I processi avanzano con lentezza, al punto di finire falcidiati dalla prescrizione: quindi i cittadini si affidano alla presunzione di colpevolezza. Un estratto da “Fino a prova contraria” (Marsilio)

Viviamo nell’era della post verità. Addio fatti, contano opinioni e umori: a prevalere è la carica emozionale degli annunci, la forza persuasiva delle opinioni, quand’anche fossero palesemente infondate, false, inventate. Il processo, attraverso il dibattimento tra le parti in condizioni di parità dinanzi a un giudice terzo e imparziale, serve ad accertare la verità giudiziaria, vale a dire le responsabilità individuali in presenza di un reato. Tuttavia la verità giudiziaria non sempre coincide con quella storica; bisogna perciò rifuggire dal delirio di onnipotenza togata: la giustizia umana può sbagliare, e tale consapevolezza è un valido argomento contro la pena capitale.

Dalla post verità alla post giustizia il passo è breve. In Italia la giustizia fallace e illusoria non è soltanto quella delle sentenze ribaltate, dei verdetti di colpevolezza che si rivelano errati, delle inchieste manipolate, delle intercettazioni travisate spacciate per prove inoppugnabili. La post giustizia sembra essere l’unica àncora rimasta a cui aggrapparsi: i processi avanzano con lentezza al punto di finire falcidiati dalla prescrizione; i cittadini, fruitori del servizio, si rassegnano alla post verità di una giustizia sommaria, incentrata su verdetti preventivi e gogna mediatica, su indagini enfatizzate a scapito del dibattimento, sull’uso abnorme delle manette in assenza di condanna, meglio questo che l’impunità certa. Nell’opinione pubblica s’instilla così il pregiudizio di colpevolezza nei confronti di presunti innocenti. Se a distanza di anni una sentenza definitiva smentisce radicalmente la tesi «giustiziera», le conseguenze del teorema sconfessato nei successivi gradi di giudizio si sono già avverate: un sindaco si è dimesso, un’azienda ha portato i libri in tribunale, un matrimonio è finito, una persona si è ammalata, qualcuno si è tolto la vita. A conferma che una post verità, ripetuta cento volte, produce effetti reali. I casi sono innumerevoli.

Nel 2017 la giustizia rimedia a un grave errore nel tarantino. Vent’anni prima Angelo Massaro viene condannato per omicidio. Si arriva a lui sulla base di un’intercettazione telefonica e delle accuse di un collaboratore di giustizia che dichiara di aver appreso del suo coinvolgimento da terze persone. Secondo il pentito che conferma la tesi della procura, Massaro e la vittima avevano dei contrasti per lo spaccio di droga. In una conversazione registrata a una settimana di distanza dall’omicidio, il marito comunica per telefono alla moglie: «Sto portando stu muers». Gli investigatori intendono muert, che fa una bella differenza: nel dialetto locale muers indica un carico ingombrante, muert corrisponde invece a morto. Massaro spiega che la parola contestata si riferisce a uno slittino attaccato all’automobile. Alcuni testimoni sono pronti a confermare l’alibi, ma i difensori dell’epoca non li convocano perché lo reputano un passaggio superfluo: l’impianto accusatorio è ritenuto troppo debole. I legali si sbagliano: Massaro, con precedenti per traffico di stupefacenti, è condannato in via definitiva a ventiquattro anni di reclusione. Soltanto nel 2015 la Cassazione riapre il caso. Gli avvocati freschi di nomina dimostrano anzitutto che la fatidica sera dell’omicidio il loro assistito si trovava al Sert di Manduria, dunque lontano dal luogo del delitto. Vengono depositati atti, testimonianze e intercettazioni: a un esame più approfondito gli inquirenti si rendono conto che l’audio autentico dello scambio telefonico con la moglie restituisce la parola muers. La scoperta dell’equivoco fonetico spiana la strada alla piena assoluzione dell’imputato. Quando si lascia alle spalle le porte del carcere, Massaro ha ormai superato i cinquant’anni e ha trascorso gli ultimi due decenni in cella da detenuto ingiustamente condannato. Giustizia ritardata è giustizia negata.

E che dire di un processo per stupro che si estingue per intervenuta prescrizione? È successo a Torino. Nel 2007, dopo il rito protrattosi per un decennio in prima istanza, il tribunale di Alessandria condanna a dodici anni di reclusione un uomo per le violenze sessuali reiterate nei confronti di una bambina. Si tratta del convivente della madre che, quando si reca in ufficio, gli affida la figlia. Un giorno la piccola viene ritrovata in istrada, da sola e in condizioni precarie, e accompagnata in ospedale. Sul corpo i medici rinvengono le tracce di abusi e infezioni sessualmente trasmesse. Si scopre così l’esistenza di un orco. Dopo il verdetto di primo grado, il processo si trasferisce a Torino, dove s’impiegano ben nove anni per fissare l’inizio del dibattimento. Nel capoluogo sabaudo la Corte d’appello si trasforma in un «collo di bottiglia», come lo definisce il procuratore generale Francesco Saluzzo. Nel febbraio 2017, a pochi minuti dalla pronuncia del non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, il giudice della Corte d’appello Paola Dezani dichiara in aula: «Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano». La post giustizia, che lascia la vittima senza risposte da parte delle istituzioni, equivale a una resa dello Stato.

Sarebbe ugualmente ingiusto, va detto, perseguire una persona per un lasso di tempo così spropositatamente lungo. Forse suonerà impopolare, ma, come diceva Marco Pannella, a volte tocca correre il rischio di apparire tali per non essere antipopolari. Non si può abolire la prescrizione, come vagheggia qualcuno, perché non si è capaci di celebrare i processi in tempi ragionevoli. La prescrizione è un istituto di garanzia, nessuno merita di essere perseguito ad aeternum, la spada di Damocle di un processo interminabile sulla testa di un cittadino è finta giustizia.

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