Yolo / Musica

I migliori 40 dischi del 2017

12.12.2017

Il consueto listone di fine anno con tanti shoegazers, molto femminismo e tante storie d’amore finite.

Questa è la consueta lista di fine anno. Non so se sono davvero i più belli, certamente sono i 40 che ho ascoltato di più nel 2017. Una lista più ridotta, solo 5!, dei dischi italiani più belli dell’anno la trovate qui.

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Lotta Sea Lice

COURTNEY BARNETT AND KURT VILE

Un disco di Courtney e Kurt, ma non quei Courtney e Kurt, non Love e Cobain, ma Barnett e Vile non poteva che essere formidabile. L’australiana Barnett aveva fatto un album bellissimo due anni fa e l’ex leader dei War on Drugs ormai è un veterano. Questo dialogo tra chitarristi singer songwriter è irresistibile dal primo all’ultimo brano ma ascoltate Over Everything, Untogether, Continental Breakfast.

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Pure Comedy

FATHER JOHN MISTY

Josh Tillman, noto come Father John Misty, ed ex batterista dei Fleet Foxes, sembra essersi trasformato in un Elton John degli esordi. Singer songwriter e pop elegante d’altri tempi.

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Sleep Well Beast

THE NATIONAL

Il settimo disco dei National è un concentrato di canzoni morbide, lente e ovviamente iper melanconiche, specialità della casa.

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Salutations

CONOR OBERST

La base di partenza è l’album acustico (e solo) dello scorso anno, Ruminations, riarrangiato con una band completa, con qualche canzone in più. Quindi ricominciamo da quello che avevamo scritto un anno fa: «Un disco che cita Christopher Hitchens nei versi di una canzone, la canzone è A Little Uncanny, non può che entrare di diritto nella lista dei migliori dell’anno». E, poi, considerate che la band che lo accompagna sono i favolosi Felice Brothers.

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Pacific Daydream

WEEZER

Quando l’alt rock diventa pop non è tradimento, è maturazione. Gran disco che parte dagli anni 90 arriva a quelli odierni, via gli anni 60 dei Beach Boys.

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Turn out the lights

JULIEN BAKER

È il secondo album della cantautrice del Tennesse, e anche il primo era fenomenale. Questo di più. Voce, chitarra e piano e introspezione a palla.

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Is this the life we really want?

ROGER WATERS

Sembra un disco dei Pink Floyd, periodo The Final Cut, e basta questo.

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Crack-up

FLEET FOXES

Il revival della stagione folk continua con il terzo album dei Fleet Foxes, uscito a sei anni dal secondo.

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Slowdive

SLOWDIVE

Che meraviglia il ritorno, dopo 22 anni, dei Slowdive. Il loro genere, che è post new wave, si chiama shoegaze, perché nei concerti i musicisti impegnati in lunghe suite concentrano lo sguardo sulle scarpe invece che sul pubblico. Siamo in zona Talk Talk.

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Weather diaries

RIDE

È l’anno del ritorno degli shoegazers. I Ride tornano dopo 21 anni con un album più rock (Lateral Alice). più prog (Charm assault), più ambient, ma le cose migliori sono proprio quelle più retromaniache: Lannoy Point, Cali e White Sands

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In between

THE FEELIES

Altro gruppo storico, ma del New Jersey, zona Velvet Underground. Questo è il secondo album in 20 anni. Il loro primo, Crazy Rhythms del 1979, è stato uno dei dischi che hanno ispirato Michael Stipe dei REM e i Weezer (i Weezer gli hanno copiato anche la copertina).

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Hot Thoughts

SPOON

Rock band di Austin, Texas, arrivata al nono album in 20 anni di carriera. Qui mescolano il rock all’elettronica, un po’ Bowie un po’ Arcade Fire.

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Little fictions

ELBOW

Non ci sarebbero gli Elbow senza i Genesis di Peter Gabriel e senza i Radiohead, quindi non si può stare senza gli Elbow. Gran disco.

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Resurgam

FINK

Fink è il trio guidato dall’inglese Fin Greenall. Un disco meno da stadio dei precedenti, più scuro, cantautoriale.

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A black mile to the surface

MANCHESTER ORCHESTRA

Band di Atlanta, Georgia, guidata dal trentenne Andu Hull che da ragazzino voleva diventare Sufjan Stevens. Disco a metà strada tra il folk americano dei Fleet Foxes e il pop rock degli U2 e dei Coldplay.

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Lust for life

LANA DEL REY

Quarto album per Elizabeth Grant. Mi ricordo ancora di quando dicevano che era un prodotto di laboratorio, creatura artificiale a immagine e somiglianza di un focus group per millennials. È semplicemente bravissima.

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Big Intruder

JORDAN KLASSEN

Cantautore indie di Vancouver, Canada occidentale. Chitarra e falsetto

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Truth is a beautiful thing

LONDON GRAMMAR

Trip-hop inglese, con cantante, Hannah Reid, bravissima. Disco nello spirito del tempo post-truth: nel brano di apertura, Hannah canta «Dove se ne è andata? La verità se ne è andata da tempo, e stasera ho bisogno di lei». Un gruppo sofisticato, a tratti U2esco.

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Rock n Roll Consciousness

THURSTON MOORE

A proposito di shoegazer, il campione mondiale è Thurston Moore, alla seconda giovinezza con la sua carriera solistica post Sonic Youth. Perdetevici.

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Prisoner

RYAN ADAMS

Classico disco da separazione. Ryan Adams si è separato da Mandy Moore ma canta «Do you still love me, babe?» oppure «Ogni notte è solitaria, e più lunga di prima e niente ha più importanza».

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Semper femina

LAURA MARLING

Il miglior disco di Laura Marling, già al sesto nonostante abbia soltanto 27 anni. Un concept album sulla femminilità e sui rapporti tra le donne.

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Hey Mr. Ferryman

MARK EITZEL

I dischi dell’ex leader degli American Music Club sono sempre sofisticati ed eleganti. Anni Ottanta. Le più belle sono The last ten years e, soprattutto, Nothing and everything.

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Native invader

TORI AMOS

Tori Amos ha sempre scritto belle canzoni pop, ma non ha mai avuto una credibilità adeguata alle sue capacità. Ci riprova con un disco di canzoni anche politiche, in zona Robbie Robertson. Bellissime Reindeer king, Wings e Broken Arrow.

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Chris Thile & Brad Mehldau

CHRIS THILE & BRAD MEHLDAU

Un duo con mandolino blue grass e piano jazz avrebbe potuto essere indigesto, ma con i virtuosi Chris Thile e Brad Mehldau si va sul sicuro. Gran disco fresco, diverso, non etichettabile. Finalmente.

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The order of time

VALERIE JUNE

Il secondo album, anche questo non etichettabile, di Valerie June from Memphis, Tennessee. Un po’ blues, un po’ rock, un po’ gospel, un po’ soul. Molta gran musica.

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The Nashville sound

JASON ISBELL AND THE 400 UNIT

Il cantautore storyteller dell’Alabama Jason Isbell, ex Drive-by truckers, canta canzoni sulla figlia e, come potrebbe mancare, anche sulle elezioni americane. A metà tra Elliot Smith e Bruce Springsteen.

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Sorry is gone

JESSICA LEA MAYFIELD

Manifesto femminista, una Taylor Swift intellettuale. Nashville, senza il pop. Sorry is gone, basta scuse, scritto dopo anni di abusi familiari e la separazione. Con testi tipo questo: «È bello avere un ragazzo intorno, per spostare le cose pesanti e aprire i barattoli, ma dobbiamo davvero tenerli nei nostri letti?, incateniamoli fuori in una piccola casetta». Notevole il brano di apertura, Wish you could see me now, Spero tu possa vedermi ora.

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Ash

IBEYI

In Yoruba, la lingua parlata in Nigeria, Ibeyi significa “gemelli” e infatti il gruppo è composto da due sorelle nere ventiduenni, Lisa-Kaindé e Naomi Diaz. Non sono nigeriane, sono franco-cubane, cantano in francese, in inglese, in spagnolo e in yoruba (in quanto lingua degli antenati). Ascoltate Away Away. Musica elettronica, con Kamasi Washington al sax in Deathless che è un brano su un arresto ingiusto. In No man is big enough for my arms c’è anche il famoso discorso di Michelle Obama pronunciato dopo che in un fuori onda Trump si era vantato di trattare male le donne. «Le società – aveva risposto Michelle alle vanterie volgari di Donald – si giudicano su come trattano le donne e le ragazze».

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Sky Trails

DAVID CROSBY

Un disco di David Crosby che parte come un disco di Donald Fagen e degli Steely Dan fa impressione, ma è bellissimo sia perché Fagen e gli Steely Dan sono super sia perché per l’altra metà questo è un disco di David Crosby.

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Masseduction

ST. VINCENT

Innamorati di Annie Clark, in arte St. Vincent, da quando suonava con Sufjan Stevens e faceva video tutorial per spiegare come si fa una perfetta bicicletta con un pallone da calcio, mantenendo postura stylish e mani dentro trench alla moda. In questo disco c’è una fantastica canzone d’amore ambientata a New York (New York) e una presa in giro di Los Angeles (Los Ageless). Poi ci sono i suoi soliti sperimentalismi alla chitarra, ma è un gran disco.

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Carry Fire

ROBERT PLANT

L’ex Led Zeppelin ormai è diventato un vero cantautore.

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Last Place

GRANDADDY

Ansie romantiche ed esistenziali dei Nonni californiani, al loro primo album dal 2006.

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Ogilala

BILLY CORGAN

Anche questo, come Oh, Vita! di Jovanotti, è un album prodotto da Rick Rubin (in copertina ci sono addirittura il figlio e la compagna di RR). L’ex cantante degli Smashing Pumpkins, ma anche l’ex fidanzato di Courtney Love (quante se ne sono dette sui social!), non ha una gran voce, ma i suoi pezzi alla Bowie e quelli alt country sono irresistibili.

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Double roses

KAREN ELSON

Il secondo disco della cantante-modella, a sette anni di distanza dal primo. Folk psichedelico raffinato, grazie anche all’aiuto di Laura Marling, Father John Misty e del giro dei Black Keys.

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Out in the storm

WAXAHATCHEE

Altro disco che fotografa la fine di una storia, con catarsi finale. Molto rock. Lei si chiama Katie Crutchfield.

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Belladonna of sadness

ALEXANDRA SAVIOR

Altro disco retromaniaco, anni 50. Ragazza californiana, area Lana Del Rey. Prodotto dal leader degli Arctic Monkeys.

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Freedom Highway

RIHANNON HIGHWAY

Sembra un prodotto di laboratorio a uso e consumo dell’ascoltatore di NPR, la radiotre americana. Bella, intellettuale, nera, autrice di canzoni di protesta 4.0, già ospite di Obama, voce da ex cantante lirica, ma blues, fortissimamente blues, custode delle radici black della musica degli Appalachi prima ancora che del soul. Gran disco.

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Slowmotionary

ETHAN GRUSKA

Secondo il Los Angeles Times è il nuovo grande cantautore americano. Vedremo, ma questo disco voce e pianoforte è davvero ricco di belle canzoni e belle melodie.

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Reputation

TAYLOR SWIFT

Considero Taylor Swift un genio assoluto. Ma il primo ascolto di Reputation mi aveva deluso, poi mi sono ricordato che avevo avuto la stessa reazione con 1989, un disco formidabile che ho scoperto dopo la reinterpretazione alt country di Ryan Adams. Quindi l’ho riascoltato con attenzione, e sebbene ci siano alcune canzoni inutili, Reputation è ricco di hit irresistibili. Taylor Swift farà anche pop commerciale per ragazzine, ma è super.

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Songs of Experience

U2

Un disco degli U2 in lista! Non succedeva da quanto? Forse da Pop del 1997. No, da Zooropa del 1993. Ammetto che mi erano piaciute un paio di canzoni anche nel precedente, apprezzate prima nella versione acustica e poi in quella originale. Songs of Experience non aggiunge nulla di nuovo a quella che è stata la miglior rock band del mondo per più di un decennio. Ma è come se fossero Songs of Nostalgia: per la prima volta il nuovo disco degli U2 mi ha ricordato quelli vecchi, già a partire dalla copertina che ritrae i figli di Bono e The Edge in versione Boy e War. Summer of Love è molto bella. Red Flag Day rimanda ai primissimi U2, Get out of your own way quelli immediatamente successivi, The Blackout sembra un ritorno a Zooropa. 13 non sarà 40, ma non smetteresti mai di ascoltarla. E ce ne sono altre cantabili, con i soliti testi metà nonsense metà manuale di self help. Si è sempre fatta molta ironia sui testi degli U2, ma quando l’ambiguità funziona, come nell’esempio massimo della loro produzione che è One, ma anche in Pride, e le canzoni possono essere interpretate indifferentemente come sociali, politiche e romantiche, non ce n’è per nessuno. Summer of Love è di questo genere: non  parla della Summer of Love californiana, ma degli sbarchi di immigrati sulle nostre coste. Bono ci gioca e canta «penso alla West Coast, ma non quella che conoscono tutti… abbiamo ancora una speranza prima che si spenga la luce per un’estate d’amore».

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