Russiagate, andamento dell’economia, elezioni di metà mandato: il 2018 ci dirà se dobbiamo definitivamente abituarci al presidente americano. O se lo saluteremo prima del tempo

Entro un lasso di tempo ragionevolmente breve, ogni cosa diventa parte del panorama. Ci abituiamo a qualsiasi novità, a qualsiasi cambiamento, anche se accolto come straordinario o epocale: e non vuol dire che non lo fosse, straordinario o epocale, ma per ragioni di sopravvivenza siamo diventati bravi – forse troppo – ad assorbire questi scossoni, ad adattarci, a normalizzarli. Ci siamo abituati a fare letteralmente qualsiasi cosa con i nostri smartphone e ci siamo abituati a pagare due soldi per un biglietto aereo; ci abitueremo presto a spostarci su auto guidate da nessuno e a dettare la lista della spesa a un coso sul tavolo della cucina. Dal punto di vista politico, ci siamo abituati all’idea che il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea e a vedere movimenti populisti ai limiti dell’eversione giocarsi la vittoria in quasi tutte le nazioni occidentali, Italia compresa. A una cosa non ci siamo ancora abituati, ed è passato un anno: a vedere Donald Trump dentro lo Studio Ovale. Il Donald Trump di The Apprentice, Donald Trump il bugiardo seriale, Donald Trump l’autoproclamato molestatore sessuale, Donald Trump il cafone arricchito, Donald Trump l’incompetente supremo. Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Fa ancora un certo effetto, sia scriverlo sia leggerlo.

Un anno dopo, Donald Trump non lo abbiamo assorbito noi che lo guardiamo da lontano e non lo hanno assorbito neppure gli americani, in un modo o nell’altro: non ha precedenti il suo stile di vita alla Casa Bianca (passa quattro ore al giorno a guardare la televisione, per dirne una) né il suo modo di gestire i rapporti con il Congresso e i media; non ha precedenti la povertà dei risultati politici ottenuti fin qui dalla sua amministrazione né il suo altissimo tasso di impopolarità; e non ha precedenti l’indagine – che sta affrontando insieme ai suoi parenti e collaboratori più stretti – sulla possibilità che lui stesso o qualcun altro per suo conto abbia collaborato con il progetto di destabilizzazione della democrazia statunitense messo in piedi dal suo rivale più forte e antico, la Russia. Un’altra cosa che fa ancora un certo effetto, sia scriverla che leggerla.

Alcuni di questi nodi stanno per venire al pettine. Il 2018 sarà, tra le altre cose, l’anno in cui capiremo se anche Donald Trump diventerà parte del panorama, a un certo punto, oppure no: e non solo per il naturale e mai abbastanza celebrato effetto del tempo, che passando ci intorpidisce, ma soprattutto perché il 2018 sarà l’anno che deciderà quanto salda sarà la sua permanenza a Washington fino al 2020. Capiremo se Trump navigherà tra una tempesta e l’altra ma inesorabilmente fino alle prossime elezioni presidenziali o se quel percorso sarà così turbolento e accidentato da portarlo al 2020 come una macchina in avaria che procede per inerzia, se non sarà addirittura costretto a fermarsi prima del tempo. Tutto questo si decide nel 2018: non si è deciso prima, non si deciderà dopo.

Moscow, Arkansas

Moscow, Virginia

Moscow, Vermont

Moscow, Virginia

I fronti da tenere d’occhio sono tre. Il primo riguarda le vite delle persone, e Trump soltanto di riflesso. Dal 2010 a oggi l’economia statunitense ha conosciuto un periodo di crescita economica costante, per quanto non travolgente, che ha permesso la creazione mese dopo mese di milioni di posti di lavoro. La fiducia dei consumatori sta continuando a crescere, i tassi di interesse sono ancora bassi e il mercato azionario ha toccato livelli record. Trump non ha molto a che fare con questi dati, non avendo approvato significative riforme economiche: può prendersi qualche merito solo per gli indici di fiducia dei mercati finanziari. Per il resto, la sua ambiziosa riforma fiscale è diventata legge solo alla fine del 2017, e impiegherà diverso tempo per dispiegare i suoi effetti.

Non è chiaro quanto l’economia statunitense possa crescere ancora prima di rallentare, o fermarsi del tutto. I dati dicono che nel corso del Novecento gli Stati Uniti hanno affrontato una fase di recessione in media ogni cinque anni; l’ultima è iniziata nel dicembre del 2007 ed è finita nel giugno del 2009. I prezzi delle azioni sono alti come mai erano stati prima della bolla delle dot-com, all’inizio del 2000. Ci si aspetta che questa corsa a un certo punto si fermi, insomma, Trump o non Trump, ma ci sono ragioni per pensare che non accada ancora per qualche anno: la ripresa è stata solidamente lenta e gli stipendi non sono aumentati nonostante la quasi piena occupazione, cosa che suggerisce che ci siano ancora margini di espansione. A meno che – e qui entra in gioco Trump – i mercati internazionali non subiscano uno shock: una guerra commerciale con la Cina, per esempio. Una guerra vera con la Corea del Nord. Un errore della Fed – di cui Trump ha cambiato il governatore dopo un solo mandato, come non accadeva da quarant’anni – nella gestione dei tassi di interesse. Se nel 2018 l’economia statunitense dovesse continuare a crescere, o dovesse addirittura accelerare il passo, Trump potrebbe cominciare a prendersene il merito con argomenti più numerosi e più solidi di quelli che usa adesso. Altrimenti, la sua posizione si farebbe politicamente molto precaria: vale sempre infatti quel famoso mantra clintoniano per spiegare cosa conti in politica in America – «it’s the economy, stupid» – e i primi a essere politicamente investiti dalle conseguenze negative di un rallentamento dell’economia o di una recessione sarebbero, oltre a Trump, i parlamentari del suo partito. E così arriviamo al secondo fronte.

A novembre del 2018 si rinnoveranno tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo di quelli del Senato. Il Partito Repubblicano ha oggi una maggioranza comoda alla Camera e una più risicata al Senato, e nonostante questo non è riuscito a combinare granché lo scorso anno: la riforma fiscale è arrivata a dicembre, la nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema è avvenuta al costo di una storica forzatura sui regolamenti parlamentari. Nient’altro di veramente significativo.

Moscow, Maine

Moscow, Ohio

Moscow, Iowa

Moscow, Ohio

Moscow, Kentucky

I tentativi di riformare la sanità e abolire Obamacare sono falliti non una ma tre volte, il muro al confine col Messico esiste ancora solo sulla carta, il grande piano di investimenti non si è visto nemmeno lì. C’è ancora tempo, certo, ma non bisogna farsi illudere dalla durata quadriennale dei mandati presidenziali: il vero spartiacque sono le elezioni di novembre 2018, quelle di metà mandato. È piuttosto comune che i partiti che occupano la Casa Bianca ottengano dure sconfitte alle elezioni di metà mandato: capitò a Barack Obama nel 2010, nonostante due anni prima avesse stravinto le elezioni presidenziali e il suo tasso di popolarità fosse intorno al 45 per cento; Trump ci arriva invece avendo vinto le presidenziali per un incidente della storia – la sua avversaria, Hillary Clinton, ha ottenuto tre milioni di voti in più – e con un tasso di popolarità che salvo sorprese sarà più vicino al 30 che al 40 per cento, ed è oggi il più basso di sempre per un presidente a questo punto del suo mandato.

Dieci mesi di campagna elettorale possono cambiare le cose, ma l’aria che tira e i risultati delle poche elezioni suppletive che si sono tenute nel 2017 suggeriscono che il 2018 non sarà da meno, e questo vuol dire che il Partito Repubblicano corre un rischio concreto di perdere la propria maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Con due conseguenze. La prima è che l’agenda legislativa di Trump, che come abbiamo visto fin qui è andata avanti con enormi fatiche, si fermi del tutto: per quanto a Washington non sia inusuale la coabitazione tra una Casa Bianca e un Congresso controllati da due partiti diversi, la polarizzazione estrema degli ultimi dieci anni non ha regalato grandi soddisfazioni a chi ha tentato accordi e collaborazioni bipartisan, meno che mai nel biennio di campagna elettorale che precede le elezioni presidenziali. Figuriamoci con un personaggio abrasivo, aggressivo e monocorde come Donald Trump a dominare la scena. La seconda conseguenza ha a che fare con l’ultimo fronte che determinerà cosa sarà del 2018 di Donald Trump e quindi degli Stati Uniti.

L’amministrazione di Trump è sottoposta fin dalla sua nascita a una minaccia esistenziale che nessun’altra amministrazione moderna ha dovuto affrontare: un’inchiesta portata avanti con risorse praticamente infinite dal procuratore più rispettato e autorevole del Paese, Robert Mueller, che dovrà accertare come la Russia abbia interferito con la campagna elettorale del 2016, se e in che modo il comitato elettorale di Trump abbia collaborato con la Russia, e se – una volta presidente – Trump abbia cercato di ostacolare l’inchiesta. È un’indagine che nel giro di pochi mesi è già arrivata a toccare il giro più ristretto del presidente – l’ex capo del suo comitato Paul Manafort è agli arresti e rischia molti anni di carcere, il suo stretto consigliere Michael Flynn li eviterà solo perché sta collaborando con il procuratore – e lambirà presto la sua famiglia e i suoi affari personali. Ora, queste inchieste costano molto e negli Stati Uniti non durano all’infinito: e anzi ogni mese che passa rende più forti gli argomenti di chi la considera una “caccia alle streghe”, e accusa Mueller di cercare solo qualcosa di utile a mettere Trump nei guai.

Moscow, Texas

Moscow, Tennessee

Moscow, Michigan

Moscow, Tennessee

Moscow, Kansas

Anche per questo il 2018 sarà l’anno decisivo: l’anno in cui il procuratore Mueller cercherà in qualche modo di chiudere il caso, raccogliendo il maggior numero di prove e testimonianze. Cosa succederà dopo, non si sa. È difficile ipotizzare che si possa arrivare a un rinvio a giudizio del presidente, che non avrebbe precedenti e dovrebbe probabilmente passare dalla Corte Suprema – oggi a maggioranza conservatrice – visto che la legge statunitense tra qualche ambiguità sembra escludere che il presidente possa essere processato. Ma qui si torna alla questione di prima, quella sulle elezioni di metà mandato: se l’inchiesta di Mueller è un fatto giudiziario, il procedimento di impeachment è un fatto politico. Se alle elezioni di metà mandato i Democratici dovessero ottenere la maggioranza alla Camera, e l’inchiesta sulla Russia dovesse far emergere informazioni inquietanti su Trump – anche se non abbastanza concrete da poter essere difese a processo – è plausibile che venga avviata la procedura per rimuovere il presidente dalla Casa Bianca. Una procedura che difficilmente andrebbe a buon fine – basta un voto a maggioranza semplice della Camera per iniziarla, ma servono i due terzi dei senatori per concluderla – ma che monopolizzerebbe le attenzioni dei media e distrarrebbe i parlamentari e la Casa Bianca da qualsiasi altra cosa. Con conseguenze che si proietterebbero inevitabilmente sulle elezioni del 2020.

Quindi. Questo 2018 può essere l’anno in cui Donald Trump, dopo aver segnato almeno un’altra importante vittoria legislativa, vede l’economia, il mercato azionario e gli indici di fiducia continuare a correre, riesce a conservare una maggioranza parlamentare alle elezioni di metà mandato e osserva l’inchiesta di Robert Mueller chiudersi o lasciarlo indenne: Trump avrebbe così la possibilità di completare almeno un altro paio di riforme nel biennio seguente, e lanciarsi verso le elezioni del 2020 con un grosso peso ormai alle spalle e la possibilità di giocarsi la rielezione senza partire sconfitto. Ma questo 2018 può essere anche l’anno in cui Donald Trump vede i suoi progetti ingolfarsi al Congresso come nel 2017, mentre l’indagine sulla Russia arriva a toccare lui e la sua famiglia e i Democratici si riprendono la maggioranza, mettendo la parola fine a ogni possibilità di realizzare quanto promesso in campagna elettorale e minacciando concretamente l’apertura del processo di impeachment, a due anni – e che anni, immaginiamo – dalle elezioni presidenziali.

Nel primo caso, arriveremmo al punto da cui siamo partiti: anche Donald Trump – Donald Trump presidente degli Stati Uniti, eccetera – diventerà un elemento di contesto, parte del panorama, qualcosa di cui non sorprendersi più. Ci faremo l’abitudine, a prescindere da come la pensiamo. Nel secondo caso, quello che non consente alcuna normalizzazione, saremmo forse davanti all’eccezione che conferma la regola: e come avremmo visto il fenomenale Trump piombare in modo grandioso dentro l’istituzione più potente e prestigiosa al mondo, ci prepareremmo a vederlo scomparire – puf! – in modo altrettanto spettacolare. Seguirà raccolta cocci.

In queste foto: tutte le Mosca d’America

Negli Stati Uniti ci sono oggi più di venti cittadine che si chiamano Moscow, un toponimo sopravvissuto perfino agli anni della Guerra Fredda. Nonostante il riferimento preciso, non ci sono tracce evidenti di collegamenti storici con la capitale russa. Chi ha provato a studiarne i motivi, come l’autore di queste foto, ha scoperto leggende, tradizioni dei nativi o al massimo il desiderio di nomi esotici.
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