Di questi tempi anche gli approcci più blandi possono nascondere insidie: ma le mosse imparate da piccoli sul campo da basket possono essere applicate all'amore?

Quando ero piccolo giocavo un poco a pallacanestro, minibasket, poi mi ero stufato, niente più fino ai sedici, diciassette anni, poi di nuovo uno, due campionati Uisp, forse tre.
Mi piaceva l’allenatore, Gigi, perché era nano, e pure io ero nano: a pallacanestro, la palla, quando ce l’hai in mano, si difende coi gomiti, i gomiti, i ragazzi normali, per non dire quelli alti, se li danno gli uni con gli altri sul petto, sulle spalle, invece a me e a Gigi i gomiti di quelli alti, ma pure di quelli normali, finivano sugli occhi. Tornavo a casa pesto, pareva che facessi la boxe, Gigi lo sapeva che ero scarso, però mi vedeva con gli occhi pesti e capiva, mi faceva giocare lo stesso, anche contro quelli alti.
Gigi ci spiegava tante cose che con la pallacanestro non c’entravano niente, per esempio ci spiegava Gil Evans, che a lui piaceva tanto, e anche un certo tipo di prog-rock molto poco orecchiabile, però soprattutto Gigi ci spiegava come fare bene le finte, e ce lo spiegava in un modo che perfino io avevo quasi imparato a farle.
La finta non è una finta, ci diceva Gigi, la finta diventa una finta solo se il difensore non mi fa fare quello che sto provando a fare: a quel punto io cambio programma e faccio un’altra cosa, e il movimento che avevo cominciato prima, che fino a quel momento non era per niente una finta, diventa una finta. La finta, se il giocatore me la lascia fare, si trasforma in una cosa vera: non è vero che faccio finta di tirare, no, non è vero per niente, è vero che io, se per caso mi accorgo che tu mi dai lo spazio per tirare, allora tiro sul serio, avete capito? ci diceva Gigi, guardandoci di sguincio con un occhio pesto, che a me ricordava tanto il mio.
Le finte, se le pensavi come Gigi ti diceva di pensarle, in effetti, fregavano tutti i difensori. Solo che non c’era tanta soddisfazione: non era chiaro se eri tu a fregare i difensori o se invece succedeva semplicemente che, avendo il difensore cambiato posizione, anche tu smettevi di credere alla tua stessa finta e il movimento si trasformava in un altro movimento, insomma io ogni tanto mi sorprendevo a chiedermi: ma le finte di Gigi sono finte intenzionali? No, non lo erano: seguivano il flusso dell’azione, erano una specie di intenzione iniziale, movimenti che, da principio, venivano soltanto accennati, potevano sbocciare nel movimento programmato in origine, oppure tramutarsi tutto d’un tratto in un’altra soluzione, a seconda di come si mettevano le cose in quel momento.

A scuola c’è una collega carina, non una bellona, una col viso dolce, l’aspetto un po’ dimesso, si fa i fatti suoi, forse è timida, non lo so, comunque è carina, ogni tanto la incrocio: poco, perché abbiamo l’orario tutto diverso, e non dico mai niente, saluto, poi continuo a camminare, non mi viene di prendere nessuna iniziativa, un po’ sono fatto così e penso sempre di dare fastidio, la gente ha un sacco di cose da fare, quando gliele interrompi magari sono gentili e si fermano e perdono tempo con te, però comunque gli pesa, e allora anche tu gli pesi, quindi niente, continuo lungo il corridoio, le cose da fare sono tante pure per me, non faccio agli altri quello che non vorrei facessero a me, uomini, donne, non ha importanza. Quindi la incrocio, le dico ciao, sempre camminando, e lei dice ciao, sempre camminando pure lei, e magari siccome io ho sorriso, sorride pure lei, e poi se ne va, e quando lei se n’è andata io penso: che bello il sorriso che ha questa collega.

A casa, certe sere che è inverno, i termosifoni scaldano, ti butti sul divano, prendi il telefono, leggi i messaggi sui gruppi WhatsApp: per Natale scendi? Ti chiedono gli altri siciliani, quelli che sono stanziali a Siracusa e anche qualche altro expat come te, e allora tu rispondi: scendo il 23 sera, resto fino all’8. Ma ce la facciamo una partita? Mi viene da dire subito sì, certo, però gli altri fanno tutti Crossfit, o giocano a Padel, o fanno la ginnastica Calisthenics oppure fanno il Triathlon, l’unico tra loro che ha davvero quarantacinque anni e li dimostra tutti sono io, loro, gli altri, i siracusani stanziali e pure quelli expat, sono in gran forma. Allora cerco qualche scusa e rispondo: eh, ma quando? ma dove? ma i campi liberi ci sono? ma quanti siamo? ma ci arriviamo almeno a fare un tre contro tre? Sì, mi fanno loro, tranquillo, alla Cittadella, di pomeriggio, sul tardi, si gioca, e loro lo sanno perché alla Cittadella ci vanno per il Padel, per la Calisthenics. Allora dico sì, ci sto, ma entusiasmo per il basket non è che ne senta tanto, più che altro sto pensando alla collega, c’è un gruppo WhatsApp di Istituto, cerco se c’è anche il suo numero: c’è. Penso: ora le scrivo un messaggio. Sì ma che le scrivo? Mi piacciono un sacco le tue mani, hai i capelli tutti neri e poi invece in faccia sei tutta bianca e poi di nuovo si vedono questi occhi scuri, uno di questi giorni te lo dico mentre ci incrociamo in corridoio, però non mi fermo, non ti preoccupare, lo so che c’hai un sacco di cose da fare. Eh, vabbe’, penso, magari è sposata, le arriva un messaggio del genere e finisce a schifìo con suo marito, e poi dieci, venti secondi per leggere un messaggio, altri dieci per cancellarlo, o altri cinque per rispondere ahahaha oppure mettere una faccina, per gentilezza, per non risultare scortese: non mando niente. Invece scrivo sul gruppo “Basket Siracusa”, che tanto quelli del gruppo “Basket Siracusa” il tempo da perdere ce l’hanno: occhio, state attenti, che poi vi faccio le finte di Gigi!

Le serate in inverno finiscono presto: mangi, te ne vai a letto, l’indomani si lavora. Il pomeriggio, se hai un poco di tempo, pensi: ora vado a fare due tiri nella palestra della scuola, perché a Siracusa fanno tutti la Calisthenics, oppure fanno il Crossfit, o fanno il Triathlon, meglio se prima di questo tre contro tre natalizio riprendo un minimo la mano col pallone da basket, no? Allora mi metto là, in palestra, basso sulle ginocchia, la posizione delle tre minacce: scatta a sinistra! Me lo ordino da solo, e poi aggiungo: ma se a destra è libero, allora vai a destra, come diceva Gigi. Era una finta? No, era che se trovavo libero a destra, allora andavo a destra, se invece a destra spuntava il difensore, io, PUF, come diceva Gigi, andavo a sinistra, e il difensore pensava: ma guarda a questo, che m’ha fatto la finta! Era una finta, quella che volevo fare io? No, diceva Gigi: la finta diventa una finta dopo che l’hai fatta, prima non era una finta, era vera.

Il pomeriggio, certe volte, dopo che ti sei allenato in palestra, ci sono pure i consigli di classe, in corridoio incroci la collega, sorridi, dici ciao, lei pure dice ciao e sorride, e ti guarda come per dire: ma che hai fatto che sei tutto sudato? Però non te lo dice, forse c’ha un sacco di cose da fare e non le va di perdere questi quindici, venticinque secondi a farti una domanda, o forse pensa che sei tu che c’hai un sacco di cose da fare, sei tutto sudato, e non puoi perdere tempo a rispondere, e quindi tira dritto, e pure tu tiri dritto: dare fastidio a chi? perché? Lasciamo perdere: dovresti pure spiegarle che sei andato a provare le finte nella palestra della scuola, non è il caso.
Comincia il consiglio di classe, tu pensi: ma se pure lei è qua, a scuola, in questo stesso edificio, che c’è di male se ora prendo il telefono e le scrivo su WhatsApp? Cominci un messaggio che dice: poco fa, in corridoio, eri tutta bianca e tutta nera, e poi mentre camminavi muovevi le mani in un modo che mi veniva voglia di farti domande su dove andavi o da dove venivi, anzi mi veniva voglia che tu facessi domande a me, solo che non mi andava tanto di farti perdere tempo a fare o ricevere domande e quindi non ti ho detto niente. Il consiglio di classe è iniziato e tu manco te ne sei accorto, tiri fuori il telefono dalla tasca per scrivere il messaggio alla collega metà bianca e metà nera, e la preside subito ti dice: Fillioley, ma che cazzo, lei è pure il coordinatore di classe, ma almeno dia l’esempio, no? E tu dici no, scusi, è che mia nonna è in ospedale, e tutti scuotono la testa come per dire: ma lo sappiamo che volevi scrivere alla collega carina tutta bianca e tutta nera, quella con gli occhi scuri, piace a tutti, che ti credi, e comunque sei un cretino, e poi era in corridoio poco fa, le potevi parlare al posto di andartene in palestra a fare BUM BUM BUM con quello schifo di pallone da basket, duemila rimbalzi, si sentivano da qua, c’è venuto il dolore di testa a tutti quanti. Il consiglio di classe finisce.

A casa pensi: ma se invece scrivo a Gigi? No, perché la cosa delle finte è bellissima ma bisogna capirla bene: io fermo la collega in corridoio, mi dichiaro senza tanti preamboli e le dico che ha le mani bianche in un modo che io di così bianche non ne ho viste mai e ogni volta che le guardo penso: ma siamo sicuri che è ancora viva? Le dico che quando mi saluta di fretta le muove in un modo che non si capisce bene se è interessata o se è solo gentile, e poi lei magari invece mi dice: sì va bene, ma chi te l’ha chiesto? Cioè si sposta, come facevano i difensori del campionato Uisp, si mette in mezzo tra me e dove volevo andare, e a quel punto io che faccio? Devo cambiare programma? Dirle: no, scusa hai capito male, volevo solo scambiare due parole prima del consiglio del classe? La finta non l’avevo programmata, e invece forse prima era il caso di farla, ci voleva, era necessaria. Gigi mi scrive su WhatsApp: guarda che serve ambiguità per una finta, se fai quello diretto, se il movimento anziché accennarlo lo fai tutto, di botto, poi come fai a cambiare programma all’improvviso? In un attimo ti bruci tutte le possibilità, si fa subito troppo tardi, e addio finta, addio soluzione alternativa. Allora che faccio?, chiedo a Gigi. Che ne so, mi risponde Gigi. Magari le dico solo: senti, sono sei mesi che facciamo ciao/ciao, sorriso/sorriso, e tiriamo via lungo il corridoio come se avessimo tremila cose da fare, ma alla fine è vero che abbiamo tutte queste cose da fare? Non è che per caso anche questa è solo una finta? Io stesso mi sa che non lo voglio sapere se queste mani così bianche, se questi capelli così neri, se questi occhi così scuri poi alla fine sono pure loro soltanto una finta, una di quelle finte di Gigi: va bene, quando ti incrocio in corridoio mi imbambolo perché sei di due colori, sembri la ciambella che mi faceva mia nonna di pomeriggio, per la merenda, metà vaniglia e metà cacao, quando la metteva a raffreddare sul davanzale della finestra, più o meno allo stesso orario in cui adesso io e te ci incrociamo in corridoio per i consigli di classe, però che ne so di come sei, che ne so se poi sei come sembri? Sei metà bianca e metà nera? Per davvero?

Sul divano, coi termosifoni che cantano, scrivo sul gruppo WhatsApp Basket Siracusa: non lo so se questa collega effettivamente la voglio conoscere. Forse più che di conoscerla ho voglia di farle una finta: dirle che quando mi capita di passarle vicino, non ci posso fare niente, le guardo le mani, i capelli, gli occhi, il sorriso, il resto no perché, sinceramente, e forse le dovrei dire pure questo, si veste in un modo un poco troppo dimesso, però che ne so di cosa succede dopo che ho fatto la finta? Dipende da come si posiziona lei, in difesa, mi risponde un expat. Uno stanziale invece mi domanda: scusa, ma è normale che tu la attacchi e che lei si debba mettere in difesa? Secondo me no.

Al consiglio di classe, un sacco di battute: stiamo attenti a chi scrivi su WhatsApp, Fillioley, occhio a parlare di mani bianche, di capelli scuri, di occhi neri, non è un buon momento per lanciarsi, con l’aria che tira finisci subito in prima pagina sul giornalino della scuola, quello che fai coi tuoi studenti di III A. Io però non avevo mai detto niente a nessuno di questa collega, com’è che lo sanno tutti lo stesso? Mi sa che queste finte Gigi non me le ha insegnate tanto bene, a quanto pare quello che voglio fare si vede subito. Comunque rido, ridiamo tutti, allora poi a casa scrivo a Gigi e lui mi dice: no, che c’entra, anche se non ti riescono bene, prima devi comunque fare le finte. Ma come?, chiedo io. Eh, mi dice Gigi, ci sono finte di tutti i tipi, mica le finte sono tutte uguali. E che tipo di finte dovrei fare?, dico io. Eh, devi fare quelle che anche se sai che sono finte, anche se lo sai tu e lo sa il difensore, ci vogliono lo stesso, perché servono per studiarsi, tu ti fai avanti e fingi una cosa, non puoi essere subito diretto, devi dire un’altra cosa, caffè per esempio: ci prendiamo un caffè alla macchinetta, e ti fai vedere stanco, ti fai vedere che questo caffè ti serve, e allora pure lei si sentirà stanca e penserà che senza un caffè al consiglio di classe di oggi pomeriggio non ci arriva, e vi prenderete questo caffè. E allora?, domando a Gigi: a me del caffè non me ne frega niente. Non sono nemmeno stanco, io non faccio né Crossfit né Calisthenics né Triathlon, sono riposatissimo. E allora, mi dice Gigi, il caffè è un caffè solo se rimane un caffè, altrimenti diventa una finta. Ah, penso io molto incuriosito: e cioè? E cioè se c’è spazio a destra, tu vai a destra: tu andavi a sinistra solo perché il difensore era destra, ma se il difensore vede che tu vai a sinistra e si mette a sinistra, tu vai a destra e la macchinetta del caffè diventa una finta.

Gigi mi sfinisce, mi sembra di avere giocato a Padel, di avere fatto sei ore di Crossfit. In questo stato di prostrazione psicofisica comincio a scrivere un messaggio alla collega: Ciao ciambella, devi capire una cosa, devi capire che ciao/ciao, sorriso/sorriso va bene, però a un certo punto uno dei due deve tendere per forza una trappola all’altro, non è colpa di nessuno, uno dei due deve ordire una specie di inganno, e poi magari quella che in origine doveva essere una trappola, un inganno, diventa una cosa vera, le intenzioni cambiano in corso d’opera, fingevo di volere una cosa per averne un’altra, o forse no: la finta era già vera in partenza, mi prendo lo spazio che c’è, dipende da come si mettono le cose, da dove si posiziona il difensore, per esempio ti avevo detto che ero stanco, ti avevo chiesto se mi facevi compagnia per un caffè e poi invece mentre tu ti scolavi il caffè tutto d’un fiato, io non me ne bevevo nemmeno un goccio e tu mi chiedevi: come mai? E io ti dicevo: io, caffè? Mai bevuto caffè in vita mia, e tu allora mi dicevi che te lo eri bevuto tutto d’un fiato perché avevi fretta ma volevi lo stesso risultare gentile, e poi mentre ci stavamo dicendo le cose finte che ci eravamo detti per non dirci quelle vere, alla fine, PUM, ci baciavamo, così, a sorpresa. Sì, va bene, mi chiederà la collega, ma io questo fatto del bacio come l’ho preso? Allora io prima di risponderle le dirò: aspetta un attimo che giro la tua domanda a Gigi, e poi quando Gigi mi risponde le reciterò la risposta: tu ci puoi rimanere molto sorpresa, le dirò, le sorprese possono spaventare, possono essere vissute come un danno, anche serio, non esiste un difensore che si vuole lasciare fregare da una finta, ci rimane male per forza. Oppure, se sei molto sportiva, mi farai l’applauso: bravo, m’hai fregato, m’hai fatto capire una cosa e poi ne hai fatta un’altra, mi sono divertita, non fa niente che ho subito il canestro, magari lo volevo pure subire, era comico vederti là, a fare quelle finte di merda, che nemmeno le sai fare, l’avevo capito da sei mesi che andavi a destra, ti ho voluto fare contento e mi sono spostata a sinistra.

È difficile, scrivo a Gigi: io non voglio giocare partite, non mi piacciono nemmeno tanto le sorprese, non faccio agli altri le sorprese che non vorrei facessero a me, e così invece mi sento come se dovessi farle per forza. Eh, mi fa lui, lo capisco, però se non fai così come fai? E pure lei, la tua collega, mi dice Gigi, poverina: se tu non fai così, lei come fa?

D’inverno, ogni tanto, a scuola i termosifoni non funzionano: la caldaia va ad acqua, gli attacchi dei tubi si congelano, si forma un tappo, un’ostruzione di ghiaccio, dentro la scuola c’è un freddo che si muore, specialmente di pomeriggio, sul tardi, quando ci sono i consigli di classe. La collega passa sul corridoio correndo, più per il freddo che per la fretta, io sono tutto curvo e rannicchiato, pure io mi muovo veloce per scaldarmi, non mi va di fermarmi, non è tanto che abbia cose da fare, ma chi se la sente di attaccare bottone durante la piccola glaciazione dell’occidente?
Il consiglio di classe comincia, io, mentre la preside parla, penso che la collega era carina anche oggi, anche così, che si muoveva a scatti per il freddo, aveva le mani bianche nascoste dai guanti neri e non aveva nemmeno sorriso quando le avevo detto ciao. Tra me e me mi dico: io però le finte di Gigi non ne voglio fare, caffè, macchinetta, non lo voglio dire, le voglio dire che ha la faccia bianca e gli occhi scuri e a me questa cosa, ogni volta che la incrocio in corridoio, mi fa venire voglia di ciambella, di chiederle di fermarsi alla macchinetta per un caffè, anche se io caffè non ne ho bevuto mai nemmeno uno in vita mia, nemmeno quando c’era tanto freddo, più freddo di adesso. Adesso lo scrivo a Gigi, mi dico durante il consiglio di classe, e tiro fuori il telefono, e allora la preside dice: Fillioley, ma allora è vizio, porca buttana. Poi si sente di nuovo il bip del telefono, un’altra figuraccia, in pieno consiglio di classe, sarà Gigi che mi risponde, infatti leggo: senti, fai come ti pare, io le finte te le avevo spiegate bene, e comunque sei spacciato, i tuoi ex compagni di squadra siracusani sono in formissima, fanno tutti la Calisthenics e tu al massimo fai il corridoio della scuola due volte nella speranza di incontrare la collega. Mentre metto via il telefono mi accorgo che i messaggi erano due. Ce n’è un altro, è della collega con gli occhi neri, l’avrà scritto con quelle mani così bianche? Allora sono vive? Dice: ieri sera mi è arrivato un tuo messaggio con scritte cose strane, non ho capito bene, parlavi delle finte, di una partita, di tua nonna che è in ospedale a fare ciambelle, mi sa che avevi sbagliato destinatario, io comunque quando finiscono i consigli di classe mi fermo alla macchinetta del corridoio per un caffè, se ti va mi raggiungi e me lo spieghi, ma solo se non è una cosa lunga, ho tremila cose da fare e soprattutto qua dentro, a stare fermi, finisce che si congela e ci estinguiamo tutti per freddo.

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