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2018. L’anno della continuità (forse)

di Alessandro Giuli
fotografie di MAURIZIO CAMAGNA per IL
IL 98 09.01.2018

Il 4 marzo in Italia si vota il rinnovo del Parlamento, con una nuova legge elettorale e un quadro politico surreale. Lo scenario più plausibile è un altro governo Gentiloni. A meno che… beh, allacciatevi le cinture

Il 2018 sarà l’anno del carnevale politico che non ti aspetti, buono anche per la quaresima e forse ferragosto. Chiunque vincerà le elezioni di marzo sa già che a governare, fin sul limitare dell’estate e con la responsabilità di scrivere il documento di programmazione economica (la ciccia della politica fatta di clausole, Iva e altre terrificanti banalità) sarà ancora lui: il premier Paolo Gentiloni, ovvero la prosecuzione del Nazareno ma senza manganelli toscani, chiamato a disbrigare gli affari correnti (si dice così) fino all’insediamento del nuovo esecutivo.

Proviamo a mettere in ordine le pietruzze del mosaico. L’attuale legge elettorale detta Rosatellum bis, in poche ma sentite parole, sembra concepita per incoraggiare le coalizioni attraverso il miraggio di una maggioranza resa possibile da circa il 40 per cento dei voti nazionali su base proporzionale, con il 60 per cento circa dei collegi uninominali a favore. Un miraggio, appunto. Nella realtà delle cose può succedere di tutto, ma l’eventualità più probabile è che un minuto dopo lo spoglio delle schede saltino gli schemi di gioco, le alleanze, gli apparentamenti, i matrimoni d’interesse. In mancanza di una coalizione vincente, in assenza di candidati premier, ogni scappatella diventerà possibile. A meno che.

Se siete sopravvissuti a queste righe introduttive, sappiate che il peggio, o il meglio, arriva adesso: Silvio Berlusconi. Decaduto da parlamentare, incandidabile per decreto prefettizio, sopravvissuto ai servizi sociali e alla cessione del suo Milan, ancora pluri indagato, dimagrito e pieno di tempo libero, il Cavaliere è l’autentico golden boy dell’anno politico che verrà. Cavalca i sondaggi come una valchiria ottuagenaria in cerca di anime fresche, sta riverniciando a festa Forza Italia, allestisce con gusto e disgusto i termini di un’alleanza insieme con la regina di spade della destra patriottica (Giorgia Meloni), il re di bastoni della Lega sovranista (Matteo Salvini), alcuni vecchi amici sulla via del ritorno (Gaetano Quagliariello e la sua Idea, Stefano Parisi e le sue Energie), più ingenti frattaglie post democristiane. Un ready made che la scienza divinatoria non sa bene come valutare: accozzaglia porta male e si presta poco; forse azzardo è la parola giusta. La somma delle parti non fa ancora una maggioranza solida, ma tanto basta a carezzare o illudere, sedurre o rassicurare una mezza Italia incarognita dalla crisi (parola d’ordine: rancore, così decreta il Censis), delusa da Matteo Renzi, sovreccitata dal sanguinaccio del populismo che si raggruma a destra ma non lungi da Grillo, inconsolabilmente vendicativa per le sorti giudiziarie berlusconiane. Dov’è la novità? Il Cavaliere ha un grande passato di fronte a sé. La sopraggiunta emofilia elettorale del Pd potrebbe renderlo preferibile al salto nel buio pentastellato (e se lo dice Eugenio Scalfari…) da parte dell’altro spicchio d’Italia, quello che non vede l’ora di tornare ai fasti girotondini antiberlusconiani, al senonoraquandismo femminista, all’eterna e partigiana denuncia dell’uomo ricco che divide a metà la nazione, lui che manterrebbe i subalterni con la propria busta paga ma non senza assicurare agli arcinemici il pingue indotto dell’odio attirato su di sé.

Palazzo Montecitorio Camera dei Deputati

Palazzo madama Senato della Repubblica

Un capolavoro che si materializza nella fila che preme su Arcore, novello ufficio di collocamento per aspiranti candidati e ricandidati a Palazzo o nei palazzi del potere che conta. Capolavoro da incorniciare nell’immaginifica eventualità che Berlusconi ottenga in tempi congrui una riabilitazione dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Difficile, non impossibile. Vincere dovrebbe, il Cavaliere, e governare pure ma in una logica tutta da scrivere. Dice il principio di non contraddizione: Forza Italia e Fratelli d’Italia più Lega eccetera spaccano nelle urne e allora chi avrà preso più voti (verosimilmente i berlusconiani) esprimerà il presidente del Consiglio e in bocca al lupo a tutti gli altri. Dice la sintesi degli opposti, o degli opponibili: Berlusconi e soci convincono ma non vincono, la maggioranza s’ha da fare comunque e allora entrano in gioco gli sconfitti di misura, a sinistra, le stampelle potenziali, i responsabili d’ogni ordine e grado. Un caos scientifico al di sopra del quale sarà il presidente Sergio Mattarella a muovere i fili della recita, ma al centro del teatro, tuttavia, immoto e necessario, resterà pur sempre il profilo berlusconiano. Rassegnatevi, gioite, fregatevene pure ma il 2018 sarà l’anno del Cane (oroscopo cinese) e di Berlusconi; perlomeno il suo semestre. Se non sarà lui a scendere verso Palazzo Chigi, sarà Palazzo Chigi a bussare alla sua porta. E se non lui, chi dei suoi? Antonio Tajani? Mario Draghi? Il generale Gallitelli? Sergio Marchionne? Dudù? Non perderei di vista Mara Carfagna.

«Ma togli il cane, escluso il cane non rimane che gente assurda». Per esempio Renzi e il suo Pd sui quali Rino Gaetano non fece in tempo ad anticipare versi più adeguati. Il segretario del partito più pazzo del mondo, un futuro radioso smarrito sul treno referendario del dicembre 2016, si trova per amor di paradosso nelle stesse condizioni in cui giaceva Berlusconi al culmine dei suoi rovesci (si fa per dire): a quanto pare non può vincere da solo né potrà farlo accanto alle controfigure che gli si dovessero ancora avvicinare (un mistero prodiano), dopo che la gauche togata di Pietro Grasso (Liberi e Uguali, diciamo) l’ha dichiarato radioattivo e l’amletico Giuliano Pisapia ha deciso di ritirarsi piuttosto che essere o non essere renziano. Non può vincere, il royal baby di Rignano, salvo imprevisti miracoli. Ma lui, occhio, ha molta fede in se stesso, gli s’è soltanto inceppata la bacchetta magica che lo condusse al 40 per cento delle ultime europee. Non può vincere, Renzi, o chissà, ma ecco il punto: come il Cav del 2013, può condannare tutti gli altri a essere diversamente vincitori come lo fu il predecessore Pier Luigi Bersani, ovvero la metà di niente. Sciupone, ondivago, bullo, paesano dentro, mirabilmente bugiardo, senza rivali a casa propria e nel quartierino (fin qui le qualità), Renzi potrebbe essere decisivo per rimpannucciare un governo di salute nazionale (larghe intese più elettrificazione dettata dallo spettro di nuove elezioni). S’avanzerebbe dunque un Nazareno allargato con base ad Arcore (Arcoreno), altezza al Quirinale e numeri risicatissimi in Parlamento, a meno di scissioni grilline o testacoda leghisti. E qui rientra in scena Salvini, che però merita un capoverso a parte.

Palazzo del Quirinale Presidenza della Repubblica Italiana

Palazzo della Consulta Corte Costituzionale

Salvini spiace alla gente che piace, eppure non ha mai reclamato lo smembramento violento dell’Italia, non ha mai detto che i giudici valgono meno delle pallottole che potrebbero abbatterli, non ha mai scritto che stanerà i nemici ladroni e imperdonabili casa per casa. È putiniano come Berlusconi e Renzi, contrario all’euroburocrazia come il Pd d’attacco e il Cav in difesa (lui fa parte del Ppe e ora va matto per Angela Merkel: certe uscite non gli si addicono), vuole abbassare le tasse come Reagan, vuole aiutare i migranti a casa loro come Pino Rauti negli anni Novanta del secolo scorso e mezzo mondo nel secolo presente. Non gli perdonano la baldanza squadrista, la rudezza, oppure – negherò d’averlo scritto, cancellerò le tracce – la sua parte d’indicibile ma solida ragione? Il fatto è che, solide, liquide o gassose, con le sole ragioni non si governa. Occorrono i voti, ovvio, e anche Salvini non ne ha a sufficienza per fare l’autarca; ma sopra tutto serve un’idea chiara di come amministrarli una volta acquisiti. Lui vorrebbe scalare la destra giorgiameloniana e sorpassare Berlusconi facendogli le corna con la mano. È plausibile, è possibile, tuttavia non è un gran programma di governo. Oltretutto un simile gioco innesca reazioni poco controllabili: Meloni è una fondatrice della destra italiana, già ministra berlusconiana e icona popolare di simpatia bipartisan, perché inimicarsela? Ma c’è di più, fra le cose indicibili: se il piano A è andare a Palazzo Chigi con Silvio B. e Giorgia M., il piano B davvero prevede di acquartierarsi all’opposizione con Luigi Di Maio e sparare a pallettoni contro qualunque governo purchessia, con il rischio di tornare subito alle urne come un qualunque signor No? Se la politica non è una scienza esatta, conserva pur sempre alcuni tratti di verosimiglianza. È verosimile che Salvini abbia un piano C ma se lo tenga inguattato: intestarsi una guerra lampo con tanto di nome irrefutabile per un governissimo di salute nazionale (elettrificazione più gioco d’azzardo con scantonamento grillino) indipendente dai desiderata della Bce e di Berlino. Qui siamo nel campo della speculazione, in tutti i sensi.

Palazzo del Viminale Ministero dell’Interno

Palazzo Piacentini Ministero della Giustizia

Palazzo Baracchini Ministero della Difesa

Palazzo delle Finanze Ministero dell’Economia e delle Finanze

Voltiamo pagina, perché dopo il sabato del villaggio viene sempre la domenica delle angosce. E Alessandro Di Battista soli ci ha lasciato, causa paternità imprevista, nelle grinfie di Grillo e Di Maio, ad almanaccare sul capitolo Cinque stelle: non succede, ma se succede ce lo saremo meritato tutti; anzitutto loro, così attratti e atterriti dalla prospettiva di prendere in mano l’Italia come nemmeno i comunisti di Giancarlo Pajetta nel 1947: «Compagno Togliatti, abbiamo occupato la prefettura di Milano!». «Bravo! E adesso che ve ne fate?». «Cittadino Grillo, la nostra rivoluzione è fallita: abbiamo vinto le elezioni». Perché la vera missione pentastellata, se possibile, non è mettersi alla prova del governare l’Italia ma dare l’impressione d’essere sempre a un passo dal farlo, incutendo timore e tremore. Il 2018 dovrebbe incorniciare il definitivo primato dei Cinque stelle d’opposizione, magari con qualche occhiolino alla sinistra bersaniana. Se poi Di Maio dovesse diventare presidente del Consiglio (con quale maggioranza?) tutto lascia pensare che Lady Spread (così vezzosamente Giuliano Ferrara definì il differenziale tra Bot e Bund tedeschi) diventerebbe la first lady italiana e a quel punto il ragazzo potrebbe addirittura fare simpatia, circondato dalle panzerdivisionen di Berlino. Più complicato, in casa Grillo, il pasticciaccio capitolino: sul sindaco Virginia Raggi pende un’accusa di falso in atto pubblico che non promette nulla di buono in caso di condanna dopo il rinvio a giudizio. Nei mesi che verranno potremmo assistere a ulteriori atti di cannibalismo politico, ben vengano se saranno utili a comprendere che fra i principali problemi di Roma ci sono i romani (e la Raggi modestamente lo è).

Palazzo della Farnesina Ministero degli Esteri

Infine occupiamoci del calo di vocazioni politiche. L’anno nuovo si apre con gli alfaniani orfani di Alfano e i maligni si domandano se sia lui ad aver abbandonato la politica o la politica ad aver abbandonato lui; con i pisapiani orfani di Pisapia; con i renziani orfani non di Renzi ma del renzismo, sacrificato sull’altare consunto dell’intermediazione, della concertazione, del sindacalese e di altre mestizie. L’anno nuovo potrebbe chiudersi con i grillini orfani di Grillo: la sua vocazione impolitica lo ha reso via via estraneo al gioco di società democratico, la sua tentazione è stata quella di tramutare il Palazzo in tendone circense e in parte c’è riuscito; adesso che la gloria del Movimento richiede il doppiopetto, la noia sta prevalendo sull’estro del domatore di tigri. Ciò non significa che gli elettori grillini si dilegueranno, anzi, fintantoché le motivazioni vere e i moventi immaginifici della loro incazzatura non saranno venuti meno. In sonora controtendenza, si registrano le vocazioni iper politiche della seconda e terza carica dello Stato: carismatico come un amministratore di condominio epperò da non sottovalutare con quell’aria bonaria sempre a favore di telecamera, Pietro Grasso scende da Palazzo Madama e magari porta con sé Laura Boldrini sulla tolda dell’ultima imbarcazione partitica messa in acqua dal revenant Massimo D’Alema, ma costruita dalla fatica secolare di Pier Luigi Bersani, il migliore di tutta la banda. I Liberi e Uguali hanno come ragione sociale il renzicidio e faranno di tutto per riuscirci, prima di aprire un canale di dialogo con quel che resta del Pd. Incauti, i mandarini renziani trattano D’Alema come fosse una vecchia zia vendicativa sotto psicofarmaci. Sarebbe bastato promuoverlo in Europa a tempo debito, e mettere Bersani allo Sviluppo al posto di Carlo Calenda: Renzi avrebbe stravinto il referendum a capo di una sinistra pressoché monolitica e oggi lo vedremmo ritratto su statue equestri. Tant’è.

A proposito di Calenda: tenerlo d’occhio. È bravo, ha un caratteraccio di successo, è il più politico dei tecnici e il più tecnico dei politici, è il candidato universale di larghe intese e battaglie sviluppiste. Un outsider naturale. Se gli eventi non l’avranno prima costretto a immolarsi per acclamazione come dittatore-commissario a Roma, nel 2018 potrebbe sorprenderci dai piani alti in cui si chiamano le cose con il loro nome: sovranità limitata. Calenda è un patriota del lavoro, sta gestendo dossier di conclamato interesse nazionale (da Telecom all’Ilva), ma sa benissimo che il prossimo governo dovrà mettere in musica uno spartito economico scritto a più mani e non tutte italiane, a cominciare dalla chiave di violino chiamata vincolo esterno: l’Unione europea armata di procedure d’infrazione ammazzaillusioni. Di tutto ciò sarà tenuto a occuparsi il capo dello Stato, Mattarella, che non invade gli altrui spazi ma tutto osserva dal tetto del Quirinale. Finché possibile, lascerà che il Parlamento sovraneggi intorno al rebus post elettorale, consiglierà a tutti i leader di evitare salti nel buio per non farsi infliggere l’onta dell’ennesima supplenza dopo quelle di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: quattro premier consecutivi che non si erano presentati al voto per farsi incoronare, gli elettori non capirebbero l’arrivo di un quinto calato dall’alto. Suggerimenti preziosi, se non fosse che qui di candidati premier non se ne vedono, dissuasi come sono dalle geometrie non euclidee del nuovo (nuovo?) sistema proporzionale. Se l’alternativa immediata è Lady Spread, gli affari correnti del conte Gentiloni potrebbero durare lungo: Let it be (There will be an answer).

In queste foto: i dieci luoghi istituzionali più importanti della politica italiana
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