Yolo / Arte

L’arte di salvare i giornali

IL 98 19.01.2018

marta signori

Laurene Powell Jobs compra il più antico dei magazine americani, l’Atlantic, e investe nel più nuovo dei prodotti giornalistici digitali, Axios. Nel 2018, prevede un ex direttore del New York Times, ci saranno più lanci di iniziative editoriali finanziate da benefattori come lei o Jeff Bezos che di missili nordcoreani

Gli Stati Uniti sono pronti per una first widow? Laurene Powell Jobs, come tutti sanno, è la vedova del fondatore di Apple, ha cinquantaquattro anni, venti miliardi di dollari, e sarebbe una perfetta presidentessa dopo Donald Trump. Senza l’ingombrante figura di un marito di cui occuparsi o vergognarsi, sarebbe un santino perfetto e con claim già pronto, siate ovviamente affamati e folli. E una perfetta storia avventurosa tra Charles Lindbergh e Philip Roth: ragazza del New Jersey, il padre pilota d’aereo schiantato in un disastro, fa una veloce carriera come broker a Wall Street e poi cambia sponda, nel senso della West Coast, a fare un master a Stanford. Lì si imbatte in Steve Jobs; correva l’anno 1989, lui era nella fase della cacciata dalla sua Mela (nel tempo libero ha fondato Pixar). Narra la fiaba che lei arrivi in ritardo a un seminario, e si sieda accanto a lui, che lui poi si alzi e – sorpresa – del seminario è lo speaker. Lui la insegue nel parcheggio e la invita a cena. «Se fosse l’ultima sera della mia vita preferirei essere con l’incantevole ragazza o a una cena d’affari?», pare abbia riflettuto Jobs. Si sposano nel 1991, officiante ovviamente un monaco zen. Producono tre figli, Reed e le femmine Erin ed Eve (trattate meglio della precedente Lisa, si spera). Nel 2011, quando il marito muore, lei diventa la terza donna più ricca d’America, dietro Alice Walton dei supermarket Walmart e Jacqueline Mars delle omonime barrette.

Invece che farsi delle chirurgie invasive o trovarsi degli interior decorator che la portino ai balli, si ingaggia nella beneficienza selettiva come usa da queste parti e come faceva già prima della vedovanza. Ha fondato varie organizzazioni: College Track, che aiuta ragazzi disagiati a non abbandonare (come il marito) la scuola. La compagnia di alimenti organic Terravera; un complicato XQ Super School che teorizza un nuovo tipo di liceo (in Silicon Valley c’è questa ossessione per le scuole, è tutto un fondare nuovi licei, progettare nuove elementari, reinventare l’asilo, è come le riforme costituzionali in Italia). Nel 2004 fonda soprattutto Emerson Collective, il suo braccio armato, la sua Italianieuropei, ispirata però a Ralph Waldo Emerson, il filosofo ottocentesco che teorizzava la giovane America dei talenti democratici. Tramite la fondazione stava per lanciare un magazine, Idea, affidato al giornalista e intellettuale organico Leon Wieseltier (che finisce nella temperie delle molestie presunte e non se ne fa più niente). Lei ci ha comunque preso gusto con l’editoria: ha rilevato la quota di maggioranza dell’Atlantic, poi ha finanziato Axios, uno dei più interessanti magazine online, e Gimlet Media, leader nella produzione di podcast. È fan dell’Arion Press, l’unica casa editrice d’America che si stampa a mano i libri (se n’era scritto anche qui su IL). L’ex direttore del New York Times Bill Keller ha previsto che nel 2018 ci saranno più lanci di iniziative editoriali finanziate da filantropi come la Jobs o Jeff Bezos che di missili nucleari nordcoreani.

Il suo attivismo non si limita all’editoria e sconfina nella politica. Su Wired ha scritto che in America «le idee xenofobe sono sovrarappresentate nel discorso pubblico» e che «non si può permettere a queste idee di dirigere le politiche del Paese». Nel tempo libero coltiva l’orto e alleva le api. A differenza del fu marito dropout e affamato-folle, si è laureata (ben due volte, Scienze politiche ed Economia, più il master). Sarebbe insomma perfetta per una Casa bianca riparatoria post molestie e cotonature. Certo, ha lavorato per le grandi banche. Però ha espiato col lutto e l’apicoltura (se il mondo non finirà prima con qualche guerra nucleare, anche l’orto biologico di Michelle Obama potrebbe tornare a rifiorire, finalmente).

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