Rivolgersi a uno specialista, e farlo prima che nascano i problemi, non è un’onta. Ma perché in amore siamo fermi al fai-da-te?

Il mondo in cui vivo — il gruppo di persone che ho in mente quando scrivo — ha un problema strutturale di cui nessuno sembra accorgersi: è evoluto nei gusti, nelle esigenze, nella maniera di affrontare i problemi individuali (yoga pilates psicanalisi diete leggere commercialista) ma poi tende a mettere al centro della propria vita — vale a dire in casa, anzi addirittura in camera da letto — l’amore.

La vita di coppia è ancora il fatto centrale della vita adulta. Eppure, il tipo di persona che gestisce in modo civilizzato ogni altro aspetto della sua esistenza tratta la coppia come fosse una partita Iva che non ha mai bisogno del commercialista, un intestino che non ha mai bisogno del gastroenterologo. Forme di sciatteria che non ci perdoneremmo in altri ambiti qui invece comandano uno stile rustico: prendila come viene e vediamo come va a finire. La persona che sa sempre quali professionisti chiamare, nella coppia vede il fai-da-te come una cosa romantica. La terapia di coppia, per esempio, è considerata un’onta. Quando emerge, come ultima spiaggia, c’è già aria di trasloco. Nessuno la vuole fare, lo propongo alle coppie di amici in crisi, non convinco mai. Ma ho una visione: un mondo in cui le coppie vanno in terapia mentre stanno ancora bene. Dobbiamo smetterla di mandare al macero anni di conoscenza e intimità e decorazione d’interni solo perché siamo troppo orgogliosi per chiamare un esperto. Negli ultimi anni ho visto diverse storie d’amore di amici finire allo stesso modo: una delle due persone ha un problema, cerca di farlo presente, viene sistematicamente ignorata o fraintesa, il problema si cronicizza, la frustrazione aumenta, dopo mesi o perfino anni si raggiunge un punto in cui non sembra più possibile capirsi — infine, ci si disamora. Ma dopo che A ha lasciato B per troppa incomprensione, B non si dà pace. B ama ancora A: come è possibile che sia finito l’amore?

Questo quadro di comunicazione interrotta è specialmente grave per quella classe di persone che in ogni altro aspetto della vita sa chi consultare. La rabbia con cui sia A sia B pensano alla loro storia arenata è la rabbia di chi è abbastanza privilegiato da saper affrontare ogni altro problema personale (ha in rubrica i contatti degli specialisti) e osserva con sbigottimento la rozzezza, l’arretratezza, l’irriformabilità del fatto dominante della propria vita. Ma proviamo a risolvere l’annosa questione con il lifestyle, tanto solo alla moda crediamo, solo lei ci convince a fare qualcosa: se vedere un terapeuta di coppia andasse di moda, B saprebbe che se A tira fuori lo stesso discorso ogni sera per tre mesi è il momento giusto per cercare un professionista e andare nel suo studio, come dal notaio, a mettere nero su bianco cosa sta succedendo, a dare un po’ di oggettività al bisogno di A di tirare fuori discorsi nuovi, documentare cambiamenti.

Ho visto B rifiutare per mesi di ascoltare A: ossia di mettersi lì e farsi toccare dai discorsi di A senza pensare che siano insensati. Se la vita di coppia avesse un metodo la cosa si risolverebbe in un attimo: se sei B, ti siedi a un tavolo davanti allo specialista, ti fai dire per filo e per segno da A qual è il suo problema, guardi il viso dello specialista in cerca di indizi sulla ragionevolezza o meno di quanto espresso da A, chiedi ad A se hai capito bene cosa intende, replichi quel che vuoi, cerchi nel viso dello specialista una conferma che quel che hai detto è a sua volta ragionevole, e piano piano capisci se tu e A siete irreparabilmente cambiati e siete diventati incompatibili oppure al contrario A era soltanto frustrata perché non riusciva a spiegarsi con te.

Una coppia che sta insieme da anni e anni incontra delle complicazioni quando una delle due persone è in fase di cambiamento e l’altra no. Succede. Le fasi di cambiamento non si sincronizzano come le mestruazioni delle coinquiline nelle leggende popolari. Quando A sta cambiando, B si stranisce: magari sperava di passare l’inverno a guardare Netflix e invece no, è trascinata dentro mille discorsi e serate impegnative, A ha improvvisamente la fissa del teatro danza o della politica o degli esercizi di respirazione. «Non sei più la stessa», dice B ad A. Quando sento queste storie soffro: ma scusa, pensavi che A dovesse rimanere uguale a se stessa per tutta la vita? Se la terapia andasse di moda, B potrebbe indossare le scarpe da ginnastica di Balenciaga e una tutina fasciante e confessare alle amiche: no stasera non posso, io e A andiamo dal terapeuta. Mi viene più facile immaginarlo come un cambiamento di lifestyle che come un cambiamento esistenziale, perché queste cose funzionano meglio come pratiche banali — perfino conformiste — che come imprese esistenziali. La vastità delle implicazioni deve nascondersi pudicamente dietro la banalità di un’iniziativa presa per sentito dire.

E così mi immagino questa rivoluzione come una fatua, irritante moda di cui coppie borghesi aggiornate e vanesie cianciano al brunch della domenica. Che gioia per tutti noi se una banale moda portasse un certo settore della popolazione a questa scoperta: se vai in palestra, fai yoga, mangi cibi leggeri, stai in analisi, insomma hai chiaro il concetto di perfezionamento interiore, di una vita migliore grazie ai professionisti, da oggi, grazie alla moda, puoi regalare lo stesso privilegio alla coppia di cui fai parte.

Coppie bo-bo, coppie hipster, diventate early adopter del consulente coniugale in tempo di pace. La terapia di coppia non è un’onta: se non vi vergognate di dire che andate in palestra — nome che richiama alla mente di chi vi ascolta tutine sudate, rotoli lucidi, affanno e cattiva illuminazione — perché dovete vergognarvi a dire: «Be’, ti ricordi che tre mesi fa ti dicevo che A ha le paturnie e non riesce a spiegarsi? Alla fine abbiamo tagliato la testa al toro e siamo andati dalla terapeuta. Ora comincio a capirla». Lo so che vi disgusta questa prosaica scena di benessere, ma sciogliere una coppia per l’incomprensione davanti ai cambiamenti secondo me non è troppo diverso da quando l’umanità accettava che si morisse di parto perché i medici non si lavavano le mani prima di operare. Anche perché, se da un lato anche la persona più civilizzata sceglie il fai-da-te per gestire la coppia, dall’altro l’amore influisce direttamente sulla nostra situazione abitativa. Se ci lasciamo ci tocca traslocare — e il trasloco è la causa numero 2 di stress dopo i lutti, secondo la leggenda. Possibile che continuiamo a infliggerci lo stress del trasloco solo perché non abbiamo avuto il coraggio di sederci a un tavolo per ascoltare o raccontare quella novità nelle nostre vite che stava affiorando?

Se la gastroenterologa non mi avesse ordinato una batteria di analisi, a quest’ora avrei la gotta. Mica l’ho risolto da solo: ho fatto le analisi! Perché in amore siamo fatalisti? Le malattie della coppia sono di solito i problemi di comunicazione, che nascono quasi sempre dall’ambivalenza. Solo per ambivalenza B può dire ad A che la ama e però non ascoltarla per anni. Senza intervento specialistico mirato, la coppia è destinata a continuare a essere lo schema Ponzi della vita occidentale, una truffa proliferante. Da una generazione all’altra, con minimi cambiamenti, si vende questo sogno di felicità; poi un giorno, per incuria, ti svegli dal sogno, la coppia è andata in default e devi uscire da casa tua come un impiegato di Lehman Brothers, con la scatola di cartone in mano con dentro le foto incorniciate

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