David Bowie, Iggy Pop, Depeche Mode, Nick Cave, U2... C'era solo un posto che all'epoca li calamitava tutti, e quel posto era Berlino e i suoi Hansa Studios. Un film-documentario di Sky Arte ne racconta la leggenda

Ai tempi di Bowie non c’erano le vetrine di questa italianissima “Osteria Caruso” al pian terreno né le anonime palazzine in klinker che ora sbarrano la vista sui dintorni. Quando entrò nel palazzo per dare forma a quella che sarebbe passata alla storia come la sua “Trilogia berlinese”, tutt’attorno era il nulla. Un nulla circondato dal Muro. Nella desolazione dell’area attorno a Potsdamer Platz, gli Hansa Studios – al 38 di Köthener Straße – erano una delle poche costruzioni che si stagliavano all’orizzonte. Il palazzo era stato costruito negli anni Dieci per ospitare l’associazione degli imprenditori edili ed era uscito malconcio dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Nel 1976 venne acquistato dai fratelli Peter e Thomas Meisel – due discografici che già utilizzavano la sua grande sala da ricevimento (la Meistersaal) per le incisioni dei loro artisti – e consacrato completamente alla musica.

Lo studio 2

La sala mixer

Lo studio 3

La sala mixer

Primi anni Ottanta

«Pochi studi di registrazione diventano leggenda, forse perché pochissimi di loro lo meritano». È una delle testimonianze che si ascoltano in Hansa Studios: da Bowie agli U2 – La musica ai tempi del Muro, il film di Sky Arte HD trasmesso in due parti, il 10 e 17 gennaio, in occasione dell’anniversario della morte del Duca Bianco. Il documentario raccoglie i ricordi di chi – artisti, produttori, tecnici del suono – lavorò in quelle stanze per raccontare la parabola di un luogo entrato di diritto nella mitologia rock. A pochi metri dal filo spinato, gli Hansa erano l’avamposto della civiltà occidentale in una Europa spaccata in due dalle ideologie. Poteva capitare che le guardie dell’Est spiassero all’interno con i loro binocoli e che i musicisti rispondessero tentando di accecarli con la luce delle lampade da tavolo. Il Muro era barriera, separazione; ma anche tratto identitario, simbolo potente, fonte di suggestioni e ispirazioni. La realizzazione di Heroes durò un mese. Bowie superò il blocco dello scrittore osservando il produttore Tony Visconti baciare, lungo la cortina di ferro, la cantante Antonia Maass, una sera. È quel celebre momento di tenerezza scolpito nel testo della canzone: I can remember / Standing, by the wall / and the guns, shot above our heads / and we kissed, as though nothing could fall. Per fortuna, ricorda Visconti nel film, la parte degli spari è solo finzione, altrimenti, a quel tempo, sarebbe stata la catastrofe.

Correva l'anno 1987...

Una Köthener Straße d'epoca

La vista dallo Studio 2

Prima di Bowie (e dell’amico Iggy Pop, che qui registrò Lust For Life), agli Hansa si realizzavano principalmente shlager, quelle canzonette kitsch tanto famose in Germania e Paesi limitrofi. Il Duca Bianco diede inizio alla leggenda, ma fu la Mute Records di Daniel Miller ad ampliarne i confini. Nel corso degli anni Ottanta, i principali artisti dell’etichetta inglese – tra le più influenti dell’epoca – fecero di Berlino la loro base e incisero qui i loro album.
Il resoconto di quel periodo è il cuore del documentario. Alexander Hacke, uno dei membri della band, racconta come gli Einstürzende Neubauten riempirono la Meistersaal (ribattezzata nel frattempo Studio 2 –The Big Hall by the Wall) di tubi Innocenti, carrelli della spesa e martelli pneumatici, percuotendo il tutto all’impazzata, per poi dedicarsi ad altre finezze, come la registrazione del ticchettìo di una lama sulla tavoletta di un water. Pure i Depeche Mode ebbero la loro “Trilogia berlinese”, composta da Construction Time Again (1983), Some Great Reward (1984) e Black Celebration (1986). Martin Gore ricorda come nella grande sala incise il brano Somebody completamente nudo, per entrare meglio nella parte di quella sdolcinata ballata – ma era pur sempre epoca di rumorismo e suggestioni industrial, quindi anche lui e la sua band registrarono cose strane: sassi gettati sul tetto dell’edificio, lo schianto di bottiglie fracassate…
Gore approfittò di quegli anni per lunghe incursioni nella vita notturna berlinese, una costante per tutti, da Bowie in poi. Intrisa di decadentismo creativo, rifugio di irregolari e di musicisti in cerca di profondità e introspezione, la città – un’enclave non solo politica – sprigionava una fascinazione che si riverberava sempre nelle canzoni di chi – tante e tante band – sceglieva gli Hansa come factory e fabbrica di suoni. Certo, il palazzo poteva apparire in rovina, nulla a che vedere con i muri e i parquet tirati a lucido che si vedono ora, ma al suo interno custodiva sale, mix e attrezzature tali da renderlo uno dei poli produttivi più avanzati del tempo.

Alexander Hacke

Daniel Miller e Gareth Jones

Tony Visconti

Daniel Miller e Gareth Jones

Di quel tempo, Nick Cave, i suoi Birthday Party (prima) e Bad Seeds (dopo) sono stati l’incarnazione più evidente, un’epopea di maledettismo e new wave rievocata nel documentario da Nick Harvey, Barry Adamson e Thomas Wydler; tutti a Berlino Ovest, a incrociare collaborazioni, disagio e nuove forme espressive. Il fascino del luogo contagiò anche gli U2, che si rifugiarono qui, nel ventre dell’Europa, dopo il loro periodo americano. Erano il più grande gruppo rock del pianeta, ma anche una band sull’orlo di una crisi di nervi, come racconta Flood, il loro ingegnere del suono. L’atmosfera del luogo li rigenerò, e nacque Achtung Baby, forse il loro capolavoro insieme a The Joshua Tree.
Iniziavano gli anni Novanta. Il Muro non c’era più, e con il suo cemento armato crollava anche quell’isola di tolleranza e sperimentazione che era stata la città nel periodo precedente. Gli Hansa Studios, che di quella Berlino erano stati diretta espressione, entrarono in un cono d’ombra. Non era solo una questione di conti: qualcosa si era spezzato. Nonostante tutto, però, il collasso definitivo fu scongiurato, altre band sono arrivate. I Rem, per esempio, che hanno registrato qui il loro ultimo album, Collapse into Now; e nel film è proprio Michael Stipe a parlarne: del disco, di questi studi di registrazione, della loro leggenda… Certo il passato non torna, ma la storia in qualche modo continua.

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