Scenari personali / 2018: «A livello di scenari e di fantascienza mi divertirei molto se gli sfracassapalle del sacro modello della famiglia diventassero caricaturali quanto una serata di drag kings e queens»

Uno sketch recente delle donne del Saturday Night Live l’ha spiegato con efficienza in Welcome to Hell, una canzone che parodia lo stile rosa chewing gum di Katy Perry: Ora che è uscito fuori che Louis C.K. e altri uomini che fanno cose belle sono dei molestatori avrai tanta stand up comedy in meno, tanti bei film in meno? Benvenuto all’inferno, dove non ti puoi godere le cose. E procedono a elencare le cose che per le donne sono rovinate da sempre, non se le possono godere: «Parcheggiare, camminare, Uber, code di cavallo, vestaglie, la notte, bere negli alberghi, gli uomini in generale, i van (nei van non succede mai niente di buono!)».

Che si parli finalmente di queste cose è un bene, ma non sappiamo ancora se questa terza ondata di rigetto del patriarcato sortirà effetti duraturi. In quanto uomo non mi metterò a spiegare il mondo alle donne, visto che questa attività ha un brutto nome, mansplaining, e bisogna tenere dei corsi gratuiti della regione per disimpararla; però considerato che questo è un numero su cosa ci aspettiamo dal 2018, vorrei raccontare come mi immagino l’evoluzione di questo discorso pubblico nei prossimi dodici mesi.

Vorrei concentrarmi su tre gruppi: divisione dei sessi neo-vintage; guerriere intellettuali antifemministe quinta colonna dei maschilisti; locali femministi come nuova forma di spa.

Divisione dei sessi neo-vintage

Allo scopo di facilitare il lavoro alla Scuola delle Annales del futuro, su questa rivista abbiamo documentato per sei anni lo stile di vita dei bo-bo, degli hipster meno giovani, degli aristofreak, di snob vari di sinistra, di centro, liberali e antiliberali, socialisti e champagne socialists. Questo indefesso lavoro di ricerca mi ha aiutato a capire che quando una cosa smette di essere di attualità si radicalizza, si estetizza, diventa più ridicola e più interessante.

L’mp3 fa riscoprire istantaneamente il vinile. Impomatarsi i baffi contro il logorio della vita moderna. Fondare Vice e poi diventare un campione del machismo più retrivo e alt-right (è la storia vera di Gavin McInnes). Ora che per gli scherzi del destino e della Storia ci tocca imparare a stare attenti a come flirtiamo e a come scriviamo alla fidanzata «Dove sei avevi detto che tornavi in tempo per cucinare ti prendo a sberle», sempre più uomini, e con loro sempre più donne, avranno una reazione orgogliosa e scopriranno il vintage della divisione dei sessi vittoriana. Focolare e tacchi a spillo per lei, ventiquattrore e cravatta per lui, madri maderrime fieri baluardi contro il mondo sterile di voi bo-bo, padri seduti a tavola la sera col muso, probabilmente neoalcolisti o postalcolisti o postburberi e in alcuni casi neofascisti post-meme neo-V for Vendetta (cioè con maschere buffe ai flashmob minacciosi stile Insane Clown Posse / Thomas Ligotti).

A livello di scenari e di fantascienza, tra Black Mirror e The Handmaid’s Tale, mi divertirei molto se gli sfracassapalle del sacro modello della famiglia (sacro certamente ma più che dal Vangelo fu elaborato dai moralisti inglesi dell’Ottocento e venduto al mondo tramite la pubblicità prima e la commedia romantica americana poi, quindi sacro ma non sacerrimo, diciamo) diventassero caricaturali quanto una serata di drag kings e queens. Voglio grembiuli ricamati in filo d’oro per le casalinghe più ricche, voglio lenzuola di seta con il buco al centro, voglio uomini senza il fisico che insistono per la partitella di calcetto del lunedì, a cui non hanno mai giocato, voglio figli maschi costretti a giocare ai soldatini e figlie femmine che danno fuoco a casa per sbaglio preparando biscottini con il Dolce Forno Harbert. Voglio donne truccatissime, scollature esagerate, geolocalizzazione solo per lei ogni volta che lascia la casa da sola – as if! Voglio telecamere nelle loro case per seguire tutto come un grande spettacolo, un grande momento di reazione nevrotica al fatto che le femministe rinsecchite hanno spaccato il capello in quattro trovando a tutti i costi, capziosamente il modo per mettere in discussione l’eterna (est. 1837) divisione rituale di maschi e femmine.

Guerriere intellettuali antifemministe quinta colonna dei maschilisti

Anche qui trattiamo una categoria che esiste già ma che non ha ancora un nome. Comprende Natalia Aspesi e Joan Didion, quindi premetto che sto parlando di donne immancabilmente eccezionali. Sono quelle donne talmente forti, che hanno saputo navigare talmente bene il mondo dominato dai maschi da disprezzare le donne che si lamentano di come funziona il mondo dominato dai maschi e pensano che l’unione faccia la forza.

Natalia Aspesi a proposito della confessione e dello sfogo di Asia Argento ha detto a Malcom Pagani e Vanity Fair:

«Un’insincerità di fondo. Sono un lamento tardivo. Un coro che non tiene conto della realtà dei fatti (…). Che i produttori, almeno da quando ho memoria di vicende simili, hanno sempre agito così. E le ragazze, sul famoso sofà, si accomodavano consapevoli. Avevano fretta di arrivare. E ancor più fretta di loro avevano le madri legittime che su quel divano, senza scrupoli di sorta, gettavano felici le eredi in cerca di un ruolo, di un qualsiasi ruolo. (…) Il femminismo è ancora una delle missioni più importanti per le donne di tutto il mondo, forse la più importante in assoluto. È qualcosa in cui ho creduto e credo ancora ciecamente. Ma non mi pare che con queste denunce possa fare un salto decisivo. Magari sbaglio, ma ho i miei dubbi».

È il disfattismo delle menti superiori infastidite da donne così poco forti da avere bisogno di mettersi insieme. Nel saggio del 1972 The Women’s Movement, un’altra donna fortissima come Joan Didion, che è praticamente l’incarnazione dell’ideale suggerito da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, racconta il movimento femminista con accondiscendenza, mostrando di sapere tutto, citando una nutrita lista di letture giuste, ma facendo le pulci al movimento dicendo che avrebbe fanaticamente eliminato la grande letteratura poiché maschilista di default.

Joan Didion fa un pastiche di ragionamenti possibili di femministe davanti alla grande letteratura che il gruppo avrebbe necessariamente rifondato, travisato:

«Ma che la narrativa di finzione possieda certe irriducibili ambiguità non sembra mai venire in mente a queste donne, né in fondo dovrebbe, perché la narrativa è sempre per lo più ostile all’ideologia».

Per me, se mi dici che le esigenze della Storia stanno facendo la bua alla letteratura mi metto subito dalla tua parte, tanto meglio se la cosa mi aiuta a non ascoltare le richieste di un gruppo di donne.

Ecco, queste donne forti sopravvissute al nostro tocco pesante saranno l’ideale per gli uomini che trovano un po’ esageratina la presa di posizione delle denunciatrici, delle ragazze elettriche. Insomma le Didion finiscono sempre con il fornire argomenti ai cervelloni hipster nostalgici dell’alt-right di Weimar.

Locali femministi come nuova forma di spa

Uno degli slogan femministi più quotati è Se non posso ballare allora non è la mia rivoluzione dell’anarchica russa Emma Goldman. La mia è Se non può andare di moda allora non è una rivoluzione. Nel 2018 il movimento femminista si affermerà come rete di luoghi rilassanti. L’ho capito frequentando un locale femminista romano la cui reputazione per un certo maschio era che ti guardavano storto quando entravi. Dopo averci passato tre sere di fila ho scoperto, dal bancone, che non solo le bariste erano amichevoli come i miei baristi del cuore, ma che là dentro mia moglie era più rilassata e io ero più rilassato. In quei locali, la percentuale di donne può arrivare all’ottanta per cento. È difficile spiegare con parole che mondo si crea quando i maschi sono solo il venti per cento. Immagino le battute: più spazio per l’ego di pochi uomini; ma queste donne hanno una loro capacità di non farti scaldare, di farti sentire quando ti sei esibito a sufficienza. Questa capacità è taumaturgica. Ne ho avuto conferma quando hanno organizzato una festa per il loro decennale e si sono trasferite in massa in un centro sociale che è un grande capannone in un parco romano. In quei posti di solito provo claustrofobia e agorafobia a seconda dei momenti. Ma in quel sabato sera c’erano così pochi uomini che si stava proprio bene. Ma – miracolo – il locale era pieno! Era una festa riuscita, con pochi uomini.

Vorrei solo dare questo consiglio: quando arriveremo in massa a chiedervi di farci entrare, mettete il numero chiuso, perché lo sapete, siamo come lo scorpione, è la nostra natura, se ci fate entrare tutti parleremo tantissimo – di noi.

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