Scenari personali / 2018: «Non è un caso allora che, dopo anni di crisi e una generale povertà di ispirazione, la fantascienza sia tornata a esplorare la linea del fronte dell’immaginario globale»

Il 2018 si annuncia così appetitoso che viene voglia di dire: «A questo giro salto, grazie». E passare direttamente a quello dopo. Peccato però che gli oroscopi e le previsioni per il 2019 siano molto simili a quelli del 2018: tra due anni ci saranno (di nuovo) le elezioni politiche in Italia e la campagna elettorale resterà aperta 24/7 come i supermercati in periferia; la nazionale sarà (ancora) fuori dai giri che contano; ci sarà (comunque) un insonne che invece di mandare imbarazzanti sms alle ex lancia imbarazzanti tweet dalla Casa Bianca al mondo intero; la sinistra sarà (sempre) così frammentata e divisa che il nuovo congresso si terrà direttamente al Cern di Ginevra. E tutto questo a voler essere ottimisti.

«Il futuro non è più quello di una volta», scriveva il poeta Mark Strand. O forse sì, il futuro è proprio quello di una volta, nel senso che è lo stesso, letteralmente, è l’eterno ritorno dell’usato garantito, insomma: il futuro è passato.

Per una certa parte del mondo occidentale, l’impressione è quella di essere intrappolati nella casa degli specchi, in cui una fuga di riflessi crea l’illusione di profondità, ma è solo la stessa immagine che si ripete all’infinito. Con l’unico risultato di andare a sbattere il naso (e smadonnare). Così l’emergenza permanente è diventata il basso continuo di una quieta disperazione, e la malinconia della classe intellettuale si intreccia con l’accidia di quella politica: una coperta troppo corta per nascondere la rabbia, il risentimento e la frustrazione di chi sente che il futuro è passato – anche nel senso che ti è passato davanti come un treno che non si ferma e che hai perso e adesso arrangiati.

Non è un caso allora che, dopo anni di crisi e una generale povertà di ispirazione, la fantascienza sia tornata a esplorare la linea del fronte dell’immaginario globale, di nuovo laboratorio tra i più fertili dove il simbolico elabora paure e speranze collettive, pulsioni carsiche e desideri inconfessabili.

La distopia all’epoca di Trump, si dice, non è più un esercizio di speculazione ma l’unico realismo possibile: quando l’ormai mitica Kellyanne Conway, consigliere del presidente, ha parlato di «fatti alternativi» ha fatto schizzare 1984 e la sua neolingua in cima alle classifiche dei libri più venduti. Ma quella di George Orwell non è l’unica delle distopie che appaiono incredibilmente attuali e riprendono a circolare: dal Mondo nuovo di Aldous Huxley, a Qui non è possibile di Sinclair Lewis che immagina, nel 1935, l’ascesa del nazismo negli Stati Uniti, fino a L’uomo nell’alto castello di Philip Dick: nell’ipotizzare un’America anni Sessanta stile Happy Days ma con il forno crematorio accanto alla scuola e i bravi vicini tanto per bene pronti a denunciare l’ebreo irregolare, Amazon ha prodotto una serie molto perturbante nel suo continuo alludere al presente.

Ancora più clamoroso il successo di una serie come Il racconto dell’ancella che ha riportato l’attenzione sul romanzo di Margaret Atwood del 1985, esaltandone ulteriormente, se possibile, la carica femminista. Del resto le scrittrici sono tra le grandi protagoniste di questo tentativo di uscire dalla gabbia del presente.

Ann e Jeff VanderMeer hanno curato Le Visionarie (uscirà all’inizio del 2018 per l’editore NERO), un’antologia di racconti femministi di speculative fiction (fantascienza, fantasy, genericamente fantastico) che mette insieme le voci più provocatorie e indefinibili. Così come provocatorio e fuori da tutti gli schemi noti è The Book of Joan di Lidia Yuknavitch una sorta di riscrittura di Giovanna d’Arco, violentissima e radicale, ambientata tra una stazione orbitante dove i sopravvissuti al collasso ecologico vivono in una teocrazia post-gender, e la superficie forse non è così disabitata come sembra. Invece American War di Omar El Akkad (Rizzoli) fa esplodere la polarizzazione dell’identità americana raccontando di un Paese diviso da una nuova guerra civile in cui a essere perseguitati, questa volta, sono (anche) le minoranze musulmane. Mentre il New York Times ha scritto che con il visionario Borne di Jeff VanderMeer (a febbraio per Einaudi) «l’eco-fiction è diventata adulta».

È come se la fantascienza fosse il modo per accedere proprio a quello che a una certa parte del mondo occidentale, come si diceva all’inizio, viene precluso: l’immaginare un futuro, e fare i conti con soggetti e realtà diverse e ben lontane da quel senso di sazia impotenza da cui sembra non ci sia scampo. Pensare l’impensabile. Impensabile per noi, ma non per le donne, stufe delle narrazioni dominanti, o per le minoranze che combattono per condizioni di vita migliori, o per Paesi emergenti che aspirano al benessere.

In questo senso allora uno dei più eccitanti “libri di fantascienza” usciti negli ultimi tempi è La grande cecità di Amitav Ghosh (Ponte alle Grazie, traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti): solo che non è un romanzo e tanto meno fantascienza. La grande cecità è quella dietro cui si nasconde l’umanità per non vedere ciò che ha davanti agli occhi, il cambiamento climatico. Quello che sta accadendo al pianeta è troppo grande, forse, per essere compreso dalla mente del singolo: “trascende” l’individuo, ne mette in discussione non solo le convinzioni ma anche le cornici attraverso cui quelle convinzioni si formano. Eppure non è solo una realtà che ci attende nell’immediato, ma un processo che sta già avvenendo ed è alla base di tutti i grandi fenomeni globali che influenzano la nostra quotidianità: dalle guerre per l’energia alle migrazioni di massa.

Farci i conti è il primo passo per prendersene cura. Ecco, il mio augurio e consiglio per l’anno nuovo e per quello dopo ancora, e per tutti i tempi inquieti che seguiranno, è ricordarsi quel verso di Frank O’Hara, da Meditations in an Emergency: «In tempo di crisi, dobbiamo tutti decidere chi amiamo».

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