Un drop out religiosissimo, una “mamma di” e un italiano illetterato, ovvero un reportage su tre artisti imprevedibili

Slab City & Salvation Mountain

Si parte dal deserto, che qui del deserto ha tutto tranne la lontananza inaccessibile dalla città, perché in fondo San Diego è a poco più di due ore d’auto. Bastano per ritrovarsi catapultati nel nulla, rocce e orizzonti, cieli blu, sole. Seguo la highway 78, vado inland, ogni miglio a Est una manciata di gradi in più nell’aria. Poi taglio su a Nord, seguendo la 111 verso Niland, ultimo domicilio conosciuto. Nel senso che Niland ancora sulle cartine si trova, ma del resto nessuna traccia. So che Slab City rimane a Nord-Est, seguo una strada che va in quella direzione, attraverso dei binari nel nulla e un enorme complesso recintato che forse è zona militare. O forse no. Tutto attorno poco o nulla, difficile dire se mi sto muovendo nella direzione giusta. Finché all’orizzonte non vedo spuntare qualcosa di colorato. Rocce, forse, ma non colorate per via dei minerali che le compongono — come accade nella Death Valley, la palette dell’artista. Qui l’artista c’è sul serio, non è madre natura ma un uomo nato nel Vermont il giorno di Ognissanti del 1931 e folgorato a metà della sua vita da un’intuizione religiosa tutta sua, semplice quanto potente. «God is love», Dio è amore. L’uomo deve soltanto pentirsi e accettare il perdono dai propri peccati. Prende una serie di barattoli di vernice e inizia a scriverlo ovunque, in grande, con colori sgargianti, su una serie di rocce che rompono l’orizzonte piatto del deserto e che finiscono per essere conosciute come Salvation Mountain, la montagna della salvezza.

«Il tributo di Leonard Knight a Dio e il suo regalo al mondo»,

c’è scritto. Siamo verso la metà degli anni Ottanta, Knight cerca la salvezza e trova — a suo modo — la fama. Non è lui a volerla, sia chiaro. Lui per trent’anni non fa che stare qui, lavorare alla sua opera d’arte e vivere in un piccolo truck, senza acqua corrente ed energia elettrica. Ma il mondo piano piano si accorge di questo strano tizio. Emile Hirsch/Christopher McCandless e Kristen Stewart passano di qui in Into the wild, ricevendone il comandamento che Knight regala loro, recitando nessun altro se non se stesso:

«L’amore di Dio per gli uomini è la più grande love story universale».

Lo scoprono fotografi (Aaron Huey, Where the heaven flowers grow) e documentaristi (The man behind the mountain) e scoprendo lui scoprono il suo messaggio, universale, lontano dalla complessità delle religioni: «Let’s all love each other, keep it simple». Un altro documentarista, italiano, Gianfranco Rosi, si spinge oltre, soltanto qualche miglio più in là. Varca i confini di Slab City, una città che città non è e confini non ha. Molto prima di Fuocoammare, cinque anni prima di portare sulle schermo l’umanità che si muove attorno al Grande Raccordo Anulare (e incassare il Leone d’Oro a Venezia con Sacro GRA) Rosi viene fin qui, sotto il livello di un mare che è mare solo per il nome, Salton Sea — in realtà è un lago che brilla accecante nel mezzo del deserto. Below sea level è il suo documentario del 2008 che racconta la comunità di Slab City, drop out che come Knight hanno scelto di vivere in mezzo al nulla, rigorosamente senza acqua corrente ed elettricità. Muoversi in questo spazio è surreale, il caldo è violento. Visito l’ostello, un pianoforte abbandonato all’ingresso e un cartello,

«La casa degli orsacchiotti abbandonati».

Entro nella biblioteca, una baracca aperta 24 ore su 24 che promette anche il wi-fi. Di sicuro c’è tanta polvere su centinaia di libri disposti per aree tematiche su scaffali incerti. Lasciando un paio di dollari al bar — c’è anche un bar — mi porto a casa una fanzine del settembre 1986, un Gesù Cristo stilizzato in croce e la scritta «No shit» in copertina. Poi esco e vago a caso: ci sono airstream pitturati e ricoperti di pannelli solari («The sun works»), un albero/scultura ai cui rami sono appese sneaker al posto delle foglie, il bulletin board della comunità la cui bacheca ospita solo due fogli scoloriti, un volantino per la festa del Cinco de Mayo e le foto di due ragazzi, «Missing/Desaparecidos».  «Slab City — leggo di fianco a un lungo murales rosso mentre sto per andarmene — where freedom lives large». E due punti esclamativi a chiudere.

Watts Towers

Watts Towers

Los Angeles, all’incrocio tra Wilshire e Santa Monica Boulevard. Mi siedo ai tavolini dell’ennesimo Starbucks cittadino. Sono qui non per caso, perché proprio su quest’angolo di terra ha messo gli occhi a inizio anni Venti un emigrato italiano, in cerca di un posto dove costruirsi casa. L’affare salta all’ultimo e Sabato Rodia — nato a Ribottoli (o Rivottoli), una frazione di Serino in provincia di Avellino, nel 1879 — deve ripiegare su una soluzione alternativa, investendo i suoi 900 dollari altrove. Finisce per farlo a Watts, al tempo un quartiere operaio autentica espressione del melting pot americano, popolato da giapponesi e italiani, latinos e afroamericani. Oggi a farla da padrone sono rimasti questi ultimi due gruppi etnici, che di Watts rappresentano quasi il 99 per cento della popolazione, poco più di quarantamila persone, parecchio sotto la media nazionale per reddito pro-capite e livello di istruzione ma tra le comunità più giovani di tutti gli Stati Uniti (ventun anni l’età media). Watts viene comunemente associata ai riot — quelli del 1965 prima e poi quelli del 1991, Rodney King come Trayvon Martin, Michael Brown o Eric Garner, ma un quarto di secolo prima. Ci vado per visitare le torri e James, la guida che incontro sul posto, parte proprio da lì.
Solo che lui non li chiama riot, come fanno tutti, ma uprising, rivolte, sollevazioni, «reazioni naturali — dice — quando sei stato a lungo oppresso». Non è un caso che le rivolte mettano a ferro e fuoco l’intero quartiere lasciando però intatte le torri, orgoglio locale. E a ragione. La più alta misura quasi cento piedi, oltre trenta metri, ma è l’intero complesso costruito da Rodia — e da lui denominato Nuestro Pueblo — a lasciare senza parole. Perché Sabato (o Simon, o Sam, come ribattezzato al suo arrivo negli Stati Uniti, a dodici anni) è un uomo senza istruzione, praticamente illetterato. Sa giusto firmare col suo nome, e tanto le sue iniziali (S.R.) che il numero civico della casa da lui costruita (1762) sono ancora visibili sul muro di ingresso, l’unica parte dell’abitazione sopravvissuta all’incendio del 1954. Resistono invece — al fuoco e anche ai terremoti — le Watts Towers, un’opera a cui si è dedicato ininterrottamente per trentaré anni, dal 1921. Un miracolo, se si pensa che Rodia le ha costruite da solo, con le sue mani, spinto soltanto dall’ambizione — questa sì molto americana — di “fare qualcosa di grande”. Senza un progetto. Senza un singolo bullone o una saldatura. Senza neppure l’uso delle impalcature. Rodia si arrampica sulle stesse guglie in costruzione, e pezzo dopo pezzo le completa. Usa sbarre di acciaio e materiali di riciclo, tanta ceramica (di piatti, tazze, piastrelle) ma anche il vetro verde delle bottiglie di 7Up e molte conchiglie, ad abbellire la sua opera. Tutt’attorno alle torri costruisce due fonti battesimali (perché predicava come pastore nel quartiere), un gazebo, un camino e una scultura a forma di barca, ribattezzata Ship of Marco Polo. James mi fa notare come la prua sia rivolta non a caso in direzione dell’Italia, un omaggio al suo Paese. Quel che è certo è che un omaggio importante lo riceve lui, unico italiano a trovare posto sulla copertina di uno dei dischi più leggendari di sempre, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, stregati anche loro dalla storia e dall’opera dell’emigrato italiano. Come Leonard Knight, Rodia diventa celebre senza volerlo, il suo profilo in alto a destra sulla cover al fianco di quello di Bob Dylan, il suo nome con quelli di Oscar Wilde e Fred Astaire, Edgar Allan Poe e Marilyn Monroe, Lewis Carroll e Albert Einstein. Voleva solo fare qualcosa di grande. E ci è riuscito.

Folk Music Center

Folk Music Center

Non mi dice di chi è madre. Mi dice di chi è figlia.

«Di Dorothy e Charles Chase, che hanno fondato questo posto, qui a Claremont, nel 1958».

Questo posto oggi si chiama Folk Music Center e dal 1968 ha sede a Yale Street (prima al 221 e poi, attraversata la strada, al 220, dove si trova oggi).

«Nel 2018 sono sessant’anni dall’apertura, contiamo di fare una grande festa, facendola coincidere con la trentaquattresima edizione del nostro Folk Festival, prevista per il 19 maggio».

A parlare è Ellen Chase-Verdries, meglio conosciuta come Ellen Harper, madre di Ben Harper, con cui non più tardi di tre anni fa ha registrato il disco Childhood Home, seguito da un tour mondiale. E proprio Ben ha recentemente acquistato il Folk Music Center, per garantirne la sopravvivenza. E oggi è Ellen che lo gestisce. Quando varco la porta d’ingresso la trovo al banco, sulla sinistra, proprio come avevo sperato, per farmi raccontare origini e storia di uno dei musicisti californiani più affascinanti del suo tempo.

«Mia madre, la nonna di Ben, era una musicista della scena folk del Massachusetts, suonava e insegnava banjo e chitarra. Tutto parte da lei»,

dice Ellen.

«Con mio padre, negli anni Cinquanta, scelse di venire sulla West Coast: per un breve periodo lui insegnò, poi decise di aprire questo posto. Aveva una visione».

Il Folk Music Center è un posto oggi importante per la comunità di Claremont

(«Teniamo una serie di concerti, serate open mic, workshop e lezioni: è un luogo dove è ancora possibile parlare e confrontarsi, qualcosa di raro nell’era di Internet»),

ma è un posto ancora più importante per aver formato in passato il giovane Ben.

«Ero una ragazza madre, con tre figli di sei, quattro e due anni, Ben è il più grande dei tre. Visto che lavoravo qui, questo posto era il suo doposcuola, è qui che è realmente cresciuto. Al tempo suonavo in un paio di band, e spesso Ben veniva con me alle prove o ai concerti. Sembrava non prestare troppa attenzione a quello che facevamo noi musicisti, ma in realtà assorbiva tutto».

Ellen definisce folk la sua musica e ritrova le stesse radici in quella di suo figlio, che è la “musica della gente”. Su questo terreno comune nasce anche l’idea di lavorare assieme.

«A Ben piace scherzare dicendo che tutta la sua vita è stata una lunga pre-produzione dell’album che abbiamo realizzato insieme. Che in realtà nasce diciassette anni prima, quando Danny Clinch decide di girare Pleasure and Pain. Una mattina Ben mi chiama annunciandomi che sarebbero venuti a casa mia a filmare, e che avremmo cantato assieme una canzone per il documentario. Scelsi un pezzo di Bob Dylan che mi è sempre piaciuto molto, Tomorrow is a long time, e, dopo quella prima nostra esibizione insieme, a lui restò l’idea di collaborare a un album. Ci son voluti diciassette anni,
ma ce l’abbiamo fatta».

Un rapporto magico, sul palco e lontano dal palco, due artisti ma anche una madre e un figlio. Di cui lei è giustamente orgogliosa:

«Della sua etica del lavoro prima di tutto, perché Ben si dedica in continuazione alla sua musica. La considera un’arte, ci si consacra in maniera totale».

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