Inside the Glaciers è il progetto con cui Moncler ha sostenuto la spedizione in Groenlandia del geologo Francesco Sauro fornendogli l’equipaggiamento

Studiare la calotta polare artica per capire l’evoluzione del nostro pianeta. È l’obiettivo del progetto Moncler Inside the Glaciers, con cui la maison italiana, nata a Grenoble nel 1952, ha sostenuto la spedizione nelle grotte di ghiaccio in Groenlandia guidata da Francesco Sauro, fornendo l’equipaggiamento con i capi della linea Moncler Grenoble High Performance. «Moncler – sottolinea Sauro – è una realtà nata per la montagna, è un marchio permeato da uno forte spirito sportivo, avventuroso e anche esplorativo. Solo Moncler, che ringrazio per aver accettato di realizzare questo sogno che ho accarezzato per anni, poteva comprendere, condividere e abbracciare questo progetto».

Speleologo, specializzato in geologia planetaria, Sauro è nato a Padova nel 1984 e ha cominciato l’esplorazione del sottosuolo a 13 anni. Nel 2016 Time lo ha inserito tra i next generation leader e per l’Agenzia Spaziale Europea tiene i corsi per astronauti in isolamento in una grotta. «Grotte e oceani – spiega – sono ancora inesplorati. Le cavità nella calotta polare, che i glaciologi chiamano mulini, sono ancora più particolari: sono effimere, si formano in estate quando il ghiaccio si scioglie e si chiudono in inverno». Sono praticabili solo in un limitato intervallo di tempo. Sauro e la sua squadra sono stati accampati per 8 giorni sulla calotta ghiacciata a 55 chilometri a Ovest di Kangerlussuaq, sulla costa sudoccidentale della Groenlandia: hanno esplorato due mulini, il Northern Lights di 120 metri di profondità su un fiume non attivo, e il Living Ice su un altro corso d’acqua, ancora corrente al momento dell’arrivo della spedizione: «Siamo riusciti a calarci negli ultimi giorni: con le temperature tra -17 e -18°C il fiume si era giacchiato in superficie. Siamo scesi fino a 70 metri, poi ce n’erano altri 100, ma si sentivano in continuazione i boati dovuti al crollo di blocchi di ghiaccio e ci siamo fermati.

Mulini come questi erano stati esplorati negli anni 90 da un gruppo francese, che si era focalizzato sul record sportivo di essere sceso nelle grotte di ghiaccio più grandi del mondo: ambienti di 30-40 metri di diametro e oltre 100 di profondità. Il nostro obiettivo è stato molto più scientifico: la calotta è cambiata negli ultimi 30 anni a causa dei mutamenti climatici. È importante capirne l’evoluzione: scoprire come queste grotte si formano e cosa ci vive lì, come i microorganismi che influenzano la fusione del giacchio». Per questo con Sauro c’era anche il microbiologo Joseph Cook dell’Università di Sheffield: «Nella prima discesa nel Northern Lights è riuscito a campionare il ghiaccio ogni 3 metri. Ciò permette di ricostruire la biologia del passato molto meglio che con i carotaggi».

La percezione dell’importanza del sottosuolo è relativamente recente. Quella delle grotte di ghiaccio ancora di più. Uno dei motivi è la tecnologia, che oggi permette di «scendere, salire, mappare, usare scanner con precisione altissima», continua Sauro. Ma anche di diffondere le conquiste dell’esplorazione. In Groenlandia c’era anche il fotografo specializzato in speleologia Alessio Romeo: «Fino a 10 anni fa era difficile documentare. Oggi è diverso: grazie alle tecnologie fotografiche digitali possiamo ottenere immagini eccezionali in condizioni molto più estreme rispetto a quando si usava la pellicola in passato», conclude Sauro.

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