Scenari personali / 2018: «Negli ultimi tempi il desiderio di espressione si è fatto smania, prendendo il sopravvento su qualsiasi forma di discrezione, ironia, sprezzatura. Tutti ritengono ciò che pensano talmente interessante da non vedere l’ora di sbattertelo in faccia senza ritegni e continenza»

Ero al cinema, di quelli angusti e fané frequentati da ciò che resta d’una borghesia impoverita e declassata: coppie attempate, signore feroci con il bastone, cinefili balbuzienti. Proiettavano Happy End, l’ultimo film di Michael Haneke. Ai titoli di coda ero un po’ deluso. Haneke ha fatto di meglio, pensavo senza particolare acrimonia. Ma ecco che dalla seconda fila si alza una voce non altrettanto incline all’indulgenza. «E dire che un tempo i francesi facevano commedie così simpatiche!». «Signora – la rintuzza il tizio al mio fianco – Haneke è austriaco, e grazie al cielo non fa commedie simpatiche». «Sì, ma gli attori sono francesi», replica lei stizzita. Alla contesa si unisce un’altra voce femminile arrochita da decenni di sigarette con il bocchino: «I veri bastardi sono i critici. Puoi dare tre palle a questa merda di film?». Ed è allora che una ragazza non ci ha visto più: «La prossima volta andate a vedere un bel cinepanettone. Haneke non fa per voi».

Non posso dire che questo siparietto mi abbia disturbato. Anzi, in un certo senso mi ha sollevato l’umore dopo un’ora e mezza di nichilismi ellittici e disturbanti. E tuttavia mi sono chiesto se sarebbe potuto succedere tre anni fa.

Probabilmente no. Nel senso che la buona creanza avrebbe indotto la prima signora a tenersi per sé il suo commento (o tutt’al più a comunicarlo all’amica con cui si accompagnava in fila verso l’uscita), e gli altri contendenti a non replicare colpo su colpo.

Non è mica strano che a qualcuno non piaccia un film, il dato insolito è che non veda l’ora di informare il resto della sala. Persino nei dibattiti dei cineforum anni Settanta, prima di dare fondo al proprio malumore, si seguiva un protocollo, un cerimoniale.

Cosa è cambiato in pochi anni?

Non sono un sociologo, anzi a dire il vero trovo la sociologia parecchio noiosa. E tuttavia mi viene da osservare che negli ultimi tempi il desiderio di espressione si è fatto smania, prendendo il sopravvento su qualsiasi forma di discrezione, ironia, sprezzatura. Tutti ritengono ciò che pensano talmente interessante da non vedere l’ora di sbattertelo in faccia senza ritegni e continenza.

Sempre più spesso agli esami quando interrogo uno studente sugli argomenti del corso – che so, un romanzo di Maupassant – capita che prima di rispondermi mi dica: «A dire il vero quel romanzo non mi è piaciuto». Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una vera e propria novità. Quando ero studente mi è accaduto più di una volta di rompermi la testa su libri che non mi appassionavano, ma non mi sarei mai sognato di esprimere le mie perplessità al docente che aveva consacrato l’intero corso a ciò che a me era così dispiaciuto. Intendiamoci, non è questione di educazione, o non solo almeno. Di norma i miei studenti sono mansueti e rispettosi. È che evidentemente trovano molto sano dirmi quello che pensano, lo considerano un diritto inalienabile. Dire la loro è come respirare, mangiare, andare di corpo: una cosa di cui non possono fare a meno.

Continuo a girare intorno al fenomeno senza fornire spiegazioni adeguate.

Allora mettiamola così. Da un lato c’è Trump, c’è Salvini, ci sono i nazistelli che fanno le loro irruzioni squadriste, farneticando su nuove marce su Roma, ci sono gli onorevoli che fanno triviali battute antisemite contro un collega ebreo; dall’altro ci sono i custodi della correttezza politica, quelli che quando mi capita di chiamare “presidente” la mia collega che presiede la seduta di tesi di laurea mi correggono: «Vorrai dire “presidentessa”», quelli che formano comitati di salute pubblica per vigilare sul lessico, che ti guardano in cagnesco ogni volta che usi parole da loro giudicate ambigue, sessiste, discriminatorie o Dio non voglia razziste.

Apparentemente queste due categorie di persone sono in netta opposizione, formano una perfetta alterità dialettica, esprimono punti di vista sulla vita a dire poco antitetici.

In realtà hanno anche parecchie cose in comune: il settarismo, la convinzione metafisica di avere ragione, l’intimidazione con cui incalzano i nemici. Credono in se stessi, nelle loro idee in modo tale che vogliono a tutti i costi dichiararle al mondo intero, senza filtri, senza incertezze, con una foga fondamentalista. Un tempo erano persone qualsiasi, oggi sono predicatori. Sono quelli che sanno tutto di tutto, che appena usciti dal ristorante scrivono subito i loro giudizi su siti specializzati, giudicando il lavoro altrui con severità esemplare, senza alcuna cautela e misericordia. Sono quelli che organizzano o partecipano a gogne telematiche. Sono i dietrologi, gli apocalittici, i censori efferati. Sono i perfetti interpreti di un episodio di Black Mirror. Sono quelli che sanno come va il mondo e vogliono spiegartelo.

Intendiamoci, individui di questo tipo ci sono sempre stati. La natura umana è un ricettacolo di vanità, intemperanza e faziosità. In ciascuno di noi alberga la smania di umiliare gli avversari e di ridurli al silenzio. Il dato sconcertante semmai è che non c’è spazio per tutti gli altri. Per i dubbiosi, per gli ironici, per gli eredi di Montaigne. Per quelli che almeno ogni tanto preferiscono sospendere il giudizio.

Ricordo che tanti anni fa portai Hegel a un esame di storia della filosofia. Avevo vent’anni. Allora mi sembrava oracolare e incomprensibile. Non capivo cosa diavolo volesse dire. Ecco che oggi finalmente mi illumina. Esiste uno Spirito dei tempi contro cui l’individuo non può niente. La Storia governa i nostri pensieri, le nostre azioni. A ben pensarci, nessun cataclisma, nessuna crisi economica, nessun rischio di attentato può giustificare l’avvento di questo uomo nuovo che rivendica il proprio diritto a esprimersi in ogni momento su qualsiasi cosa. È la Storia che va dove vuole andare. All’epoca del buonsenso è seguita quella della malafede. L’età della leggerezza è stata soppiantata da quella del risentimento. Non resta che sedersi sul greto del fiume e aspettare che cambi la corrente, sperando che un’onda anomala non ti trascini via con sé.

Ecco allora ciò che chiedo al 2018, sapendo di chiedere troppo. Mi aspetto che la gente (almeno quella che ho intorno) dismetta per un po’ la propria facondia, a vantaggio di un contegno dimesso e taciturno. Vorrei più domande, meno affermazioni. Più sorrisi sardonici, meno bava alla bocca. Vorrei che tutti scegliessero di andare a rinchiudersi a Port Royal a meditare sull’irrilevanza umana. Vorrei un po’ di silenzio.

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