passeggera, accessoria, non c’è di che vergognarsi. È quando diventa un’attività unica e totalizzante — quando stiamo facendo solo quello — che ci sembra di dare nell’occhio. Anche se in molti sostengono che il commensale solitario sia l’unico a sentirsi a disagio, forse mangiare in compagnia è stato anche “inventato” per dissimulare in pubblico un’attività in realtà molto privata.

Verificare com’è la situazione in Italia pare difficile, se non impossibile. Uno studio di Treccani del 2015 identifica nella delocalizzazione dei prodotti alimentari degli anni Settanta anche la delocalizzazione del consumo alimentare: si mangia più volte al giorno e meno, anche poiché si riducono i tempi di preparazione del cibo proprio mentre si moltiplicano i luoghi dove consumarlo. Sempre rispetto a quarant’anni fa, la spesa alimentare degli italiani si è ridotta del 17 per cento e ricopre oggi meno del 20 per cento della spesa familiare, un altro dato che fa pensare (ma soltanto ipoteticamente) alla frammentazione delle abitudini nutrizionali.

Ma qual è la sensibilità rispetto al “mangiare da soli”? Una rapida ricerca su Google può fugare ogni dubbio: intorno al tema c’è allarmismo e superstizione, soprattutto da parte di giovani madri che vogliono insegnare ai propri figli a sfoderare forchetta e coltello in autonomia. A pensarci bene, la più nota e forse unica immagine di mangiatore solitario prodotta dalla cultura italiana è quella di Alberto Sordi. I famosi maccheroni che provocano: tenuti al caldo dalla mamma e addentati per frustrazione, dopo aver tentato di cibarsi «come fanno gli ammerigani». La conclusione sarà di pancia, ma del resto siamo sotto Natale: forse il miglior modo di mangiare è all’italiana: in compagnia, parlando di cibo.

Chiudi