In Europa, gli indicatori economici sono finalmente positivi. Cosa può andar male? Tutto o niente. Dipende da noi e dall’idea politica di Unione che vogliamo costruire, a partire dall’asse Parigi-Berlino

La convalescenza è finita, il 2018 è l’anno in cui ci si alza dal letto, si ricomincia a uscire, a sognare, a vivere. Le previsioni sono rosa e perfino i più scettici e i più cauti, come i tedeschi, accennano sorrisi rassicuranti. Nel momento in cui le attese sono alte e si ha l’impressione di poter fare ogni cosa, crescere e investire e rigenerarsi, è necessario però badare a due cose almeno: maneggiarle con attenzione, queste attese, perché quando ti aspetti troppo poi la delusione è inevitabile. E soprattutto capire che cosa ci vogliamo fare, con questa nuova vita.

Il Fondo monetario internazionale, che non ha fama di essere ottimista, scrive nel suo World Economic Outlook di ottobre che «il boom delle attività economiche si sta rafforzando» e che questo è il momento perfetto per affrontare tutte le problematiche che sono rimaste in sospeso dopo lo choc finanziario del 2007-2009. Nel World in 2018 dell’Economist, Leo Abruzzese, direttore delle public policies dell’Intelligence Unit, ricorda che il prodotto lordo globale è cresciuto nel 2017 al tasso più veloce dal 2010, pure se la crescita globale è rimasta di un filo sotto (2,9 per cento) a quel 3 per cento che è da anni considerata la media della tranquillità. Nel 2018, la previsione è più bassa, al 2,7 per cento, ma tutte le grandi economie, sviluppate ed emergenti, faranno passi avanti. È il sistema che migliora: Stati Uniti ed Europa cresceranno del 2 per cento, Brasile e Russia usciranno dalla loro recente recessione, le economie asiatiche ex tigri, come Indonesia e Malesia, cresceranno a un «vivace» 5 per cento, con l’India all’8. La Cina riesce ad apparire un po’ preoccupante perché «è sommersa di debiti», scrive Abruzzese, ma comunque viaggerà a un tasso di crescita pari al 6 per cento.

La sorpresa è la zona Euro, cioè siamo noi. Abbiamo superato due recessioni, una serie infinita di epitaffi, una Grexit minacciata e per ora (ma ancora gli effetti sono imponderabili) anche una Brexit votata dal popolo britannico, l’avanzata populista e la sua promessa di sfaldare l’Europa, e sentiamo aria di primavera. La fiducia è alta, la disoccupazione è in calo (è prevista all’8,5 per cento nel 2018, era al 12 quattro anni fa), il prestito al consumo sale, e anche se non si può certo parlare di boom economico – siamo un continente che tende alla vecchiaia e soffre di bassi investimenti, per non parlare del negoziato sulla Brexit che spegne parecchi entusiasmi – si può però dire che siamo entrati nella nostra stagione della normalità. Dopo decenni di crisi politiche, istituzionali, economiche, identitarie, la normalità è già una grande, promettente conquista.

Gli Stati Uniti sono alle prese con un presidente che ha poca credibilità a livello internazionale e che ha ingaggiato una lotta interna all’establishment dalle conseguenze imprevedibili: politicamente, l’America è quanto di più distante dalla normalità si possa immaginare, ma il sistema americano è solido, soprattutto il mercato del lavoro lo è, e anche se il Paese non raggiungerà con tutta probabilità il 3 per cento di crescita che si augura Donald Trump, l’espansione in corso procederà anche nel 2018. Semmai preoccupa di più gli analisti la situazione cinese, nonostante il presidente Xi Jinping sia riuscito nell’artificio strepitoso di rivendersi, lui che guida un regime d’ispirazione comunista, come un difensore della globalizzazione, approfittando dell’improvvisazione trumpiana e del generale disordine mondiale. Il piano quinquennale in corso, che termina nel 2020, prevede un tasso di crescita annuo medio del 6,5 per cento, ma nelle previsioni per il 2018 la crescita si fermerà al 6 per cento (anche se per alcuni è più alta, per Bloomberg al 6,4 per cento), a causa della bolla cinese che ormai da due anni terrorizza analisti e investitori. Secondo i dati questa bolla però non dovrebbe scoppiare – non in modo devastante almeno, si sentiranno gli scricchiolii però – durante il 2018, dando così il tempo a questa straordinaria sincronizzazione dell’espansione globale di dare i suoi frutti.

Il rafforzamento dell’economia non riguarda tutti gli Stati e nemmeno tutti i livelli della popolazione: la diseguaglianza che ossessiona leader politici ed economisti da tempo, costringendoci a una riflessione seria sugli effetti della globalizzazione, c’è ed è forte. Ma, come dicono molti economisti, una crescita solida non condivisa da tutti è comunque meglio dell’assenza di crescita, soprattutto perché l’espansione oggi sembra fondata su dati strutturali e non contingenti. La spirale virtuosa è in movimento, i consumatori hanno più fiducia e spendono, i datori di lavoro si sentono rassicurati nel medio periodo e assumono, la fiducia continua a rafforzarsi e gli effetti si sentono anche sui redditi medio-bassi che sono stati straziati più di tutti dallo choc del 2009. Gli economisti di JPMorgan Chase&Co. hanno sottolineato che gli investimenti industriali in tutto il mondo «sono in grande forma con ancora margini di miglioramento» e che «un movimento che si autorafforza nel ciclo del profitto globale ha rilanciato la fiducia degli imprenditori in ogni parte del globo». Gli analisti di BlackRock sostengono che «l’espansione non dipende soltanto da una regione o da un settore», e questa è una garanzia anche per la redistribuzione del reddito. In più una crescita sana mette il mondo in una posizione più sicura per gestire la prossima crisi, quando arriverà. I governi combattono le recessioni – ha scritto Bloomberg – abbassando i tassi di interesse, tagliando le tasse, aumentando le spese. Questi strumenti diventano meno efficaci quando i tassi sono già bassi e i deficit degli Stati sono talmente alti da annientare la possibilità di manovre ulteriori: normalizzando i dati macroeconomici fondamentali, diventa poi più semplice, o almeno più rapido, gestire le emergenze.

Dovremmo già essere tutti nelle piazze a festeggiare, noi europei per primi che eravamo dati per spacciati all’inizio del 2017 e ora sventoliamo orgogliosi la nostra bandiera blu con le stelline, con quello slancio e quella determinazione che hanno soltanto i sopravvissuti. Che cosa può andare storto? Tutto, o niente. Sta a noi. Chi studia i cicli storici dice che l’economia globale cade in depressione, e in recessione, ogni otto-dieci anni, e l’ultima recessione è finita nel 2009. Fate voi il calcolo. La crisi di solito inizia quando le banche centrali, che vogliono tenere in ordine conti e aspettative, alzano i tassi di interesse troppo e troppo in fretta. La Federal Reserve americana li ha alzati tre volte nel 2017 e potrebbe farlo altre volte nel 2018, e nonostante la Fed continui a sottolineare che ci vuole cautela e che l’ottimismo è un lusso che non ci vogliamo più prendere dopo gli ultimi sconvolgimenti, i tassi americani alti sono considerati un canarino nella miniera, il campanello d’allarme dell’inversione del ciclo. Così quel che oggi ci sembra l’inizio della ripresa potrebbe invece esserne la conclusione. Gli economisti spesso non si accorgono dell’inversione. Quando la Regina Elisabetta II chiese com’è che nessuno si era sognato di avvertire che uno choc era in arrivo nel 2008, un gruppo di economisti britannici le scrisse una lettera confessando un collasso «dell’immaginazione collettiva di molte persone intelligenti» nel Regno Unito e altrove. Oggi nessuno vuole farsi cogliere impreparato, pure se è bello godersi un po’ di prospettive rosee. Così tutti gli articoli sull’anno che verrà sono pieni di ottimismo ma anche di avvertimenti.

L’Europa ha una grande responsabilità per il 2018. Dopo aver scoperto una forza insperata, di unità e di immaginazione, noi che non sapevamo immaginare più nulla, dopo aver eletto Emmanuel Macron alla presidenza della Francia e aver confermato Angela Merkel alla guida della Germania, l’Unione europea deve dimostrare che il suo slancio riformatore non era soltanto un appiglio per sopravvivere, ma una volontà concreta. Secondo S&P Global’s Sheards, «il 2018 si sta costituendo come l’anno che definirà l’Ue». In contrasto con l’«America first» del presidente Trump, un po’ isolazionista e un po’ protezionista, l’Ue ha rilanciato i rapporti commerciali con molti partner internazionali, Australia, Messico, Mercosur, Giappone. Ogni occasione è buona per sottolineare lo spirito aperto e globale dell’Europa, in contrasto con la chiusura americana: non è che l’istinto protezionista che a lungo ha dominato l’Ue sia finito, ma tra le tante magie retorico-riformiste di Macron c’è stato anche lo slogan «l’Europa che protegge» che ha dato a una certa forma (contenuta) di protezionismo il timbro del liberalismo in salsa francese. I trattati commerciali più difficili da negoziare e rinegoziare saranno quelli con il Regno Unito in uscita dall’Ue, e la faccenda non pare né facile né fruttuosa: ma anche la Brexit, che pure sta drenando risorse sia in Europa sia a Londra, risorse umane ancor prima che economiche, che pure era considerata la miccia che avrebbe fatto esplodere il progetto europeo, ha in realtà generato maggiore unione e maggiore amore europeista. Quando si vede da vicino che cosa vuol dire avere un confine, una dogana – chiedete agli irlandesi e ai nordirlandesi che sull’ipotesi di una frontiera hanno perso il sonno – e quanto ci ha abituati bene la libertà di movimento e di commercio nell’Unione, si capisce perché dentro si sta più comodi che fuori. Le spinte autonomiste e nazionaliste non sono certo finite: la questione catalana con i grandi interrogativi che pone a livello di diritto internazionale e di mera, rilevantissima quotidianità è considerata da molti la variabile che potrebbe fare implodere di nuovo l’Europa, che sta sviluppando una certa resistenza nella gestione dei rifiuti al suo ideale. Ma mentre si guardano ai tanti problemi che possono minare il progetto europeo, alcuni leader stanno cercando di migliorarlo, o riformarlo: l’asse Macron-Merkel è considerato il game changer del 2018 per l’Europa. La finestra di opportunità dell’Ue e la possibilità che si dimostri un momento di svolta e di efficacia per la tormentata storia europea dipendono in gran parte dalla sintonia tra Merkel e Macron e dalla loro capacità di governare le opposizioni nei loro Paesi e nell’Ue. La visione dei due è simile ma non uguale, sulla «maggiore integrazione» che già fu fatale agli inglesi prima del referendum sulla Brexit le divergenze sono già visibili, e la possibilità di completare l’unione monetaria sarà determinata sia dalla capacità di compromesso francese, di cui ancora non sappiamo granché, sia dalle pressioni interne alla Merkel ormai al suo quarto e ultimo mandato. Ma non c’è soltanto l’agenda economico-tecnica dell’Ue, ci sono anche i valori del progetto europeo: nella primavera del 2018, la commissione inizierà a discutere del budget settennale che partirà nel 2020. L’uscita del Regno Unito crea un buco di circa 10 miliardi di euro nel budget comunitario, e i contributori netti stanno già pensando a come ridisegnare la spesa, destinandola a problemi più urgenti, come l’immigrazione e la difesa, piuttosto che sovvenzionare la crescita dell’Est europeo, che si è disamorato dell’Europa e innamorato di nuove forme di autoritarismo. La Germania vuole usare il budget per condizionare scelte economiche e politiche: può sembrare una forma di ricatto, ma è anche un metodo per spingere alcuni Paesi a sperimentare la democrazia in modi che, data la chiusura delle loro leadership, non tenterebbero mai. La moral suasion è da sempre l’arma più sofisticata che l’Europa ha utilizzato per restare unita, e per impedire che le fratture – Nord-Sud, Est-Ovest – diventassero irreparabili.

Le incognite per il 2018 sono tante, e l’Italia, con le elezioni e il Movimento Cinque stelle ben posizionato, potrebbe costituire una grande e pericolosa ricaduta per l’Europa che vuole uscire dalla sua convalescenza. Nelle previsioni su quest’anno, l’Italia rappresenta una preoccupazione condivisa, forse in modo troppo allarmistico. Ma le nuvole, quegli esperti che dicono che il bello è già passato, peccato che non ce ne siamo accorti, e quelli che invitano a godersi il momento finché dura dandoci quel senso di precarietà che rovina tutte le storie d’amore, non bastano a guastare l’idea che l’anno iniziato è quello della rinascita e delle possibilità.

Se di questi tempi l’anno prossimo saremo colti dal magone, con tutta probabilità ci diranno che ce la siamo cercata, e un po’ avranno ragione.

Nelle foto: il porto di Trieste, un nodo logistico strategico nel passaggio di merci e di petrolio verso la Mitteleuropa. Da 50 anni qui opera l’oleodotto Siot, che raggiunge Germania e Austria soddisfacendo il 40% ed il 90% del loro fabbisogno petrolifero
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