Elusivo, immediato, ermetico, ironico, criptico, surreale, informale, autoreferenziale, esistenzialista, inspiegabile, sorprendente, disturbante, commovente, irriverente, vivido, influente, disinteressato, impegnato, sottovalutato, sopravvalutato, decisivo, inventivo, sensuale, curioso, schietto, vorace, prolifico, banale, esemplare, fondamentale.

Questi sono solo alcuni degli aggettivi che fino a oggi sono stati spesi sul conto di Lee Friedlander (o del suo lavoro, giacché in larga parte le due cose coincidono) da quel 28 febbraio del 1967, quando l’allora direttore del dipartimento di fotografia del MoMA John Szarkowski decise di esibire le sue fotografie, assieme a quelle di Diane Arbus e Garry Winogrand, nella seminale New Documents.
Per me è da sempre parte di un gotha fotografico molto molto ristretto, o più semplicemente un mito.

Nato ad Aberdeen, Washington, nel 1934, fin dall’inizio degli anni ’60 Friedlander fu tra i maggiori esponenti di una nuova forma di fotografia documentaria—che aveva trovato in Robert Frank il suo padre spirituale e in Walker Evans l’antenato più illustre—in cui il concetto che il punto di vista sia naturalmente non obiettivo veniva sdoganato una volta per tutte, senza con questo intendere che uno sguardo personale sulla reatà non sia capace al contempo di indagare, incuriosire, informare. Szarkowski parlava non a caso di “falsi documenti”, proprio per sottolineare la vena provocatoria, smitizzante e volutamente ambigua che caratterizzava quella che era ormai a tutti gli effetti un’arte.
Cinquant’anni e parecchie mostre dopo (compresa la grande retrospettiva che ancora il MoMA gli ha dedicato nel 2005), Friedlander è sempre on the road. Ma incontrarlo, per non dire parlargli, non è cosa di tutti i giorni: notoriamente avverso alle conseguenze della popolarità, nel mondo della fotografia la sua misantropia è quasi proverbiale, e sono anni che non rilascia interviste, preferendo (e potendosi del resto permettere) che sia la sua opera a parlare per lui. Tutt’al più a fargli da portavoce è il genero Thomas Roma, la mente dietro Siciliano Camera Works ma soprattutto a sua volta apprezzato street-photographer.

Ed è con queste premesse che mi appresto a conoscerlo: il fato vuole infatti che i due, assieme all’editrice Anna Roma, figlia del primo e moglie del secondo, siano venuti a stampare Dog’s Best Friend, a Pet Project (che per l’artista americano è il 56° libro) qui in Italia. Per la precisione a Verona, uno dei nostri maggiori distretti per l’industria grafica, ed esattamente a Campagnola di Zevio, dove ha sede la SiZ, che con i Roma ha intessuto da molti anni una proficua collaborazione.

Dal libro Dog’s Best Friend, a Pet Project

Lee Friedlander / Courtesy of SPQR Editions

La strada dalla stazione di Porta Nuova alla zona di prefabbricati dove siamo diretti è già, a quest’ora del mattino, un lungo serpente di auto in coda. Così Anton e Attilio, che alla SiZ si occupano di sales & marketing, hanno tutto il tempo per prepararmi all’incontro, confermandomi la ritrosia del maestro e ricordandomi che, come siamo del resto già d’accordo, non dovrò disturbarlo durate il suo lavoro. Thomas e Anna saranno però contenti di conoscermi e di parlarmi di SPQR, la piccola casa editrice per cui uscirà la nuova monografia del suocero–papà.
E subito si fa largo in me la sensazione di un’impresa vagamente epica, dove il personaggio principale affronta un lungo e pericoloso viaggio psicogeografico—dato che è soprattutto dentro se stesso—in cui per tre quarti della storia il vero protagonista è sempre e solo evocato, un nome ricorrente, un ritratto stampato in bianco e nero, una serie di aneddoti raccontati per interposta persona, fino a giungere alla deflagrante rivelazione finale, molto oltre il punto di non ritorno. In quella che potrebbe rivelarsi la mia personale apocalisse, io sono senza dubbio il disperato capitano Willard, affidatario di una altrettanto disperata missione, e Lee Friedlander sarà di conseguenza il mio colonnello Kurtz, visionario e venerabile eremita il cui mistero aleggia su tutta la vicenda.
In fondo, i luoghi in cui si ambienta la nostra avventura non sono dissimili dai tanti “paesaggi sociali” fermati da Friedlander nelle sue inquadrature, e non mi stupirei di vedere uno di questi scorci suburbani aggiungersi alla lunga teoria dei suoi altri scorci, per comparire prima o poi nelle pagine di uno dei suoi prossimi libri.

Nicola Simioni, comproprietario della SiZ col fratello Massimo e come lui figlio del fondatore Domenico, non si aspettava che fossi così giovane, e appare comprensibilmente un po’ nervoso all’idea di disturbare il Maestro. Al momento, del resto, la logistica e le tempistiche del nostro incontro sono avvolte nella nebbia. Anton, che con Nicola resterà in costante comunicazione, mi porta allora a visitare il Museo della Stamperia Valdonega, dove sono raccolte molte attrezzature originali della celebre tipografia veronese acquisita da SiZ nel 2007, tra cui una macchina fonditrice e ovviamente un vasto catalogo di caratteri di stampa. Mentre assieme a Erica, addetta alla prestampa, facciamo poi un salto di cinquant’anni e ci portiamo nell’attuale area di produzione, vediamo Friedlander che, scortato dalla figlia, dal genero e da Simioni, lascia la zona dopo un primo turno di avviamento stampa. È una visione fugace, un volto tra altri volti, che passando non si gira nemmeno a guardarci e che in un attimo sparisce dietro una porta di sicurezza. Ma è indiscutibilmente il suo volto, in tutti questi anni di studio e passione visto, rivisto, studiato e interpretato fino all’illusione di conoscerlo, di comprenderlo.

Dal libro Dog’s Best Friend, a Pet Project

Lee Friedlander / Courtesy of SPQR Editions

Pioniere dell’autoritratto, paladino dei monumenti ignorati eretti a personalità ormai ignote e confusi col paesaggio urbano, profeta del potere che la TV, il computer e l’automazione avrebbero esercitato negli anni a venire, ma anche provocatorio autore di nudi in cui la fisicità del realismo annienta ogni faciloneria da voyeur “fine-art”, Friedlander si è ricavato una nicchia tutta sua tra i fotografi che mettono in discussione la realtà semplicemente mostrandola, senza necessità di dimostrare alcuna tesi. Una riappacificazione col mondo sensibile—e contemporaneamente un antidoto alla totale assenza di sentimentalismo delle sue fotografie—sembra possibile solo nei ritratti dei figli e soprattutto della moglie Maria, che nell’opera del marito è in qualche modo la controparte più letteralmente romantica. (In questo momento lei è in Liguria nei luoghi d’origine dei suoi genitori assieme all’altro figlio, il musicista Erik, e al nipote Giancarlo Roma, scrittore e responsabile del sito Haywire Press—dal nome dell’ormai defunta casa editrice con cui negli anni ’70 il nonno realizzava libri auto-prodotti, e oggi distributore ufficiale di copie firmate e limitate scelte dal suo monumentale catalogo).

«Quindi è un “family affair”?» chiedo a Thomas senza indugiare.
«Assolutamente,» ride senza scomporsi. «Infatti io e Anna siamo molto orgogliosi che Lee ci abbia proposto di pubblicare il suo nuovo libro.»
«Una naturale conseguenza del suo modo di intendere la fotografia come sovrapposizione di arte e vita, insomma.»
«Esatto. Del resto, anche se l’idea dietro SPQR è quella di pubblicare autori al loro primo libro, di tanto in tanto vogliamo avere qualche grande nome che, di riflesso, possa aiutarci con la promozione dei progetti più coraggiosi.»
«In generale, quella dei libri fotografici sta rischiando però di rivelarsi una bolla, a mio avviso.»
«Non la chiamerei una bolla. Però indubbiamente uno dei risultati della facilità di impaginare, stampare e distribuire è che oggi si vedono in giro molti brutti libri. Un tempo, per arrivare a pubblicarne uno bisognava stare sulla scena per un bel po’, scattare tanto fino a ottenere il rispetto del pubblico e degli editori. Ora, invece, un libro è la prima cosa che i fotografi realizzano per farsi conoscere.»
«È una conseguenza dell’ennesima democratizzazione della tecnologia, come con le fotocamere 35 millimetri o la Polaroid.»
«Ma la gente comune scattava foto solo nelle vacanze estive e a Natale. Tant’è vero che le case produttrici temevano che il mercato delle pellicole non si sarebbe rivelato abbastanza redditizio. Ovviamente adesso il problema non si pone più.»
«Però fare street-photography oggi è paradossalmente più difficile che in passato, quando non vigeva ancora la generale sfiducia delle persone nei confronti della macchina fotografica. Come credi siano cambiate le cose con l’avvento della smart-photography
«L’etica non cambia con l’evoluzione tecnologica. Un fotografo dovrebbe sempre rendere chiare le sue intenzioni, fare in modo da guadagnarsi il rispetto delle persone che vuole ritrarre. È in questo modo che per esempio sono riuscito a realizzare Come Sunday
Famoso per aver sviscerato nelle sue foto la Brooklyn in cui è nato e sempre vissuto, ma anche per il suo carisma e le sue capacità comunicative, Roma non dimostra affatto i suoi sessantasette anni, e decido che nella mia realtà parallela interpreta il ruolo che nel capolavoro di Coppola fu di Dennis Hopper («Hey, man, you don’t talk to the Colonel. You listen to him»).
«Io credo però che oggi ci sia un problema in più,» lo incalzo, «perché la cultura del selfie sta operando una profonda modifica nella percezione della fotografia: le persone sono così abituate a puntare l’obbiettivo su di sé che quando qualcun altro si dimostra interessato a fargli un ritratto diventano istintivamente sospettose, pensano “cosa vorrà da me? Qual è davvero il suo scopo?”.»
«È vero,» riflette Thomas, «questa considerazione meriterebbe di essere approfondita.»

Dal libro Dog’s Best Friend, a Pet Project

Lee Friedlander / Courtesy of SPQR Editions

E sono certo che prima o poi affronterà l’argomento in uno dei corsi che tiene alla Columbia, dove è direttore del Photography Program e dove le sue lezioni sono molto seguite. Ma è intanto arrivata l’ora di pranzo, e vengo lasciato di nuovo alle cure di Anton e Attilio, che mi portano al ristorante “Free Food” (Sic!), praticamente al di là della strada. Solo per scoprire che è lì anche Friedlander, il suo sguardo acuto un paio di tavoli più in là, al collo l’inseparabile Zeiss Ikon sormontata dal flash. Il momento dell’incontro non è ancora arrivato, però: mi è dato solo di osservarlo da lontano, e di sperare che la curiosità sia reciproca.
Dato che dopo mangiato il Maestro vuole un po’ di tempo per sé—Anton mi aveva già detto che gli piace curiosare in giro, soffermandosi per esempio su una pianta di felce o su altri particolari considerati insignificanti dalla maggior parte delle persone—al nostro ritorno in azienda riprendo la conversazione con Thomas e Anna, il cui impegno e la cui passione mitigano l’impazienza di portare a termine la missione che mi sono affidato.
«È molto emozionante vedere finalmente in carne e ossa qualcuno che è sempre stato solo un volto in una fotografia,» dico ad Anna.
Annuisce e sorride, ma senza timidezza: essere ritratta dev’essere ormai un’abitudine, per lei. E che il mio sentimentalismo da nerd sia fuori luogo non mi passa nemmeno per la testa.
«Per non parlare,» continuo infatti, «di quanto sia onorato di poter conoscere—come chiamarlo, ora? Friedlander? Lee?—tuo padre. So che non rilascia più interviste e quindi non voglio disturbarlo più di tanto, ma comprendo che non smaniasse quanto me per questo incontro…»
«In realtà è una persona molto gentile e disponibile. È solo che dopo tanti anni ha deciso di fare solo quello di cui ha voglia.»
«Molto comprensibile.»
«Diciamo pure che è un asociale,» taglia corto Thomas, con il tono di chi sta dicendo solo le cose come stanno. «Ma comunque gli sei simpatico, vedrai che non ci saranno problemi.»
«Del resto,» dico ad Anna cercando di tornare sulla giusta rotta, «ho sempre avuto l’idea che tuo padre non decidesse a priori cosa fotografare, ma che fare fotografie fosse il suo modo di stare al mondo, che questo gli piacesse o meno. E la cosa è ancora più chiara vedendo quanto del lavoro realizzato su commissione sia poi entrato a far parte del suo “canone” ufficiale.»
«Molti dei suoi progetti maturano strada facendo, infatti,» risponde. «È così che è nato Dog’s Best Friend: guardando tra i tanti negativi accumulati negli anni e rendendosi conto che tutti i cani fotografati nei suoi viaggi potevano essere un soggetto su cui valeva la pena fare un libro. Poter scegliere tra un archivio così vasto è un lusso che non tutti si possono permettere.»
«Immagino che tuo marito ci abbia messo lo zampino.»
«Effettivamente,» interviene Thomas ridendo, «è stato uno dei rari casi in cui sono stato io a influenzare Lee e non il contrario.»
Il riferimento implicito è ovviamente a Plato’s Dog, la raccolta più recente e tra le più fortunate di Roma; ma decido di riportare subito la discussione su Friedlander e sull’importanza della sua opera.
«Come in tutti i suoi lavori, però, i veri protagonisti siamo noi.»
«Il titolo del libro dice proprio questo,» conferma Anna, sorridendo. «Quel che vogliamo fare con SPQR, in fondo, è raccontare cosa succede nel mondo attraverso uno sguardo mai scontato. È quest’idea che speriamo di aver trasmesso con i nostri primi cinque volumi
«Vogliamo che siano comprati per l’argomento che trattano, non per il nome del fotografo,» irrompe ancora Thomas, incontenibile. «Un segno forte e in controtendenza. Non se ne può più di tutti questi fotografi che fanno libri semplicemente perché pensano di avere qualcosa da dire.»
«Aha!» faccio io. «Allora sei d’accordo che è una bolla?»
«Sì,» conclude lui, «tutto sommato hai probabilmente ragione.»

Dal libro Dog’s Best Friend, a Pet Project

Lee Friedlander / Courtesy of SPQR Editions

Qualcosa nel meccanismo della sceneggiatura si è finalmente mosso, perché Simioni entra ad avvertirci che Friedlander è pronto per l’avviamento stampa del pomeriggio. Da una serie di sguardi e gesti capisco che è il mio momento, che sto per incontrare il mio mito.
A differenza del film nella mia testa, però, la cosa avviene senza grande enfasi, come se non ci fosse nulla di straordinario. E per lui, con una vita come la sua, di straordinario questo momento non ha certo nulla, è forse anzi solo l’ennesimo impegno cui si sarebbe volentieri sottratto. Quando ci presentiamo sembriamo due orsi a disagio, ma tutto sommato contenti di conoscersi.
In un primo momento il fatto che Friedlander sia alto, e che nonostante l’età sia ancora imponente, mi pare l’unico dato che riesco a memorizzare. A un secondo sguardo meno timido registro però la grande testa quasi del tutto calva, le sopracciglia folte e spettinate, gli occhi azzurri e prevedibilmente penetranti, e più in generale l’aspetto da patriarca nordeuropeo (il libro che ho portato da fargli autografare è dedicato “alla memoria dei miei genitori, che vennero in America come Kaari Nurmi e Fritz Friedlander”).
Mi sposto per farlo passare e lo seguo per le scale e lungo il corridoio al pian terreno. Sono così vicino che posso sentirlo fischiettare (il motivo è atonale, c’è emissione di aria ma non di melodia), e noto che per effetto della torsione della cinghietta la sua macchina è girata a testa in giù, l’obiettivo puntato verso il suo sterno.
«Non scattare proprio adesso,» lo prende in giro Thomas tra le risate di tutti, mentre lui continua a fischiettare.
Dopo qualche metro, attraversata in senso contrario la stessa porta da cui l’ho visto sparire stamattina, rallenta.
«Pensi che la mia vita interiore non valga la pena di essere fotografata, Tom?» dice senza fissarlo direttamente negli occhi.
Chapeau.

Da qui in poi dirà meno dello stretto necessario, i convenevoli già espletati, il suo lavoro autoesplicativo. L’avviamento stampa si rivela un momento conviviale: con Anna e Thomas come angeli custodi, Friedlander dà un occhio alle prove già impaginate—cani a un incrocio stradale, cani in auto, cani in salotto, cani che saltano, il tutto in una scala di grigi limpida e priva di qualsivoglia eccesso post-produttivo—e poi le firma sotto lo sguardo fiero non solo di Nicola ma anche di Domenico Simioni (che, nonostante abbia lasciato l’attività ai figli, in questa fase del lavoro è sempre presente).
È un momento molto bello: parliamo del più e del meno, sorridiamo e ci scattiamo addirittura qualche foto a vicenda. E sognando di vedermi un giorno in un libro di Friedlander, volto tra i volti che si aggiungono via via al suo variegato e spietato universo, fingo di essere già parte di questo mondo, dove Koudelka è Josef e Levitt è Helen, e dove soprattutto Friedlander è Lee.
Thomas sembra soddisfatto.
«Te l’avevo detto che sarebbe andata bene.»
Poi mi chiede se l’intervista è finita, e io gli rispondo che siccome Lee non rilascia interviste, la mia non è stata un’intervista (il che lo lascia per una volta senza parole).
Non mi resta che mettere definitivamente da parte ogni dignità e portare a termine la mia missione: come un adolescente al cospetto di una rock star tiro fuori il libro che ho portato e lo do al Maestro, che lo firma sorridendo.
«Un autografo di Friedlander fresco fresco!» dice Thomas, «Lee non ne fa più, sei molto fortunato.»
«Infatti parte dei miei desideri si sono appena avverati,» dico con un leggero inchino.
«Non esserne così sicuro,» mi sorride Friedlander. Anzi, Lee.

Chiudi