Explicit / Idee

Questa volta voglio un anno lungo, che duri un anno intero

IL 98 08.01.2018

matteo berton

Scenari personali / 2018: «Mi piace essere trafelata e cercare di incastrare tutto, di tenere insieme tutto, ma soltanto se c’è un senso, se mi entusiasma»

Quando vedo una stella cadente in cielo mi imbarazzo molto. Vado in confusione, non so fare ordine nei desideri, quella scia luminosa è un attimo e io ho tutta la vita da sistemare, non faccio in tempo, i pensieri balbettano e alla fine riesco a chiedere soltanto «che vada sempre tutto bene». Ma tutto bene che cosa?, mi dice la stella stupita: l’amore, i figli, il lavoro, la salute, i soldi, le vite di quelli che ami? Tutto significa tutto, significa che non voglio scosse, tenete lontano da me il dolore ancora per molto, e comunque, stelle cadenti, datemi un po’ di preavviso, in modo che io possa fare una classifica di quel che voglio, di quello che spero, anche e soprattutto di cose piccole: i libri da leggere, le canzoni, i film, e che sia comodo il divano mentre guardo un documentario su Netflix, e che la luce dalla finestra entri in un modo che mi rassereni, e che il cane e il gatto vadano d’accordo, si vogliano un po’ di bene, e che non ci siano più cene di classe con i genitori.

Se penso al 2018, che è appena iniziato, non lo penso però come una stella cadente, non voglio che sia un attimo, che vada via subito, non voglio scrivere fra un minuto i buoni propositi per il 2027. Da un certo punto in poi gli anni hanno cominciato a correre: era l’altro ieri e io arrivavo a Roma con una valigia blu, rotta, e uno stereo piccolo, bancarotta perenne ma non avevo bisogno di niente, e adesso mia figlia grande fa la seconda media e questa città è mia, la bancarotta è perenne ma ancora mi sembra di non avere bisogno di niente che non sia raggiungibile da qui, vicinissimo, fra un minuto o fra un anno è lo stesso, purché questo anno non voli come tutti gli altri, purché il mio tempo perduto mi dia una seconda possibilità, torni a bussare, mi dica: dai, sei in ritardo ma non è un dramma, ho visto di peggio.

Per il 2018, l’ho già detto al mio tempo perduto, ho grandi progetti: voglio cambiare vita. Voglio accorgermi di ogni giorno che passa, voglio che il tempo sia mio amico, ma anche un pungolo, voglio che sappia che lo ritengo prezioso, e che però deve tendermi la mano, lasciarmi lavorare, fantasticare e vivere, portarmi al cinema e in tutti i posti in cui c’è qualcosa di bello da vedere.

Devo dire che non sopporto più quelli come me che dicono: non posso, ho troppo da lavorare. Stai salvando una famiglia dall’incendio di un palazzo? Stai operando a cuore aperto? Stai approvando una legge fondamentale per le adozioni? Stai portando tua madre al mare? Stai chiudendo un trattato di pace? No, sto facendo delle telefonate per scrivere un articolo. Va bene, allora adesso sbrigati, nel 2018 avrò bisogno di te, tanto quelli al telefono dicono sempre le stesse cose, e la vita è altrove. Il sogno di felicità di Marcel Proust era questo, ve lo giro, mi sembra bellissimo: «Vivere accanto a tutti quelli che amo in mezzo all’incanto della natura, con una quantità di libri e di spartiti e non lontano da un teatro francese», e però il suo sogno era anche finire la sua opera, scrivere la parola fine, recuperare il tempo, essere compiuto. Ecco, la compiutezza è la mia utopia per il 2018. Ho detto utopia, quindi non è necessario prendermi in giro adesso, però mi sembra il massimo che si possa desiderare e progettare. Rispetto alla mia vita, rispetto alle vostre, rispetto a questo mondo da non disprezzare. Tutti detestano tutto, ma io do ancora ragione a Proust, che alla domanda “quel che detesto più di tutto”, rispondeva: «Quel che c’è di male in me».

Io ho fatto un mucchio di cazzate, soprattutto per pigrizia, per abitudine, per paura di quello che credo di non sapere fare, e perché è molto più facile accomodarsi nel flusso delle cose, piuttosto che interromperlo e cambiare direzione. Ma il flusso delle cose non sempre porta alla compiutezza, porta al massimo alla fine della giornata, alla fine del mese, e in un attimo un altro anno è passato, è perduto. Così quando mia figlia mi diceva: voglio andare in Africa con te mamma, voglio che stiamo là insieme a vedere gli animali e le persone, io ridevo e pensavo che no, l’Africa non rientra nel flusso delle cose, e poi non lo vedi che sto lavorando amore, sto facendo delle telefonate per scrivere un articolo.

Ecco, questo flusso io adesso lo blocco, e in Africa ci voglio andare con mia figlia, ha molto più senso, e un giorno durerà di più, avrà fruttato di più, nella mia vita e nella sua. Forse è patetico, è banale, però un giorno in cui tornavamo tutti e quattro in auto, più il cane, da una domenica in campagna, che era stata bella ma anche malinconica, e i bambini dormivano nei sedili dietro, e noi parlavamo del lunedì, di tutto quello che avevamo da fare, degli incastri di baby sitter e dell’impossibilità costante di avere un po’ di tempo disteso, ma come se fosse ineluttabile, io ho detto che quella è la vera bancarotta: l’unica bancarotta di cui mi importi. Non c’è niente di ineluttabile tranne una cosa, e poi ho detto un po’ di volte «cazzo», che è quello che dico quando sono convinta che sia giusto. Stava piovendo, c’era la fila di auto che rientravano a Roma, era quasi buio e mia figlia si è svegliata e ha detto: che figata mamma, però vorrei anche un cavallo.

Mi piace essere trafelata e cercare di incastrare tutto, di tenere insieme tutto, ma se c’è un senso, se c’è una compiutezza, se mi entusiasma. Se è un flusso di cose spezzettate, invece, mi indebolisco, non mi accendo più, mi scende la nebbia nel cervello e sul cuore, e dico alle stelle cadenti un generico: che vada sempre tutto bene, in questo flusso in cui ci siamo accomodati. Invece voglio essere io il flusso, decidere io dove si sta comodi e anche dove non voglio stare mai più, dove non voglio perdere neanche un minuto di vita. Decidere che desidero cose grandissime, e usare il tempo per ottenerle. Quindi, caro 2018, te lo dico con anticipo: non provare a scappare via di corsa, perché stavolta sei mio.

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