Esce per Einaudi un’antologia definitiva di racconti umoristici, da Nikolaj Gogol’ a Martin Amis passando per Achille Campanile, Margaret Atwood e Mark Twain. Pubblichiamo una parte dell’introduzione di Marco Rossari, che ha curato il volume

Avevo un amico che andava dallo psicanalista.
«Piangi spesso?»
«No, però ridiamo molto».
Reazione, scatto, resistenza al fato, aggressività, svago, festa, imbarazzo: ecco cos’è l’umorismo.
Ma è anche intrattenimento. I predicatori inserivano le battute nei sermoni per evitare che i fedeli si addormentassero, e Shakespeare snocciolava giochi di parole osceni perché tenere desta l’attenzione nella bolgia del Globe non era facile.
È scuola di scrittura. Una barzelletta è un perfetto trattato di narratologia, come sapeva bene Umberto Eco. La sintesi di un aforisma è un cimento altissimo. Un limerick, come scriveva Gianni Celati, è un piccolo teatro della crudeltà.
«Falla ridere»: quanti scempi sono stati compiuti sotto l’egida di questo consiglio… E quante volte s’è raggiunto lo scopo in modo involontario. (Per una delle sue commedie piú celebri Ionesco prese ispirazione dall’effetto comico fortuito di un libro per imparare a masticare l’inglese. Ma pensiamo a Pietro Nenni: «Ora bisogna decidere, non resta che astenersi», e quanto racconta di politica italiana!)
Lo humour è irruenza, ma anche seduzione. La narrativa umoristica ha in comune con quella erotica la necessità di appellarsi all’altro, di strappargli dei suoni, di farlo partecipare fisicamente – tangibilmente – a ciò che viene rappresentato. Il fantasma dell’umorismo è il partner, ossia il lettore. Non ci si può fare il solletico da soli: c’è bisogno di connivenza. Laurence Sterne, il grande padre di tutti con il Tristram Shandy, lo dice bene in una lettera: «…chi sente veramente, porta dentro di sé metà del divertimento: le sue idee sono semplicemente evocate da quel che legge, e le vibrazioni interiori corrispondono così interamente a quelle eccitate dalla lettura, che è come se leggesse se stesso e non il libro». Siamo in due e siamo complici.
Il riso è piacere, ma anche sollievo, scampato pericolo, rivalsa.
È persistenza. Un tizio ha notato come una delle storielle contenute nel Liber Facetiarum di Poggio Bracciolini, forse il primo regesto di barzellette, viene ripetuta quasi identica in una puntata di Curb Your Enthusiasm, la serie americana con Larry David. Esiste una vecchia, triviale gag in cui le varie parti del corpo litigano su quale sia la piú importante e alla fine la spunta l’ano perché, se smettesse di funzionare, si bloccherebbe tutto. «A comandare è un pezzo di merda». Già, che sciocchezza. Eppure è ripetuta quasi identica nella prima lettera di Paolo ai Corinzi: «Dio ha così organizzato il corpo, dando un più grande onore alla parte inferiore» (risate registrate).
È ribellione. Non molto tempo fa le mamme rampognavano ancora le figlie: «Ridere è volgare e sfacciato, una brava ragazza non lo fa». E una risata le ha seppellite.

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L’umorismo è resistenza al potere. I governi dittatoriali detestano i libri, certo, ma ancora di più i libri satirici. Stalin non rideva mai. Al massimo, come ricorda il maresciallo Žukov nelle sue memorie, lo faceva con un risolino sinistro, tra sé e sé. Hitler istituì dei «tribunali della barzelletta»: un cabarettista berlinese fu giustiziato per aver chiamato il suo cavallo Adolf.
Pensiamo alle religioni, guardiamo cosa è successo nella redazione di un innocuo giornalino satirico parigino. «Bisognerebbe nazionalizzare il buonumore», scriveva il pericoloso Wolinski in una vignetta dove una famigliola era stesa su un prato a godersi la vita, e si è preso una sventagliata di mitra. E nella Bibbia non si ride granché. Che bello: lo spirito non è per nulla santo. Forse solo gli ebrei, che ne hanno passate troppe, sanno ridere. (Il riso è sopravvivenza).
L’umorismo è scherno, disperazione, resistenza al tragico. Ben vengano i Franti.
Qualche anno fa al funerale di mia nonna, sotto una pioggia scontata, in un cimitero grigio che più grigio non si poteva, al momento di inserire la bara nel loculo i portatori hanno avuto un momento di impaccio e di fatica: uno è mezzo scivolato, l’altro ha perso la presa, la bara – come in una comica grottesca – ha oscillato, è stata recuperata in extremis, oh-issa. In quel momento mia madre, sotto l’ombrello con me, mi ha indicato un parente, un uomo molto pratico, che con una smorfia spasmodica in viso contraeva i pugni chiusi come a voler aiutare i portatori in quella disgraziata pantomima. Tutt’e due siamo scoppiati a ridere.

La morte teme l’ilarità? Di certo l’ultimo rantolo di Madame Bovary è una risata aspra che dà i brividi. Nel terribile Racconto dell’ancella di Margaret Atwood (oggi tornato in auge grazie a una fortunata serie tv) si ride in un solo – indimenticabile – momento.
L’umorismo è tutto questo, ma anche sguardo sul mondo, amore per l’umanità e le sue tenere deficienze, conforto universale.
O forse, a caccia di questa benedetta definizione, potremmo affidarci semplicemente al genio di Saul Steinberg: «Cercare di definire l’umorismo è una delle definizioni di umorismo».
E ci sarà un motivo se l’uomo è l’unico animale che ride.

Racconti da ridere

a cura di Marco Rossari

Einaudi 2017
272 pagine, 19,50 euro

 

Il volume ospita testi di Martin Amis, Donald Barthelme, Alan Bennett, Stefano Benni, Heinrich Böll, Charles Bukowski, Achille Campanile, Anton P. Čechov, Umberto Eco, Nora Ephron, Nikolaj Gogol’, Joe R. Lansdale, Michele Mari, Sławomir Mrożek, Dorothy Parker, Jørn Riel, Tiziano Scarpa, David Sedaris, James Thurber, Mark Twain, Irvine Welsh, P. G. Wodehouse.
In più, un racconto inedito di Margaret Atwood
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