Quella di “Doris, la ragazza misto seta” (L’orma editore) è una voce leggera, che ciarla con totale franchezza di uomini, di sesso e di pellicce. Ma questo tono effervescente e paradossale è destinato a incrinarsi: è la Germania degli anni Trenta

In attesa di trasformarti in una stella del cinema, se ancora non puoi ammirare te stessa su uno schermo, tanto vale cristallizzare qualcosa di te nelle frasi che appunti su un diario. Che un po’ è come al cinema, perché scrivendo riesci a vederti in un’immagine e poi in un’altra, attraverso il vortice delle notti che fanno presto ad attardarsi e in mezzo al flusso di speranze che fanno presto ad accendersi. E mentre rileggi quello che hai scritto, ti sembra di coglierle davvero quelle immagini, di te, della tua vita, e alla fine capisci che si assomigliano tutte:

«gelido inverno in una sala d’attesa».

Ecco quello che succede alla protagonista di Doris, la ragazza misto seta e quello che accade a chi si intrufola, pagina dopo pagina, nello spazio privato della sua prosa piena di ironia, ma non per questo vuota di struggimento.

Sono gli anni Trenta e Irmgard Keun è al suo secondo romanzo. Col primo Gilgi, una di noi ha ottenuto un discreto successo, ma adesso raddoppia i consensi e accarezza la fama internazionale. Una carriera cominciata sotto l’auspicio di una buona stella, una carriera destinata a inciampare dopo appena un anno, quando il potere di Adolf Hitler divampa nel Terzo Reich e quella stella si spegne per riaccendersi soltanto più tardi, a ridosso degli anni Settanta. Marchiata dal partito nazionalsocialista come autrice di letteratura nociva, Irmgard Keun conosce la censura. Nel frattempo il suo matrimonio è in crisi, lei divorzia, va in esilio in Belgio e poi nei Paesi Bassi. Un’altra vita e un uomo nuovo, lo scrittore ebreo Joseph Roth, con cui Irmgard vivrà per alcuni anni a Parigi. Wikipedia dedica alla loro storia d’amore soltanto poche righe fra cui: entrambi bevevano molto.

Anche alla protagonista del suo romanzo piace stordirsi, e non solo con l’alcol.

«Ogni tanto mi piacerebbe uno che mi sfinisse di baci, così da risvegliarmi distrutta senza neanche più la forza di pensare»,

appunta Doris sul diario.

Non è quel tipo di donna che i baci li lesina, lei, ma in tutto questo suo peregrinare da un uomo all’altro, fra un sogno di rivalsa e l’altro, in città diverse e in stanze che si assomigliano in quanto a spazi angusti e rattoppi, Doris non riesce a fare esperienza di quei baci e neanche di quel tipo di stanchezza, meravigliosa e rara, più vicina al riposo che alla fatica. Gli uomini che Doris incontra hanno mille mani, tanto che lei non sa mai quale tenere a bada per prima. Mentre gli uomini che desidera hanno solo due mani a disposizione con le quali portare in dote un dono, il regalo più bello, e cioè il diritto a essere buona con loro. Ma alla fine Doris non se la prende. Continua a cercare qualcosa-di-grandioso-dentro-di-lei, qualcosa che le dia accesso a un mondo nuovo, il bel mondo del cinema o il bel mondo del teatro o il bel mondo e basta. E in questo suo avventurarsi alla ricerca di un’esistenza grandiosa a volte riesce a catturare un breve senso di calma, la tenerezza di un uomo buono perché ferito, la munificenza di un uomo generoso perché pezzo grosso dell’industria, ma poi è come se questo qualcosa scivolasse via senza farsi acciuffare per lasciarla con la sensazione di un vuoto. E via con un altro giro, il secondo e il terzo e il quarto, per colmare il vuoto.

Quindici anni fa, quando il romanzo è stato tradotto in inglese, la sinossi del libro si apriva così: prima di Sex and the City c’era Bridget Jones e prima di Bridget Jones c’era la ragazza misto seta. E in effetti i toni di Doris sono sempre leggeri e leggera è lei in questo ciarlare con totale franchezza di uomini, di sesso e di pellicce, in questa sua parola a volte monca, sempre veloce, spesso dialettale (la traduzione è di Vins Gallico), in questo suo andarsene per il mondo che è agile come un saltello: da un bar all’altro, da un letto all’altro, da un sogno all’altro. Ma la leggerezza della sua voce, schietta, ironica, mai rassegnata, non conduce affatto verso una zona franca, al riparo dalle imposizioni sociali. È una voce quella di Doris che resta lontana da qualsiasi orizzonte di libertà. Il suo mondo è un mondo a misura di puttane e marinai, di nuovi porti sotto lo stesso cielo grigio, il cielo di una Berlino gelida e chiassosa dove per una donna povera e non istruita come è Doris sembra esserci un’unica strada sensata: sposare un uomo con un lavoro stabile e tenerselo buono. Così accade che il tono da commedia, effervescente e paradossale, delle sue confessioni si inabissa dentro a un terreno che, pagina dopo pagina, sembra sempre più tragico. Berlino, 1933: la folla è giù in piazza e i politici su in balcone, l’aria è carica di presagi.

«Questa città non è buona»,

le dice il vecchio Brenner.

«Non è felice, anzi è malata».

I motori luccicano come gli uomini, le vetrine sono colorate e le strade piene di storie possibili, ma il cuore di Doris fa fatica a fiorire. La superficie delle cose, tuttavia, resta sempre cangiante. L’opacità è un rumore in sottofondo e lo sconforto della ragazza misto seta dura il tempo di un respiro. Invece di lavorare, Doris se ne va a zonzo per la città, beve fino a stordirsi e fino a restare sola nel bar, la smette di rimuginare, fa piani grandiosi, si immagina in un altro posto e in diverse vesti. E noi insieme lei. Se diventerà una stella del cinema poco importa ormai perché, nelle tristi notti di Berlino, Doris continua a brillare come una lucciola.

Irmgard Keun

Doris, la ragazza misto seta

L’orma editore, 2017
200 pagine, 16 euro
traduzione di Vins Gallico
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