Donne contro e uomini colpevoli. Nel 2009 Roman Polanski, arrestato per stupro, fu trattato da genio perseguitato. Perché con Weinstein è cambiato tutto? La risposta è nel film di Louis C.K., che non è mai uscito

A un certo punto, era l’inizio di novembre, è sembrato che la domanda che ci saremmo fatti più spesso nel 2017 fosse «e ora a chi tocca?»: ogni giorno, a volte ogni ora, usciva una nuova notizia di stupri, molestie, inappropriatezze, ottantenni che quarant’anni prima avevano fatto battutacce equiparati nella furia moralizzatrice a depravati che avevano rovinato vite e carriere. Poi, quando l’anno del neopuritanesimo volgeva al termine, abbiamo capito, esausti, che ci stavamo facendo ormai più di frequente un’altra domanda: finirà mai? Sarà solo una fase, o è la nuova epoca che ci tocca vivere, un neomaccartismo in cui nessun portatore di organo sessuale maschile che sia americano e abbia una qualche notorietà, sia esso attore o giornalista o cuoco, ha la fedina morale pulita? Spero che voi, che leggete all’inizio del 2018, mi rispondiate che certo, è già finita, si sa che le isterie collettive sono fiammate passeggere, i sacchi di sabbia alla finestra li avete già tolti. Perché qui da dove scrivo io, dalla fine dell’anno I del neopuritanesimo, sembra proprio che non finirà; finché, come in quel romanzo di Agatha Christie, non ne sarà rimasto nessuno.

Il Natale del 2013 fu quello di Justine Sacco. Magari ricordate, se non il nome, il caso: ragazza sconosciuta sale su un volo per il Sudafrica dopo aver twittato una battuta sul razzismo; quando atterra, qualcuno ha scambiato la sua battuta per razzista, l’ha rilanciata, e l’intero zoo di vetro dell’internet sta chiedendo il suo licenziamento (che otterrà). Era nato un nuovo genere letterario: il linciaggio via social. A Natale 2017, il modulo è stato applicato a Sam Seder, conduttore di The Majority Report su Msnbc; ma, come in tutti gli sport, il gioco si era negli anni evoluto. Quattro anni dopo, il tema più sensibile non era la razza, ma il sesso. Quindi, gente cui stava antipatico Seder è andata a cercare un tweet equivocabile. È come trovare un brutto maglione in saldo a gennaio: tutti ne hanno uno, spesso più d’uno. Quello di Seder era del 2009, ed era su Roman Polanski, il più famoso degli stupratori hollywoodiani (è una definizione tecnica: è stato processato e condannato; il che non lo rende, per la furia moralizzatrice che ha chiuso il 2017, diverso da chi, come Woody Allen, sia stato scagionato da accuse di pedofilia; o da chi, come Ryan Lizza del New Yorker, si difenda dicendo che la relazione era consensuale; tutti uguali, tutti porci: mica si può pretendere che il maccartismo vada per il sottile).

Nel 2009, quando in Svizzera il latitante Polanski fu arrestato per il crimine di 31 anni prima (era stato condannato ma era scappato senza scontare la pena, e non era mai più rientrato negli Stati Uniti), non c’era il clima «dàgli al porco» di ora. Gli intellettuali consideravano il regista un genio perseguitato, e firmavano appelli perché lo si lasciasse in pace. Seder – che aveva evidentemente già la sensibilità che sarebbe venuta di moda otto anni dopo – fece un tweet prendendo in giro coloro che lo difendevano: «Non m’importa niente di Polanski, ma spero proprio che, se mia figlia dovesse essere violentata, sia da un vecchio davvero talentuoso e con un gran senso dell’immagine». Otto anni dopo, lo ripescano, lo spacciano per un tweet in cui Seder difende il vecchio porco, e chiedono il suo licenziamento alla Msnbc. Che esegue.

Megan Twohey. Al “New York Times” dal 2016, fa parte del team politico del quotidiano. Ex Reuters e “Chicago Tribune”, ha scritto vari articoli su Trump e il suo rapporto con le donne, con le tasse e con la Russia

E qui si apre un’altra delle questioni del trimestre impazzito che abbiamo appena vissuto: la Msnbc aveva scelta? C’è un qualche margine di ribellione, se si vuole restare nel consesso civile quando c’è una caccia alle streghe? Time avrebbe mai potuto scegliere come “Person of the year” qualcuno che non fossero le donne che avevano denunciato i maiali? Il Pulitzer potrà mai andare a qualcuno che non sia Ronan Farrow? (Il primo articolo su Weinstein, come alcuni dei successivi, è uscito sul New York Times, e lo firmavano due donne: Jodi Kantor e Meghan Twohey. Le due vengono raramente citate da quelli che si sdilinquiscono sul coraggio del giornalismo che ha liberato le donne da decenni di giogo maschile: si è deciso che il liberatore sia il maschio Farrow, che ne ha scritto sul New Yorker. Non sarò certo io a far notare il paradosso di questo arbitrio).

Comunque: la Msnbc vuole restare socialmente presentabile, quindi licenzia Seder. Poi, nei giorni successivi, forse con l’aiuto di un disegnino, forse coi gessetti colorati, forse mimando il concetto di “senso del tono”, qualcuno fa capire ai dirigenti della rete il senso di quella vecchia battuta. Ci ripensano e lo riassumono, con un comunicato che non dice «Siamo dei deficienti e non ci faremo mai più travolgere dall’isteria dell’internet», ma – giuro – fa così: «Ci siamo sbagliati, a volte succede. Avevamo preso la decisione iniziale per le ragioni giuste, perché non consideriamo lo stupro un tema buffo su cui fare battute, ma abbiamo ascoltato le spiegazioni e capito che quel che Sam intendeva nel tweet era in linea coi nostri valori, anche se il suo modo di esprimersi non lo era». Era il dicembre 2017, quando il neomaccartismo ufficializzò la lista di temi su cui si potevano fare battute, formulò un’eccezione se la battuta sul tema proibito era però in difesa dei buoni, e stabilì come normale il fatto che in caso contrario tu venissi licenziato. Nessuno parve stupirsene, neanche il licenziato, che si limitò a ringraziare d’essere stato di nuovo assunto.

Nel 2009, quando il caso Polanski venne riaperto, successe un’altra cosa, di cui sarebbe stato meglio occuparsi in questi mesi, invece che d’un tweet equivocato. Samantha Geimer decise di scrivere The Girl. Samantha Geimer ha quasi 55 anni. Ne aveva 13 quando divenne per sempre «la ragazza», quella che Roman Polanski aveva violentato. È un meccanismo noto a chi sa ciò di cui si parla quando si parla di violenza: la vittimizzazione secondaria, la dinamica per cui oltre ad aver subìto un reato poi ti trovi oltretutto sbattuta sui giornali e al centro d’un’attenzione indesiderata, è la ragione per cui in Italia il reato di stupro non è procedibile d’ufficio (le militanti dell’ultima stagione, la cui caratteristica precipua è non sapere niente e non voler studiare niente, sono convinte che non lo sia perché viviamo in un sistema patriarcale che non vuole processare gli stupratori, e che il nostro codice penale sia un romanzo di Margaret Atwood).

Jodi Kantor. Inviato speciale del “New York Times”, in passato è stata la più giovane capa di una sezione, Arts and Leisure, nella storia del grande giornale newyorchese. Ha scritto il libro “The Obamas”

The Girl – A Life in the Shadow of Roman Polanski in Italia non è mai uscito (in America nel 2013), ma è un libro illuminante. Il prologo è quel mattino del 2009 in cui un’amica di Sam la chiama mentre è in vacanza per darle la peggiore delle notizie: hanno arrestato Polanski. «Chiedetevi: vorreste che la cosa più folle che vi è successa da adolescenti venisse trasmessa e dissezionata oggi ovunque, in rete e in tv? No? Proprio come pensavo». E anche: «Probabilmente, nella testa dei duecento giornalisti che mi cercarono nei giorni successivi, dovevo avere flashback orribili dei fatti di decenni prima. E li avevo, ma riguardavano la stampa». E ancora: «E poi c’era quell’altro scopo del sistema giudiziario, quello di proteggere le vittime e la società dai criminali. E quindi qual era il senso dell’arrestare Polanski ora? La società aveva bisogno d’essere protetta da lui? Ne avevo bisogno io?». Quando Samantha Geimer nota che lei e il regista si trovavano di nuovo legati «da un sistema giudiziario che dà più valore ai titoli che può ottenere sui giornali che agli effetti che le sue azioni hanno sugli individui», ci si chiede se sia l’unica sana di mente: perché, invece, le donne di fine 2017 non vedono l’ora di rimestare nel passato remoto?

Un altro prodotto che non è uscito qui (né altrove) è il film di Louis C.K., I Love You, Daddy. Il pomeriggio in cui era prevista la première il New York Times ha svelato che il comico anni prima aveva molestato alcune donne, la distribuzione ha ritirato il film, C.K. è stato bandito dall’industria hollywoodiana. Nel film è il padre d’una diciassettenne viziata che proclama confuse velleità femministe. A un certo punto padre e figlia guardano un film in tv, e il dialogo tra loro è questo:

Gesù, ma che film è? Sembrava una commedia romantica, ora è diventato un horror.

Non è un horror: è sulla presa del potere femminile.

Prima gli ha fatto vedere le tette e poi gli ha tagliato la gola: è una presa di potere?

Preferivi che la stuprasse?

Preferirei che esistesse un’altra opzione.

Questo film parla del fottere gli uomini: loro ci hanno fottute per abbastanza tempo, ora siamo noi che fottiamo loro.

Come siamo arrivati qui? Com’è che il dialogo massimalista d’una diciassettenne neppure delle più sveglie è diventato il manifesto programmatico d’un’epoca? E soprattutto, rassicuratemi, voi dal nuovo anno: è già finita, sì?

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