Chi sono, che cosa li unisce, che cosa li divide e perché i due leader si piacciono. Anteprima del Prologo di #IL97, quello con Carrere su Macron, in edicola venerdì 24 novembre con Il Sole 24 Ore.

Lo straordinario ritratto che lo scrittore Emmanuel Carrère ha scritto sul presidente francese Emmanuel Macron, e che pubblichiamo su questo numero di IL, inizia con la constatazione che «quest’uomo non suda». Il dettaglio è rivelatore, secondo Carrère, di un leader politico che sembra ottenere successo e consenso senza grande sforzo o sacrificio. Ecco, questa è la più visibile differenza tra Macron e Renzi. Matteo Renzi suda. Il ruolo di leader del Partito Democratico e della sinistra non comunista se l’è guadagnato con fatica, perdendo e vincendo, conquistandosi uno a uno gli elettori e lottando corpo a corpo contro i risentimenti dei vecchi capi bastone.

Ma prima che Macron vincesse le elezioni francesi, e mentre Renzi stava a Palazzo Chigi, si diceva che Macron fosse il Renzi francese, mentre ora che Renzi non governa più e Macron è entrato all’Eliseo con la più incredibile cavalcata politica degli ultimi decenni, ancora più di quella di Obama, si dice che Renzi è il Macron italiano. I due condividono parecchie cose: sono coetanei e di sinistra ma di quella sinistra liberale che andava forte negli anni Novanta, con Tony Blair e Bill Clinton, e che è stata spazzata via quasi ovunque dalla destra di governo, dal populismo e da una sinistra revanscista che si diverte a perdere le elezioni. Le due eccezioni sono, appunto, la Francia e l’Italia. Macron e Renzi hanno anche un’altra cosa in comune: vogliono comandare senza tante rotture di scatole. Macron dice addirittura che vuole governare da jupitérien, da Dio di tutti gli Dei, Renzi è più boy scout nell’approccio ma l’obiettivo e il cinismo sono gli stessi. La loro traiettoria politica però è diversa. Renzi è un politico puro, Macron no. Macron è un banchiere, mentre la finanza non è il forte di Renzi, malgrado nei talk show gli urlino «banche banche banche».

Renzi ha sempre giocato una partita interna, scardinando la sinistra post comunista, già scardinata dalla storia nel 1989 e da Walter Veltroni nel 2008 quando si presentò alle elezioni senza allearsi con i comunisti (fino alla legislatura precedente, unico caso nelle democrazie occidentali, avevamo due-partiti-comunisti-due al governo).

Il perimetro di Renzi è sempre stato quello del Pd. Quando ha perso contro Pier Luigi Bersani alle primarie del 2012 non ha messo il broncio. Non si è nemmeno fatto tentare dal correre da solo, al modo di Macron. Poi quando Bersani si è andato a schiantare, Renzi si è ricandidato e ha vinto le primarie del partito. Venivamo dagli anni berlusconiani, dai governi dei tecnocrati con barboncino e da quello di un bravo ragazzo con cacciavite. Renzi è andato al governo, stringendo un accordo politico con l’opposizione per riformare la Costituzione, ha preso il 40 per cento alle Europee trascinando a votare Pd una buona parte di elettorato moderato, liberale e centrista che mai avrebbe votato a sinistra (e mai la voterà se fosse di nuovo guidata dai soliti ex comunisti o dai loro surreali epigoni).

Renzi ha governato bene. Facendo molte cose, moltissime, non solo la riforma della Costituzione, ma anche le leggi sul lavoro che hanno portato a un milione di posti di lavoro in tre anni e la battaglia in Europa per ottenere margini di flessibilità per gli investimenti. C’è stata una ripresa economica dopo anni bui, molte iniezioni di ottimismo e di orgoglio italiano, la legge sull’unioni civili e alcune tra le più grandi iniziative politiche di sinistra mai viste nel nostro Paese, dalla redistribuzione di 80 euro per 12 mesi, quindi 960 all’anno, nelle buste paga di chi guadagna meno di 1.300 euro, agli aiuti alle imprese che assumevano, fino ai centomila insegnanti precari assunti a tempo indeterminato in cambio di una tratta ferroviaria da percorrere per un paio d’anni.

Sennonché sull’elezione del presidente della Repubblica è cambiato tutto. Berlusconi si è convinto che Renzi non avrebbe retto l’onda dell’opposizione interna e dell’establishment improvvisamente senza potere, e che si sarebbe andati subito al voto, siamo nel 2014, e ha rotto il Patto del Nazareno accordandosi con gli avversari di Renzi sul nome del presidente della Repubblica. Renzi si è opposto e ha chiuso su Sergio Mattarella, tra il giubilo dei suoi detrattori convinti, a ragione, di averlo finalmente fermato. Da quel momento Renzi è calato nei consensi e nell’efficacia comunicativa e di governo, con i giornali e le tv di destra che gli hanno grottescamente dato di comunista e con la magistratura che ha ripreso a fare quello che fa dal 1993, cioè politica. L’indebolimento di Renzi ci ha condotti verso il fallimento delle riforme, la crescita dei babbeiacinquestelle e il ritorno di Berlusconi. Un bel risultato.

Macron ha evitato questo delirio, facendo tutto da solo, senza sudare!, relegando a meno di una testimonianza la sinistra alla Bersani e quella comunista alla Jean-Luc Mélenchon, battendo una destra scandalosa fino a sconfiggere al ballottaggio, che grazie ai Nuovi Patrioti della Costituzione noi non avremo, la destra populista.

Che cosa deve fare ora Renzi? Uscire dal Pd, dove è stato rieletto segretario pochi mesi fa, e ripetere il percorso solitario di Macron non sembra avere senso. La sua gran fortuna è che se ne stanno andando spontaneamente gli avversari interni, gli ultimi epigoni di un mondo che non c’è più, lasciando a Renzi la grande opportunità di fare finalmente come Macron: da solo e, per una volta, anche lui senza sudare.

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